Master Of Puppets
Autore: Sandi Sadar Šoba
Artista: Metallica
Etichetta: Vertigo Records
Uscita: 1986
Durata: 54:45
Voto: 5/5
Metallica sono dei! Beh, almeno negli anni Ottanta erano i despoti indiscussi del metal, e il merito, senza nessuna esagerazione negli elogi, va a una serie di dischi pazzeschi che mostravano talento fuori scala, ispirazione e soprattutto il fatto che allora quei ragazzini avevano un po’ meno di quella tiepida arroganza che oggi viene servita servilmente nelle orecchie della gioventù ingenua. Lasciamo perdere! Buttiamoci piuttosto nella polpa succosa di un disco che ha lasciato a bocca aperta più di un critico, e che noi, appassionati di suoni più duri un po’ più attempati (o almeno vagamente da vecchietti), ci siamo goduti venerando in branco il più grande gruppo metal del nostro tempo. Eravamo impigliati nei fili di musicisti più grandi della vita, che tenevano il mondo in pugno; il capolavoro che ha stregato tutti si chiama Master Of Puppets. I Metallica, invece di fare passettini, hanno fatto solo tre salti giganteschi per diventare l’asse portante del mondo metal.
Senza dubbio il metal non sarebbe quello che è se quei quattro ragazzini, subito dopo lo strepitoso exploit di Kill ‘Em All, uscito nel 1983, invece di pensare a capigliature scintillanti, tonnellate di pelle inutile e sbruffonate da posers non avessero deciso di limare le proprie abilità musicali.
https://www.youtube.com/watch?v=_z-hEyVQDRA
L’anima della band si è formata poco a poco, a forza di sudare sui palchi. James Hetfield ha sviluppato il suo inconfondibile approccio ritmico, un amore virile con la chitarra, sostenuto da un baritono graffiante fuori dal comune. All’epoca si contavano sulle dita di una mano i talenti solisti capaci di versarti nelle orecchie assoli che lì sarebbero rimasti, invece di limitarsi a dita veloci e masturbazione sonica. I Metallica un genio così ce l’avevano, e si chiamava (e si chiama ancora) Kirk Hammett. Dietro le pelli si è imposto il formidabile tuonatore e provocatore Lars Ulrich, mentre il trendsetter metal del quartetto infernale era l’innovatore del basso Cliff Burton. E questo disco è un monumento colossale che, come canto del cigno di Burton, morto tragicamente poco dopo in un incidente di pullman, mette in primo piano tutte le qualità di un classico del thrash metal e brucia dolcemente senza tempo anche oggi, più di un quarto di secolo dopo.
https://www.youtube.com/watch?v=VzD0cOqOsmY
Un passo avanti rispetto al precedente, eccezionale Ride The Lightning, che solo due anni prima aveva scosso la comunità musicale, è stato fatto in direzione di una serie di testi pazzeschi, musica epicamente solida e produzione bella grassa, e il terzo disco dei Metallica è arrivato dritto in cima alle classifiche, nonostante i passaggi radiofonici rarissimi. I Metallica hanno superato se stessi senza tenere a freno quell’ondata armonica di rabbia e cuore che esplode dalle casse già con la golosa apertura acustica dell’intro di Battery e annuncia un viaggio divino di 55 minuti nel mondo di un thrash quasi epico e progressivo. Ogni pezzo del disco convince fino in fondo ed è un picco d’ascolto a sé. Batterry ha un’atmosfera dolcemente romantica all’inizio, che dopo lo spegnersi dei suoni acustici iniziali versa sulle fiamme galloni di cherosene del cuore. Il pezzo cambia tempo come se Hetfield e soci volessero stabilire un nuovo record di accelerazione. “Lashing out the action, returning the reaction / Weak are ripped and torn away / Hypnotizing power, crushing all that cower / Battery is here to stay / Smashing through the boundaries / lunacy has found me / cannot stop the Battery / Pounding out aggression / turns into obsession / cannot kill the Battery / Cannot kill the family / Battery is found in me” sono parole zuccherose con cui Hetfield ti convince al primo colpo, e a darti un ulteriore motivo per un SÌ infinito c’è una serie di assoli fenomenali e piazzati con criterio. L’assenza di compromessi prosegue nell’hit bombastico del suo tempo, la title track Master Of Puppets. È quasi impossibile credere che i Metallica ci regalino otto minuti e mezzo di rabbia pura. “Master of Puppets I’m pulling your strings / Twisting your mind, smashing your dreams / Blinded by me, you can’t see a thing / Just call my name, ‘cause I’ll hear you scream / Master” tuona la voce furiosa di James, che da grande predicatore fa i conti con le dipendenze e con l’incatenamento delle persone ai ceppi della moderna schiavitù volontaria. Il cuore parte in quarta dopo il secondo ritornello, quando Hammett e Hetfield si agganciano in un colossale mostro melodico e sputano serie di dolcissime note di chitarra. Il testo prende sfumature oscure ed è tempo di un nuovo regolamento di conti furioso con una serie di demoni scuri, di quelli che ti fanno dimenticare completamente il tempo. Un pezzo che, nonostante la durata, non ti annoia nemmeno per un attimo e finisce quasi troppo in fretta, e tu all’improvviso ti ritrovi nel mondo del racconto Shadow Over Innsmouth, scritto dalla penna dell’inquietante e demonicamente affascinante scrittore H.P. Lovecraft. The Thing That Should Not Be affonda il colpo con un tempo lento e medio-scorrevole, perché i Metallica vogliano descrivere tutta la claustrofobia della lotta di Lovecraft contro le legioni ultraterrene di creature delle tenebre. La chiave della salvezza è la fede nella propria luce interiore. “Not dead which eternal lie / stranger aeons Death may die / drain you of your sanity / face The Thing That Should Not Be” chiama alla resa dei conti con le apparizioni profane, per poi salpare verso il romanzo di Ken Kesey Qualcuno volò sul nido del cuculo. La combinazione perfetta di chitarre divine, basso pesante e carezzevole e splendida risonanza dei tamburi evoca una nuova vignetta, l’orizzonte mentale schiarito dalle droghe di Welcom Home (Sanitarium). “Welcome to where time stands still / No one leaves and no one will / Moon is full, never seems to change / Just labeled mentally deranged / Dream the same thing every night / I see our freedom in my sight / No locked doors, No windows barred / No things to make my brain seem scarred”d here, Greeting Death / He’s yours to take away” fa salire la bellezza della sensazione di elevazione, e dopo il cibo per il cervello arriva anche il cibo per le orecchie e per l’anima, con spessi strati di musicalità. Meno centrato, ma assolutamente non il lato più debole dell’offerta dei Metallica, è il pezzo Disposable Heroes, che in otto minuti rafforza la presa d’acciaio con un drumming davvero eccezionale di Ulrich, e in cui l’ondata di sentimento antimilitarista, invece di infilare fiori nei cappelli dei soldati, sceglie un richiamo più diretto e virile ad alzare il dito medio, con una critica al sistema che sfrutta ragazzi giovani e sani come baluardo dei propri ideali marci. “Soldier boy, made of clay / Now an empty shell / Twenty one, only son / but he served us well / Bred to kill, not to care / Do just as we say / Finishe annuncia il futuro e un pezzo come One ancora prima del suo tempo. Il seguito non spegne la passione, perché Leper Messiah mostra dei Metallica con un set di melodie completamente fresco e il talento di unire la critica a testi più sapienti. È il momento di inchinarsi ai redentori lebbrosi, per poi ricevere uno dei brillanti principali del disco, l’incredibile strumentale Orion, con cui i ragazzi superano tutte le aspettative, già stiracchiate fino all’osso. Otto minuti senza inutile spreco di energie in parole dicono più di un compendio di sapere, con una sfogo musicale di emozioni sfacciato. La struttura del pezzo è complessa, la spina dorsale del brano poggia sull’orbita intergalattica distorta ed elettrizzata del basso minimalista ma efficace di Burton. Un paio di note come spartiacque tettonico incollano una serie di assoli eccezionali e di dinamica brutale in un’unica massa compatta, tanto che a metà del pezzo ci becchiamo uno dei migliori sfoghi di genialità solista di un bassista. Il cuore si strappa e ribolle al pensiero che questo straordinario visionario e poeta della musica sia morto pochi mesi dopo l’uscita del disco, e Orion è la più bella dedica alla vita e al lavoro di questo importante fondatore del metal moderno. L’atto conclusivo del viaggio è racchiuso in una perla del classico thrash, Damage, Inc., dove, oltre a un solido staccato di chitarra, a brillare è stato il talento danese dietro le pelli, il signor Lars Ulrich. Una mandria in corsa di cinque minuti che sbriciola tutto quello che trova davanti. “Fuck it all and fucking no regrets / Never happy endings on these dark sets / All’s fair for Damage Inc. you see / step a little closer if you please” chiama nelle prime file i più coraggiosi, e la fatica viene ripagata fino all’ultimo ritornello e all’ultimo spegnersi di riff di chitarra pazzeschi che tuonano dolcemente anche grazie alla raffinata produzione di Flemming Rassmussen, l’uomo che per i Metallica ha fatto quello che Rubin ha fatto per gli Slayer.
https://www.youtube.com/watch?v=6stlBbXCD7I
Monolite di un passato eroico, il croccantemente splendido Master Of Puppets rappresenta una sorta di spartiacque e l’addio al sottosuolo, con il disco And Justice For All. I Metallica non sono più stati così solidi come nell’anno dell’addio di Burton al mondo fisico, almeno non di carattere e di spirito, perché gli anni che pure hanno portato benessere economico hanno derubato il gruppo di senso, rabbia e, cosa peggiore, di musicalità autentica e sfrenata, ed è per questo che Master Of Puppets può essere letto come il penultimo atto di ispirazione primordiale e pura essenza di genialità. I Metallica rappresentano qui la pietra angolare per le generazioni future di musicisti, per la loro sincera generosità, per l’amore per la fatica, ma soprattutto per la sincera fede nel metal. Erano giovani, ribollivano di ambizioni, sì, erano un po’ ingenui, ma avevano un set di idee musicali così travolgenti che almeno il mio mondo musicale e la mia percezione di ciò che ascolto non sono mai più state le stesse. I Metallica hanno portato catarsi, artismo, trascendenza e una forza che ispira e dà senso alla mia quotidianità, e per questo regalo inestimabile, nonostante le delusioni successive, posso solo ringraziarli di cuore e, mantenendo vivo il ricordo dei tempi in cui sulla terra camminavano ancora gli dei del metal, mi immergo ritualmente e ancora piuttosto spesso nel mare di suoni del classico della mia giovinezza: il disco Master Of Puppets. Tutto il resto può essere solo pallida approssimazione e surrogato marcio!
Formazione
James Hetfield – voce, chitarra ritmica, chitarra acustica
Kirk Hammett – chitarra solista
Cliff Burton – basso, cori
Lars Ulrich – batteria
Produzione
Metallica & Flemming Rasmussen
Tracklist
1. Battery
2. Master of Puppets
3. The Thing That Should Not Be
4. Welcome Home (Sanitarium)
5. Disposable Heroes
6. Leper Messiah
7. Orion (Instrumental)
8. Damage, Inc.