Maiden England al Kalemegdan (2014)!
Autore: Rok Klemše
Foto: Nina Grad
Luogo: Kalemegdan / Belgrado / Serbia
Data del concerto: 17.06.2014
Spettatori: 20.000
Prezzo del biglietto: 42,75€ (fan pit)
Nell’aprile 1988 gli Iron Maiden si sono lanciati in quella che era, fino ad allora, una delle loro tournée più grosse, il Seventh Tour of a Seventh Tour, con cui portavano in giro il nuovo apice della loro discografia di allora, Seventh Son of a Seventh Son. Questo colossale tour, durato più di mezzo anno e in cui la band si è mostrata senza dubbio al top della forma, si è chiuso dopo 98 concerti, e il suo testamento è diventato il live Maiden England, registrato dalla band nel novembre 1988 a Birmingham. Due anni fa gli Iron Maiden hanno deciso di far rivivere quel capitolo importante della loro storia con il Maiden England World Tour 2012-2014. Le ruote del tour hanno cominciato a girare nel giugno 2012 negli USA e ora la fine è dietro l’angolo: l’ultimo concerto i giganti dell’heavy metal lo suoneranno il 5 luglio al Sonisphere festival a Knebworth. In una delle ultime date del tour gli Iron Maiden si sono fermati ancora una volta a Belgrado, nella cornice idilliaca della fortezza di Kalemegdan, che sta praticamente in pieno centro ma allo stesso tempo ne è isolata, e offre così tanti angoli tranquilli. Uno di questi si trova sotto le mura, alla confluenza di Sava e Danubio, che stavolta però di tranquillo non aveva proprio niente, anzi, era dannatamente rumoroso, perché le folle si stavano già accalcando sotto il palco.
Alle sette e mezza a guidare la congregazione raccolta in un’orgia di heavy metal satanico ci hanno pensato i cattivoni svedesi Ghost. Sulle note di un malvagio intro sinfonico sono saliti sul palco tutti e cinque i Nameless Ghoul, seguiti dal capo della chiesa Ghost e stella del palco, Papa Emeritus II, che si è beccato subito un boato di applausi e fischi di approvazione. Per cominciare i Ghost ci hanno spinti nell’anno uno, l’anno della nascita dell’Anticristo, con Year Zero, e hanno avvolto il Kalemegdan in una fitta atmosfera sinistra di heavy metal, o meglio rock, retrò intriso di temi diabolici e occulti. A sostenerla c’è la presenza scenica degli spettri strumentisti, e ancor più l’udienza papale di Papa Emeritus, che con la sua voce dolcemente ingannevole e i gesti teatrali ruba tutta l’attenzione. Il pubblico serbo l’ha apprezzato ancora di più per i numerosi discorsi in serbo. Purtroppo la voce era piuttosto mal amplificata e i testi blasfemi non sono arrivati come dovrebbero, in compenso la formazione strumentale a cinque si è fatta valere, soprattutto i chitarristi con riff semplici ma potenti e il batterista, che da un set di batteria minimale ha tirato fuori davvero tantissimo. I Ghost hanno ricevuto un’accoglienza piuttosto calorosa, il che per un gruppo spalla degli Iron Maiden è più l’eccezione che la regola, ed è davvero curioso vedere che agli svedesi è riuscito di rendere così popolari Satana, Lucifero e il male che vecchi e giovani cantano a squarciagola versi come »Lucifer/We Are Here/For Your Praise/Evil One« e simili. I Ghost hanno salutato il Kalemegdan, che lentamente stava già sprofondando nel buio, con Monstrance Clock, l’hit dell’album Infestissumam. Papa Emeritus II al soglio pontificio!
Mentre si preparava il palco per i Device, a intrattenere tra le nuvole con le sue acrobazie ci ha pensato un Pilatus, e con il passaggio dal giorno alla notte le mura del Kalemegdan sono state illuminate dai riflettori, regalando al concerto una scenografia davvero mozzafiato. Il pubblico è esploso quando dagli altoparlanti è partito il classico annuncio del concerto, l’inno degli UFO Doctor Doctor, e gli ultimi freni sono saltati alla frase »Seven deadly sins/Seven ways to win/Seven holy paths to hell/And your trip begins«, quando il nostro viaggio di un’ora e mezza è partito con un’apertura spettacolare, l’indimenticabile classico di Seventh Son Moonchild. Dagli Iron Maiden ci siamo ormai abituati (e viziati) ad aspettarci solo performance di altissimo livello, e quella di Belgrado, da questo punto di vista, non ha fatto eccezione. La band è partita a razzo dalla prima nota in uno show furioso, pieno di acrobazie heavy metal e incoronato da un’energia fenomenale di tutti quelli sul palco. Ed è proprio questa la qualità che ha issato i Maiden tra i più grandi, dove restano ancora oggi, nonostante i membri della band si stiano ormai seriamente avvicinando all’autunno della vita. E pur in età rispettabili, Bruce, Steve, Adrian, Dave, Nicko e Janick con la sinistra mettono nel sacco gente che ha la metà dei loro anni. A interrompere questa prestazione impeccabile è stata solo l’introduzione armonica un po’ sbagliata di Can I Play With Madness, ma per il resto nel live set dei Maiden semplicemente non c’è spazio per gli errori, nonostante sul palco succeda di tutto di continuo: non solo scatenamenti da ragazzini, ma anche il cambio continuo dei backdrop, giochi di luce da restare a bocca aperta, esplosioni pirotecniche e, ovviamente, Eddie! L’immortale mascotte stavolta appare in ben tre incarnazioni: durante Run to the Hills balla con Janick nei panni del generale Custer, nella parte più epica del concerto, i dieci minuti da-pelle-d’oca-e-orgasmo di Seventh Son of a Seventh Son, dietro a Nicko si alza l’Eddie scrivano, e a chiudere la parte regolare, durante Iron Maiden, compare l’Eddie più imponente, quello della copertina dell’album Seventh Son.
Rispetto alla prima parte del tour la band stavolta ha rimescolato un po’ la scaletta. Al posto di Afraid To Shoot Strangers ha entusiasmato l’eccezionale Revelations, il concerto si è chiuso con Sanctuary invece che con Running Free e, purtroppo, per un motivo ignoto è saltata la splendida The Clairvoyant. Ciò nonostante gli Iron Maiden hanno corso da un hit all’altro in forma smagliante, sia strumentale che vocale. Proprio Bruce è quello che ha dimostrato che gli anni non gli fanno proprio niente, perché è ancora capace di una prova vocale incredibile, sia con la voce vellutata di registro medio sia con le urla da sirena »air raid« nelle note alte. Solo in Aces High (comprensibilmente) non ce la fa più con le note estremamente alte, che infatti sono intonate più in basso, ma non dà fastidio. Sulla formazione strumentale a cinque sprecare parole sarebbe inutile, perché l’intreccio dei loro strumenti è perfetto fino al midollo, come si vede al meglio nei momenti migliori del concerto, l’indimenticabile epopea Phantom of the Opera, e ancor più negli attimi senza tempo di Seventh Son of a Seventh Son, dove tra passaggi strumentali, intreccio di armonie di chitarra e l’impeccabile interpretazione vocale di Bruce (con il ciuffetto alla Danzig, eheh) i brividi correvano su e giù per il corpo. Ancora una volta l’addio è arrivato troppo presto, stavolta con una Sanctuary allungata, e a salutarci l’immancabile Always Look On the Bright Side of Life dei Monty Python, e fischiettando verso la macchina con addosso le impressioni di un concerto ottimo, anche se davanti hai ancora cinque ore di viaggio e poi otto ore di fatica, alla vita si guarda davvero più facilmente dal lato positivo.
Scaletta
GHOST:
1. Year Zero
2. Con Clavi Con Dio
3. Prime Mover
4. Stand By Him
5. If You Have Ghosts
6. Ritual
7. Monstrance Clock
IRON MAIDEN:
1. Moonchild
2. Can I Play With Madness
3. The Prisoner
4. 2 Minutes To Midnight
5. Revelations
6. The Trooper
7. The Number of the Beast
8. Phantom of the Opera
9. Run to the Hills
10. Wasted Years
11. Seventh Son of a Seventh Son
12. Fear of the Dark
13. Iron Maiden
— bis —
14. Aces High
15. The Evil That Man Do
16. Sanctuary
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