L’ultima dose di brutalità del 2019

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Dove: Orto Bar, Lubiana, Slovenia
Quando: domenica, 15/12/2019

Il 2019 sta per chiudersi e anche le tournée sono nella fase finale: ormai solo poche band continuano a girare senza sosta. Tra queste c’era il Trek Tech, con gli estremisti canadesi Archspire come protagonisti. Dopo una lunga assenza sono tornati sui palchi anche i canadesi Beneath The Massacre. A tenere alta la bandiera dello slamming deathcore ci hanno pensato i sudafricani Vulvodynia, mentre per scaldare il pubblico erano annunciati gli americani Inferi, death metal tecnico. Insomma, per chi ama la musica estrema e tecnica, esserci era più che obbligatorio.

A giudicare dalla folla in attesa fuori prima dell’inizio, il concerto prometteva più che bene. Negli ultimi anni gli Archspire si sono fatti un bel seguito. L’anno scorso, da spalla, hanno portato sotto il palco più gente dei Revocation, che erano la spalla principale (report TUKAJ). Stavolta gli Archspire erano headliner, e meritatamente: con il loro stile spiccano tra le band estreme di oggi e sono anche una macchina da lavoro.

La sorpresa della serata sono stati in realtà gli americani Inferi. Non sono una band sconosciuta, ma per la prima volta suonavano in Europa, quindi per qualcuno erano un mistero. Eppure lo stile degli Inferi evidentemente funziona, perché c’era già parecchia gente e non hanno certo suonato per dieci persone. Hanno alle spalle qualche album, ma come prima spalla non avevano molto tempo: poco più di cinque pezzi. Bastati, comunque, a fare colpo. La band punta su un death metal tecnico con un sacco di melodia. Le chitarre sono veloci e precise, gli assoli virtuosi. Con la loro musica ricordano un po’ i The Black Dahlia Murder, ma gli Inferi sono più impegnativi dal punto di vista tecnico. La voce urlata si sposava benissimo con il growl profondo del chitarrista, e anche la sezione ritmica brillava. Il bassista ha sfoderato parecchie linee, peccato che si sentisse poco. Il batterista, invece, si è distinto con un gioco veloce e preciso. Come insieme gli Inferi funzionano, quindi dal vivo vale decisamente la pena vederli.

Poi è toccato ai sudafricani Vulvodynia, slamming death metal o meglio deathcore, che in questa tournée sono stati la mela marcia. La band punta su riff lenti e dalle chitarre si sente per lo più un «džn džn». Non si direbbe che abbiano una grande fantasia. La voce, come nello stile delle band slam, è incomprensibile: dà sì un po’ di brutalità al tutto, ma con un vocalist così i testi diventano un’autentica nebulosa. Nonostante la poca originalità della musica dei Vulvodynia, il pubblico, che nelle prime file si agitava eccome, ha accolto la band con calore. Con la loro semplicità i Vulvodynia dimostrano che oggi non serve inventare l’acqua calda e fare chissà quali accademie per conquistare chi ascolta. La band punta su una ricetta semplice. Niente complicazioni ritmiche né virtuosismi chitarristici impegnativi. Hanno detto la loro in modo molto semplice, anche se dopo due pezzi diventa tutto piuttosto arido, perché di innovativo non si percepisce nulla.

Sui Beneath The Massacre all’inizio era circolato qualche dubbio: dopo circa otto anni di assenza riusciranno ancora a convincere? La band è nota per una musica brutale e tecnicamente tosta. Ma pare proprio che i Beneath The Massacre non abbiano mai appeso gli strumenti al chiodo. L’esecuzione è stata di una precisione chirurgica. E qui non si parla di un suonare semplice alla Vulvodynia. I Beneath The Massacre hanno mostrato di essere ancora oggi tra i principali rappresentanti del death metal tecnico brutale. Per il prossimo anno la band ha annunciato anche un nuovo album, Fearmonger, a conferma della sua attività. Con un nuovo pezzo suonato dal vivo, i Beneath The Massacre hanno dimostrato che non si sposteranno di un millimetro dalla loro strada. A distinguere la band c’è ancora il profondo growl di Elliot Desgagnés, le acrobazie chitarristiche di Chris Bradley, che piazza anche qualche astuta aggiunta atonale, mentre dall’altra parte Dennis Bradley con il suo basso potente forniva una base eccellente. Dietro le pelli ha dominato l’esperto Patrice Hamelin (Gorguts, Martyr), sempre una scelta ideale: Hamelin sa suonare veloce e tecnico. A giudicare da questa esibizione, si può confermare che i Beneath The Massacre sono più che mai in gioco.

Gli Archspire sono tornati stavolta da headliner. È senza dubbio un traguardo di primo livello per una band nota come una delle più veloci del metal. Il cantante aveva addirittura sulla schiena della maglietta la scritta «350 BPM». Ma ciò che rende speciali gli Archspire è il loro show. Certo, è tutto suonato con precisione, e sulla velocità non ha senso sprecare parole. Non sono veloci solo chitarre e batteria: lo è anche la voce del carismatico Oli Peters, che sembra usare linee hip hop a velocità assurda, solo che le fa in growl. Per questa tournée gli Archspire hanno deciso di suonare per intero l’ultimo album Relentless Mutation, uscito nel 2017. È anche il disco di maggior successo della band, quindi la scelta di eseguirlo tutto è logica. Il concerto degli Archspire non è stato lungo, ma in compenso è stato intensissimo. La band non ha mostrato segni di cedimento con nemmeno un pezzo. Il batterista Spencer Prewett blastava dappertutto, battendo record di velocità sui pedali. I chitarristi Dean Lamb e Tobi Morelli, con le loro dita rapidissime, hanno inanellato una montagna di riff veloci e tecnicamente difficili, e naturalmente non sono mancati gli assoli. A completare il tutto con le sue linee di basso ci ha pensato Jared Smith. Ma senza le battute comiche di Oli Peters, un concerto degli Archspire sarebbe solo un altro concerto di una band brutale. Invece negli Archspire c’è qualcosa di speciale che attira un pubblico più ampio.

Archspire, Beneath The Massacre, Vulvodynia e Inferi hanno regalato l’ultimo concerto dell’anno: una serata piena di brutalità, tecnica, botte e pure un po’ di melodia. Di sicuro un live vario per gli amanti del genere.

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