Outlaw Gentlemen & Shady Ladies
Autore: Sebastijan Videc
Artista: Volbeat
Etichetta: Vertigo Records
Uscita: numbers
Durata: 58:29
Voto: 4/5
Quando si parla dei Volbeat, paragonarli al concetto biologico di biodiversità non sarebbe poi così lontano dalla verità. E vale ancora di più per il loro ultimo album, Outlaw Gangsters and Shady Ladies. Se finora erano noti per il mix di rock, metal, country e rockabilly, in questo disco – il più vario della loro carriera – ci hanno buttato dentro anche thrash e pop, condendo il tutto a modo loro con melodie che vanno a stuzzicare quella zona del cervello che ti fa fischiettare i motivetti ancora per un bel po’ dopo averli sentiti. La struttura dell’album è tale che, vista l’offerta, i ragazzi avranno qualche grattacapo nello scegliere i singoli. Quello che alcuni rimprovereranno alla band come un salto verso acque più mainstream, di sicuro le porterà nuovi ascoltatori e un’ulteriore affermazione sulla scena.
Alle novità del disco ha sicuramente contribuito anche il nuovo membro della formazione. Prima di registrare, i danesi hanno chiesto all’ex chitarrista solista degli Anthrax, Rob Caggiano, di coprodurre l’album. In studio la chimica tra Rob e gli altri è stata tale che lui è diventato un membro fisso della band. La melodia dei suoi assoli pervade tutto il lavoro, e sono convinto che abbia dato una mano anche ai ritmi thrash di alcuni pezzi.
L’intro strumentale, »Let’s Shake Some Dust« promette parecchio – chitarre acustiche con corde d’acciaio e una melodia messicana evocano un sound ruvido, perfetto come colonna sonora sia per Danny Trejo nei panni di Machette sia per Clint Eastwood in uno dei suoi western leggendari. Uno si aspetterebbe che l’album prosegua su questa linea, ma purtroppo con “Pearl Hart” ci viene servito su un piatto d’argento il classico pezzo saltellante alla Volbeat, che ti si pianta subito in testa, certo, ma dopo un’apertura così mi aspettavo qualcosa di più duro. Stessa storia con “The Nameless One”. A mio modesto parere, dopo l’intro l’album sarebbe partito meglio con “Dead But Rising”, coi suoi riff metal più pesanti, mentre nel ritornello le classiche linee vocali di Poulsen sono completate alla grande dalla chitarra di Caggiano. Dopo un avvio relativamente tranquillo, la ballata “Cape of Our Hero” ha cominciato a farmi temere che i danesi stessero perdendo il mordente.
Ed ecco “Room 24”, uno dei picchi dell’album – un duetto con l’icona metal danese, e probabilmente il momento clou dell’edizione di quest’anno del Metaldays, King Diamond. Cori femminili, una melodia da brividi, i versi che rimbalzano tra la voce melodica di Poulsen e lo strillo di King, il tutto su un muro di chitarre pesanti: ne esce un sapore da film horror classico, inusuale per i Volbeat (e molto meno per King). La veloce “The Hangman’s Body Count” prosegue alla grande quello che succede nella stanza 24, da brividi sia nel suono sia nei testi. Mi stupisce che “My Body”, cover del successo della band indie rock americana Young the Giant, sia finita a metà album: visto che è una cover e un pezzo di puro pop, sarebbe stato molto più logico metterla in chiusura o addirittura nell’edizione deluxe come bonus. Per fortuna il gusto viene subito rimesso a posto da “Lola Montez” – classico successo rock’n’roll da ballare, dedicato all’omonima ballerina dell’Ottocento che, tra le altre cose, fu ballerina di corte del re di Baviera Ludovico I, ma dopo le rivoluzioni tedesche del 1848 emigrò negli USA, dove continuò con le sue esibizioni provocanti.
In “Black Bart” Larsen sfoggia le sue doti dietro le pelli, visto che è il pezzo più veloce del disco, e Rob gli risponde alla chitarra. Il secondo duetto Poulsen lo canta con la canadese Sarah Blackwood in “Lonesome Rider”. È un pezzo rockabilly saltellante in cui la sua voce eccellente viene completata dal danese con un’intonazione alla Elvis, e il ritornello a più voci ti si infila sotto la pelle. Mentre le linee di chitarra in terze su “The Sinner Is You” colpiscono al primo ascolto, il pezzo nel suo insieme risulta piuttosto scialbo, più un riempitivo che un prodotto di qualità. “Doc Holiday” coi suoi riff thrash è un vero piacere per le orecchie, Poulsen porta la voce al livello di Hetfield, e il banjo nel ritornello aggiunge un bonus puro – davvero uno dei pezzi migliori dell’album e della band in generale. La ballata “Our Loved Ones” è la chiusura ideale – splendide melodie di chitarra combinate con la chitarra acustica e, per giunta, armonie d’armonica nell’intro richiamano le opere di Morricone, mentre gli assoli e i passaggi di Caggiano chiudono il cerchio.
Con quest’ultimo lavoro i Volbeat dimostrano di non essere una meteora e di poter aggiungere altri generi a un mix musicale già di per sé interessante, ma in modo da renderlo comunque ascoltabilissimo e contagioso. Il difetto più grosso dell’album è che è troppo lungo – con quattordici pezzi l’ascoltatore a tratti ha la sensazione di sentire cose già sentite, e non sarebbe stato difficile piazzare qualche brano come bonus nei singoli o nell’edizione deluxe. E già che siamo in tema deluxe – lì c’è l’interessante Ecotone, che coi suoi ritmi thrash metal io scambierei al volo con uno dei brani più tiepidi del disco. Se ti piace il mix di Elvis, Cash con Metallica o Mercyful Fate e ti piace scatenarti sui ritmi rock’n’roll, allora questo album fa per te – versati un bicchiere (di quelli per i peperoni sott’aceto, che non ci siano equivoci) di moonshine e sul tuo impianto porta il Volume al MAX!
Formazione
Michael Poulsen – voce, chitarra
Rob Caggiano – chitarra
Anders Kjølholm – basso
Jon Larsen – batteria
Produzione
Jacob Hansen, Rob Caggiano, Volbeat
Tracklist
01. Let’s shake some dust
02. Pearl hart
03. The nameless one
04. Dead but rising
05. Cape of our hero
06. Room 24
07. The Hangman’s body count
08. My body
09. Lola Montez
10. Black Bart
11. Lonesome rider
12. The sinner is you
13. Doc Holliday
14. Our Loved Ones