Magnum: The Serpent Rings

0 744

Data di uscita: 17.01.2020
Etichetta: Steamhammer Records/SPV
Produzione: Tony Clarkin
Durata: 59:36
Genere: art rock/melodic rock/hard rock
Voto: 8.5/10

«The Serpent Rings» è il primo album degli art/heavy rocker inglesi Magnum con il nuovo bassista Dennis Ward (Unisonic, ex-Pink Cream 69) e, allo stesso tempo, il loro ventunesimo lavoro in studio. Il bassista e produttore americano, che ha preso il posto dello storico bassista Al Barrow, in realtà era già un ‘vecchio amico’ della band, visto che si era occupato della produzione di «Immortal» (2008), l’album solista del cantante dei Magnum Bob Catley. La copertina, che ancora una volta strizza l’occhio a un sacco di vecchie cover dei Magnum, è stata disegnata di nuovo dal collaboratore di lunga data della band Rodney Matthews, mentre i testi sono, come da tradizione, tutti opera del chitarrista Tony Clarkin, che insieme a Catley è l’unico membro originale di questa longeva band inglese.

Va detto subito che il tastierista Rick Benton, arrivato nel 2017 al posto dello storico membro Mark Stanway, è ancora una volta la forza motrice e rinfrescante di «The Serpent Rings», proprio come lo era già nel predecessore «Lost on the Road to Eternity» (2018). I suoi arrangiamenti di synth in stile ‘retro anni Ottanta’ pescano spesso da alcune imprese del suo predecessore di quegli anni, quando i Magnum erano al loro apice creativo. Le sue qualità alle tastiere sono fondamentali perché la maggior parte dei pezzi di «The Serpent Rings» non risulti noiosa o, magari, non finisca nella categoria ‘trito e ritrito’.

Le parti di chitarra di Clarkin sono la principale fonte di stabilità sonora, ma sono un po’ standard e, a parte rari momenti di maggiore ispirazione, non regalano grandi picchi di innovazione. Le linee di basso melodiche di Ward hanno ravvivato un po’ la solida intesa ritmica con il batterista Lee Morris, e non possiamo che sperare che questo duo non abbia vita breve. Il difetto più grosso degli attuali Magnum è ancora una volta la voce logora di Catley, che negli ultimi anni i Magnum riescono bene o male a ‘rattoppare’ con vari trucchetti da studio, ma il declino vocale di un cantante un tempo eccellente si sente comunque spesso, e troppo di frequente ricorda solo una pallida ombra di sé stesso.

L’arrangiamento centrale, con tanto di frase di chitarra portante, in «Where Are You Eden», dove a colpire di più è la creatività sinfonica di Benton, ricorda molto il classico dei Magnum «Vigilante», ma le somiglianze finiscono lì, e lo stesso vale per il ritornello epico, che è solido ma sarebbe venuto fuori alla grande se Catley fosse stato nella sua forma vocale di un tempo. «You Can’t Run Faster Than Bullet» è un pezzo più hard rock che, a parte le ottime texture di synth e l’assolo di chitarra da manuale di Clarkin, suona un po’ generico. «Madman Or Messiah» si distingue per il suono ‘retro anni Ottanta’ e un ritornello splendido che riporta ai tempi in cui i Magnum erano una superpotenza del melodic rock. Ci è voluto un bel po’ di ‘stiratura’ in studio perché stavolta la voce di Catley venisse fuori piuttosto solida.

Anche «The Archway of Tears» a tratti suona come qualcosa di un’epoca ‘preistorica’, quando davanti ai Magnum si stagliava l’Olimpo del melodic rock, ma solo fino a quando la voce di Catley, che nei ritornelli è per lo più ben coperta dalle linee vocali di accompagnamento, ‘trema’ sotto uno sforzo eccessivo. «Not Forgiven» ha un inizio lento e poco entusiasmante e un ritmo un po’ ripetitivo, ma anche un buon ritornello a più voci, arrangiamenti sinfonici di qualità e persino un breve esperimento con armonie vocali multiple in stile Queen. L’epica title track, che anche grazie al testo di Clarkin ricorda il periodo in cui i Magnum erano sinonimo di ponte tra il rock e i mondi (non per forza letterari) della fantasy epica, soprattutto grazie alla parte centrale condita di art rock, è uno dei momenti migliori del disco. Il prog rock è una cosa di cui oggi si parla piuttosto di rado in relazione ai Magnum, nonostante le loro radici nel progressive, eppure, grazie a Benton, era da un pezzo che non sfornavano arrangiamenti sinfonici così eclettici come su «The Serpent Rings».

«The Last One On Earth» si distingue per l’atmosfera epica, i possenti passaggi di chitarra e una durata giusta giusta. «House of Kings» è un’altra sorpresa sperimentale molto positiva, perché tra le robuste parti di chitarra nasconde timidissimi elementi jazz di synth e piano. «The Great Unknown», che è quasi il prototipo dello standard Magnum e quindi un potenziale pezzo fisso dal vivo, fa salire con successo l’atmosfera epico-drammatica per tutta la durata. «Man» ha un’intro di synth che è quasi una copia di quella dell’evergreen «How Far Jerusalem», ma dopo il primo passaggio prende sfumature più originali. Il trionfo epico finale, «Crimson On the White Sand», si apre con drammatici arrangiamenti di piano e poi si trasforma in un altro pezzo di qualità che, per il forte sapore nostalgico, piacerà alla maggior parte dei fan di lunga data.

«The Serpent Rings» è un lavoro molto simile al predecessore, il che significa che i Magnum con questo disco riescono benissimo a rievocare la magia del loro periodo migliore (gli anni Ottanta), ma allo stesso tempo, nonostante i numerosi ‘ritocchi’, non possono nascondere il declino vocale di Catley. La ‘star’ principale è di nuovo il tastierista Benton, il cui arrivo era evidentemente necessario perché le cose tornassero un po’ più movimentate e interessanti. Anche se oggi i Magnum non sono più una garanzia di innovazione, figuriamoci di forma vocale perfetta, i loro lavori in studio, che puntano in larga parte sulla nostalgia dei fan di lunga data, contengono ancora tantissimi momenti che rimandano ai ‘bei vecchi tempi’. In Germania, dove «The Serpent Rings» ha raggiunto addirittura il miglior piazzamento in classifica di tutti gli album dei longevi art/melodic rocker, non hanno mai goduto di una popolarità come quella di adesso, il che è un incentivo in più perché Catley e Clarkin non chiudano tanto presto la loro avventurosa e movimentata saga Magnum.

Recensione di: Peter Podbrežnik

Tracklist:
1. Where Are You Eden? (5:37)
2. You Can’t Run Faster Than Bullets (5:40)
3. Madman or Messiah (5:18)
4. The Archway of Tears (6:21)
5. Not Forgiven (5:48)
6. The Serpent Rings (6:47)
7. House of Kings (4:46)
8. The Great Unknown (5:27)
9. Man (5:31)
10. The Last One on Earth (5:35)
11. Crimson on the White Sand (4:53)

Magnum:
Bob Catley – voce
Tony Clarkin – chitarra
Dennis Ward – basso
Rick Benton – tastiere
Lee Morris – batteria

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie