Master Of The Rings
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Helloween
Etichetta: Castle Communications
Uscita: 1994
Durata: 50:12
Voto: 4/5
Nel 1993 i campioni tedeschi del power metal Helloween erano a terra sul piano creativo, morale e commerciale, e sembrava che ci sarebbero rimasti per sempre. I loro due album altamente controversi, »Pink Bubbles Go Ape« (1991) e »Chameleon« (1993), usciti per il gigante discografico EMI, non avevano portato il successo commerciale sperato. A parte il fatto che quasi tutti i membri della band in quel periodo erano ai ferri corti tra loro, »Chameleon«, con i suoi esperimenti di rock progressivo e pop, aveva allontanato anche una bella fetta della base metal più tradizionalista. Il cantante di allora, Michael Kiske, con i suoi atteggiamenti problematici da ‘star’ e i gusti musicali completamente diversi, creava spaccature tra i membri, mentre il problema ancora più grosso era il batterista originale Ingo Schwichtenberg, che aveva iniziato a perdere la battaglia contro droga e alcol. Dopo un grosso incidente legato alla droga è stato sbattuto fuori dalla band e il suo sostituto (temporaneo), a metà del tour di »Chameleon«, è diventato Richie Abdel-Nabi, un batterista di ripiego piuttosto goffo, che non è mai riuscito (o forse semplicemente non aveva voglia) a imparare a suonare la maggior parte del repertorio degli Helloween.
Subito dopo la fine di quel tour catastrofico, durante il quale avevano perso un’altra bella fetta di fan, il chitarrista originale Michael Weikath, il suo compare alla sei corde Roland Grapow e il bassista Markus Grosskopf hanno preso la decisione fatale: cacciare Kiske e riportare gli Helloween, nel disco successivo, sui vecchi, amati e pretesi binari sonori del power metal, da cui il problematico cantante li stava allontanando sempre di più. Il sostituto alla voce lo hanno trovato in modo sorprendente in Andi Deris, ex cantante dei rocker melodici tedeschi Pink Cream 69, che proprio in quel momento era in rotta con gli altri membri della band e che quindi è arrivato negli Helloween come il cacio sui maccheroni. Weikath aveva già corteggiato Deris di nascosto dopo l’uscita del completamente fallimentare »Pink Bubbles Go Ape«, ma allora lui era ancora un membro giurato dei Pink Cream 69. Il nuovo batterista l’hanno trovato in Uli Kusch, ex membro dei Gamma Ray, il che significa che, sotto la guida di Kai Hansen, aveva già un po’ di esperienza con l’eredità degli Helloween ed era un sostituto più che adatto per lo sfortunato Schwichtenberg.
Con il loro sesto album in studio, »Masters of the Rings«, uscito nel 1994, gli Helloween volevano tornare a suonare esattamente dove si erano fermati dopo i due capolavori power metal di »Keeper of the Seven Keys«, e almeno in parte ci sono riusciti, il che da solo ha superato ogni aspettativa: questo progetto è stato uno dei ritorni più riusciti sulla scena metal. Deris, vero, non aveva una voce del calibro tecnico di Kiske, ma ha compensato alla grande con la sua personalità vocale, una certa eclettica varietà e un carisma tutto suo, in cui non mancava nemmeno un po’ di umorismo (nero), di cui gli Helloween avevano un bisogno disperato per resuscitare il loro inconfondibile stile ‘happy Helloween’. »Master of the Rings« ha sfornato ben quattro singoli: »Where the Rain Grows«, »Perfect Gentleman«, »Mr. Ego« (Take Me Down)« e »Sole Survivor«, a testimonianza eloquente della ritrovata ambizione del gruppo, che dopo la storia fallimentare con la EMI era passato a una piccola etichetta satellite, la Raw Power.
Che gli Helloween volessero far rivivere almeno un po’ della magica atmosfera e della mitologia di »Keeper of the Seven Keys« lo dicono già la copertina dell’album e la sua natura semi-concettuale: il custode delle sette chiavi, dopo aver sconfitto con successo il demone, diventa ora il signore dei sette anelli dell’equilibrio cosmico, con cui potrà portare avanti la sua eterna lotta contro il male. Oggi in giro ci sono tonnellate di band power metal con messaggi quasi-concettuali e fiabeschi più o meno disperatamente dozzinali, ma solo gli Helloween sono sempre stati del tutto genuini e sinceri in questo gioco, e in più hanno smorzato il tutto con il loro umorismo inconfondibile.
Deris si è portato dai Pink Cream 69 un forte spirito compositivo melodico, che ha iniettato nel power metal classico degli Helloween anche un po’ di fascino hard rock/AOR, soprattutto nei pezzi in cui il carismatico cantante ha lasciato la sua impronta, ovvero proprio i primi tre dell’album, se non contiamo l’introduzione strumentale di Weikath, »Irritation«. Questo assolo di chitarra classicheggiante, accompagnato da ornamenti orchestrali programmati firmati dai vecchi amici degli Helloween, il tastierista Jörn Ellerbrock e l’ottimo produttore Tommy Hansen, prepara una splendida entrata per la bomba energetica intitolata »Sole Survivor«, dove gli Helloween comunicano subito e con successo di essere ‘tornati’, cioè di respirare di nuovo power metal a pieni polmoni e che adesso può cominciare un’era completamente nuova. I passaggi di batteria cataclismatici di Uli Kusch sono almeno al livello del suo predecessore, mentre il momento della verità, per tutti quelli che non riuscivano a digerire l’addio di Kiske, arriva quando Deris dimostra di essere più che un degno successore della ‘leggenda con i problemi’: con la sua straordinaria carica vocale conquista senza fatica il cuore anche dei puristi metal più irriducibili. Il nuovo cantante brilla in particolare nel ritornello altamente melodico, che sembra fatto apposta per il suo approccio vocale di derivazione hard/melodic rock, mentre i due chitarristi sfoderano una vera pleiade di armonie di gusto, che ricordano di nuovo i ‘bei vecchi tempi’ degli anni Ottanta.
Anche l’ottima »Where The Rain Grows«, segnata da un riff di chitarra inconfondibile e dai passaggi classicheggianti di Grapow, che dimostrano chiaramente come questo maestro della chitarra potesse finalmente scatenarsi del tutto, è dotata di un potente ritornello melodic rock. Lo scambio di assoli tra Weikath e Grapow è eseguito in modo estremamente intelligente, mentre l’atmosfera epica è completata con efficacia da un altro testo autobiografico, che parla del ritorno sulla scena dei ‘perduti’ dopo essere finiti nella ‘zona piovosa’. Il momento da star di Deris su »Master of the Rings« potrebbe essere forse »Why?«, senza dubbio una delle composizioni più innovative dell’album, con arrangiamenti acustici di gusto, armonie di chitarra fluide e un ritornello trionfante. »Mr. Ego (Take Me Down)«, in cui Grapow nel testo si prende in giro i problemi di ego di Kiske, è per lo più in tempo lento, ma resta un’impresa sorprendentemente divertente, con una svolta ritmica a sorpresa nell’ultima parte, un po’ più sperimentale. Anche qui, nonostante il dominio delle ramificate e grintose linee di chitarra dei due chitarristi, si sentono sullo sfondo linee di sintetizzatore, presenti nella maggior parte dei pezzi di »Masters of the Rings«: un’altra bella novità con cui, per la gioia dei fan tradizionalisti, non hanno comunque esagerato.
Uno dei momenti più divertenti dell’album è anche la burla sociale »Perfect Gentleman«, che vanta un arrangiamento centrale molto interessante e un ritornello altamente melodico, mentre Deris, con il minimo aiuto della seconda voce di Grapow, brilla ancora una volta con il suo spiccato carisma canoro e la sua eclettica varietà. Ancora una volta, nel testo e tra i vari scherzosi effetti sonori, si sente quell’inconfondibile umorismo alla Helloween, tipo birichino, che non può mancare in nessuno dei loro album. Quanto a trovate scherzose e inventiva, però, il vincitore assoluto della ‘giostra per bambini’ degli Helloween è da sempre la simpaticissima »The Game Is On«, in cui l’autore del pezzo, Weikath, si è rivelato un grande appassionato di videogiochi. Non sorprende quindi che non manchino gli spiritosi effetti sonori pescati direttamente dalle vecchie console a 8 e 16 bit come NES, SNES e Game Boy, mentre uno dei versi allude alle avventure del famoso idraulico coi baffi di origine italiana nel regno dei funghi e delle tartarughe. Il ritornello nostalgico, i già citati effetti elettronici e l’atmosfera allegrona riporteranno più di uno, riascoltandolo, con lo spirito agli anni dell’infanzia.
»Secret Alibi«, dove positività e malinconia si mescolano con successo, contiene un potente riff hard rock, e così la voce di Deris qui si trova di nuovo a meraviglia e stavolta tocca anche qualche nota più alta. Va detto che Deris non ha mai voluto imitare l’approccio ‘operistico’ di Kiske, anche se negli anni successivi la sua voce è migliorata in modo incredibile anche dal punto di vista tecnico. Lo scambio di improvvisazioni chitarristiche è di nuovo una vera festa per le orecchie e stavolta a entusiasmare è soprattutto l’eterno classicista Grapow, a cui ‘spuntano’ di nuovo ‘le ali’. Anche »Take Me Home« ha un’introduzione (per gli standard degli Helloween) del tutto non convenzionale, con improvvisazioni di chitarra funk in apertura, mentre l’ingresso della voce di Deris e le timide trame dei sintetizzatori sullo sfondo aggiungono al suono tradizionale degli Helloween, soprattutto nel ritornello, una generosa aura melodic rock.
»In the Middle of a Hertbeat«, dove Deris si strappa il cuore con un canto vissutissimo, è un’incantevole power ballad d’amore, che ha proseguito più che bene la loro fama di autori convincenti di ballate atmosferiche. Gli arrangiamenti di chitarra acustica sullo sfondo sono accompagnati con gusto da tappeti sinfonici di sintetizzatore, che accentuano ancora di più l’atmosfera eterea. Per esperienza si può confermare che perfino le ragazze più irriducibili con gusti metal, che di solito guardano dall’alto in basso le ballate AOR di band tipo Asia o Whitesnake, non scambiano »In the Middle of a Hertbeat« per qualcosa di troppo sdolcinato, davanti a cui sentirsi per caso a disagio e messe a nudo. »Still We Go«, di gran lunga il pezzo più duro di »Master of the Rings«, dove non mancano effetti mezzo scherzosi e mezzo inquietanti, è il messaggio definitivo a tutti i fan: gli Helloween sono di nuovo tornati sull’autostrada del metal. Questa prelibatezza finale è in pratica un collage di tutti i loro elementi sonori più marcati e, con la sua atmosfera un po’ più cupa rispetto agli altri brani dell’album, anticipa già dove gli Helloween si sarebbero spinti, per stile e ambientazione, nel prossimo lavoro in studio, »The Time of the Oath« (1996).
Con »Masters of the Rings«, un ritorno inatteso, riuscito e pieno di spirito sui campi vittoriosi del power metal, gli Helloween sono risorti dalle ceneri come la mitica fenice e hanno reso felici tutti quelli che all’inizio dei Novanta li avevano ormai dati per spacciati. Già all’uscita l’album era abbastanza innovativo ed eclettico da non lasciare dubbi sulla nuova energia e sulla voglia di lavorare arrivate con i due nuovi membri, e allo stesso tempo era una felice prosecuzione dell’eredità power metal, così i vecchi fan hanno ricominciato a tornare, vedendo che la band era di nuovo sulla ‘strada giusta’. Dopo i poco amati esperimenti con prog rock e pop, che avevano dato risultati piuttosto altalenanti, gli Helloween hanno ricominciato a suonare power metal, cioè quello che sapevano fare meglio. La loro ritrovata reputazione nella comunità metal, con le uscite successive, ognuna ancora migliore della precedente, almeno fino al 2001, quando l’incarnazione della band di »Masters of the Rings« si è sciolta, non ha fatto che crescere.
Formazione
Andi Deris – voce
Michael Weikath – chitarra
Roland Grapow – chitarra
Markus Grosskopf – basso
Uli Kusch – batteria
Produzione
Tommy Hansen
Tracklist
1. Irritation
2. Sole Survivor
3. Where The Rain Grows
4. Why?
5. Mr. Ego (Take Me Down)
6. Perfect Gentleman
7. The Game Is On
8. Secret Alibi
9. Take Me Home
10. In The Middle Of a Heartbeat
11. Still We Go