“Ma che ci fate ancora qui? Andate subito in tour europeo!” – Uroš Planinc Group (2010)

0 6

Luogo: Rock Cafe / Postojna / Slovenia
Data dell’intervista: 21.01.2010

Un’altra serata di musica e chiacchiere con le band al Rock Cafe di Postojna, nel quarto appuntamento live di fila targato “Epic RockLine Contest”, ha finalmente tirato fuori dalla sua tana, nella zona della Stiria slovena, anche una formazione strumentale davvero interessante, che si appoggia parecchio alla tradizione del rock chitarristico, cioè con il chitarrista al centro della scena: gli Uroš Planinc Group. Di sicuro un grande acquisto per la scena slovena, avrebbero dovuto suonare già nel programma dell’Epic RockLine Contest alla prima serata, a dicembre 2009, ma purtroppo allora hanno dovuto annullare l’esibizione…

RockLine: Qual è stata, secondo voi, la spinta principale che vi ha portato alla competizione dell’Epic RockLine?

Uroš: Il motivo principale era che volevamo suonare qui a Postojna. Di sicuro non per vincere il contest. O per pubblicare un doppio album live. Anche se, a dire il vero, non diremmo di no a nessuna delle due cose, ah, ah, ah…

RockLine: Dovevate suonare all’apertura dell’Epic RockLine contest, già a dicembre 2009, ma purtroppo non è andata. Come mai?

Uroš: È stata una storia tristissima. Mi sono beccato una brutta polmonite e ho smesso di fumare.

RockLine: Quindi la band ha risparmiato un bel gruzzolo di budget da destinare ai suoi interessi vitali? Tipo che adesso hai più soldi per qualche effetto per la chitarra e cose così…

Uroš: No. Io e Nina andiamo all’Ikea, ah, ah… Vabbè, rispondo seriamente. È successo in un periodo in cui la band stava attraversando una crisi di identità personale, a cui si è aggiunta anche una crisi creativa. La formazione non era in uno stato idilliaco in quel periodo. A gennaio, però, le cose sono cambiate. La band si è ricompattata e sono davvero contento che nel gruppo ci siano di nuovo tutti i membri originali, “tutti insieme appassionatamente”.

RockLine: Allora raccontaci qualcosa della band.

Uroš: Il gruppo l’ho battezzato col mio nome, così non mi si scioglie. Tutte le band che ho fondato e in cui ho suonato finora, Leviatan compresi, alla fine si sono sciolte. Noi in realtà siamo in giro da tre anni, ma non abbiamo combinato granché, l’album non è ancora uscito, e durante la pausa alcuni di noi hanno finito gli studi e via dicendo… insomma, la band ha una base solida e non ci sono intoppi sulle cose fondamentali, che altrimenti potrebbero frenare lo sviluppo del gruppo e, di conseguenza, mettere a rischio la sua stessa esistenza.

RockLine: È stata lunga, per te, la strada per capire che in una band non esiste democrazia e che conta solo la voce di un unico leader?

Uroš: Guarda, in fondo lo sapevo da un pezzo. Prima lo scopri, in qualche modo lo capisci, poi però devi anche riuscire a portarlo nella realtà. Con questa politica da “one man band” devi comunque trovare gente che ti ascolta e che nello stesso tempo trova abbastanza libertà creativa per seguirti, perché in una situazione del genere l’espressione musicale continua semplicemente a entusiasmarli, dà loro le ali e un senso per partecipare. A volte può essere antipatico. Dall’altra parte, però, certe regole sono definite chiaramente e, in linea di principio, non ci devono essere deroghe. Del resto, il gruppo in senso fisico va oltre i membri della formazione. Soprattutto per quanto riguarda i ruoli. Oltre a me, che mi occupo delle attività musicali, ci sono la mia ragazza Nina, che è la nostra manager, mia sorella Urška, che ci dà una mano con le foto dei concerti, Jalen, che è il nostro grafico, Tomaž, che si occupa dei video, Aleš, che tiene le scalette, e Dizi, che è il nostro segretario, il verbalizzatore. In tutto questo l’obiettivo è piuttosto semplice e penso sia anche la base che ci tiene insieme. Noi non vogliamo diventare famosi, ma vogliamo suonare dal vivo il più possibile, portare in giro la nostra musica.

RockLine: Ti sembra che il rock chitarristico, ovvero la musica strumentale come quella che fate voi, abbia ancora un futuro, oggi? Nel senso: si può ancora offrire qualcosa di fresco, diverso, stimolante con la chitarra, senza per forza muoversi sugli schemi ormai collaudati?

Uroš: Con la chitarra nel rock ha fatto tutto Jimi Hendrix, poi ci hanno aggiunto qualcosa Eddie Van Halen e Steve Vai. Il tutto suona al meglio con artisti come Joe Satriani e Carlos Santana. Se a questo aggiungi l’icona Frank Zappa, la faccenda è praticamente chiusa e non servono più filosofie profonde. Noi, nel nostro modo di suonare, lasciamo il 50% dello spazio al suonare e basta. Però, se guardiamo la musica in senso più ampio, si può sempre fare qualcosa di nuovo. Noi, per esempio, adoriamo mescolare generi diversi. Da noi puoi sentire un po’ di tutto: dallo stoner rock al jazz, al fusion, al funk. E poi vorremmo fare in modo che la nostra musica, che è strumentale, sia anche divertente. Com’era il jazz, ad esempio, nel lontano 1950, come musica strumentale, parecchio diverso da quello che facciamo noi oggi. Quella musica soddisfaceva sia i musicisti che l’ascoltavano sia il pubblico profano. Oggi invece si sta perdendo. Conta sempre di più l’aspetto esteriore, e sempre meno il feeling quando suoni. Dove la trovi oggi una nuova band che ti fa davvero godere mentre l’ascolti? E dove sono oggi, che ne so, i Led Zeppelin, se capisci cosa intendo, no? Noi cerchiamo quindi di costruire un approccio che io chiamo “rock strumentale ascoltabile”. Anche strutture musicali più complesse si possono inserire nell’espressione in modo da divertire la maggioranza. Per dire, all’inizio degli anni Novanta tutti urlavano: “Lo “shred” chitarristico è morto!”, e seguì un’ondata di “grunge”. Satriani è rimasto in piedi più a lungo e più forte. In quel periodo è tornato di nuovo e la gente lo sta riscoprendo. Ma dove sono oggi tutti i grungers? A parte i Pearl Jam, che oggi, diciamocelo, suonano un rock parecchio diverso rispetto all’inizio dei Novanta, non ce n’è più traccia.

RockLine: Sei uno dei pochi che non è solo un chitarrista eccellente, ma è riuscito a sviluppare anche una presenza scenica super coinvolgente, una vera performance da protagonista, tanto che sul palco non sembri una “statua impettita” e il concerto risulta dinamico e divertente. Alle band slovene in genere manca proprio questo. Quando e come hai sviluppato questo aspetto dell’immagine della band Uroš The Planinc Group?

Uroš: Eh, viene con l’esperienza. All’inizio ero molto severo con gli altri. Ai candidati che avrebbero suonato con me facevo ascoltare vecchie registrazioni, anche quelle dei gruppi precedenti, e mettevo in chiaro: “Così e non altrimenti”. Oggi invece prima chiedo alla persona e la ascolto, la lascio dire cosa pensa della musica con cui voglio entusiasmarla perché si unisca a noi.

RockLine: Immagino che dall’estero siano già arrivate delle reazioni promettenti.

Uroš: In Austria ci accolgono benissimo e spero che potremo tornare a suonarci sui palchi. In pratica una volta ci hanno anche stuzzicato, tipo: ma che ci fate ancora qui? Andate subito in tour europeo!

RockLine: Jimi Hendrix una volta rielaborò Star Spangled Banner, e Uroš Planinc ha fatto lo stesso con Zdravljico. Mi sembra un’idea fantastica e una mossa rappresentativa, grazie alla quale il nome della vostra band può radicarsi bene tra gli sloveni, insomma, un ottimo marchio commerciale.

Uroš: Beh, a volte qualcuno lo faccio anche arrabbiare, ma ci trovo un sacco di piacere. Suono sempre questo pezzo in modo diverso. Okay, so dove sta il perimetro della melodia di base. Poi mi ci adatto solo con trucchi di improvvisazione. E come dico io: mi dà un piacere unico. Già solo per la forte identificazione con il brano. È l’inno sloveno, dopotutto.

RockLine: Quando possiamo aspettarci l’esordio in studio della vostra band?

Uroš: Eh. Di recente abbiamo conosciuto una persona davvero in gamba, il proprietario dell’etichetta Front Records, Dušan Hedl, che salutiamo con l’occasione. Quest’etichetta esisteva già negli anni Ottanta e ora lui l’ha in qualche modo rilanciata. Con lui abbiamo un accordo per pubblicare l’album da lui, perché ha scoperto il nostro potenziale quando gli abbiamo fatto sentire la musica. Per il resto, abbiamo registrato 10 brani per l’album, ne manca ancora uno da registrare, quindi alla fine sull’album ci saranno 11 pezzi in tutto. Sarà molto vario dal punto di vista musicale. E sarà registrato interamente nel nostro studio di casa. Al mix penserà Tomaž Dovžan. Se tutto va bene, l’album uscirà quest’anno, a cavallo tra primavera ed estate.

intervista a cura di: Aleš Podbrežnik & Tomo Jurca

testo curato da: Aleš Podbrežnik

foto: Martin Prezelj

Galleria fotografica

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie