Mercury’s Down

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Artista: Hitchcock, Toby
Etichetta: Frontiers Records
Uscita: 2011
Durata: 54:55
Voto: 3.5/5

Toby Hitchcock è un altro nome della lega di cantanti dalla voce e dalla stazza superbamente ruvide. Della generazione più giovane. Il tipo si è fatto notare sul serio nei Pride Of Lions, la band fondata e guidata dall’ex mastermind dei Survivor Jim Peterik.

Essere nel pieno degli anni in cui hai voglia di metterti alla prova, di salire sul palco, di esprimerti con la musica, e allo stesso tempo dipendere dagli altri per far partire il progetto e/o la band di cui fai parte, può essere una situazione davvero antipatica. Alla Frontiers Records, ovviamente, sono ben consapevoli degli enormi talenti vocali di Toby, così hanno tirato fuori una mossa interessante e hanno messo insieme Hitchcock e lo stregone svedese multistrumentista e produttore Erik Martensson, tra l’altro membro degli Eclipse, band AOR svedese. Quest’ultimo è, per dire, il grande responsabile del debutto del sodalizio melodic rock americano-svedese W.E.T., con Jeff Scott Soto alla voce, che l’anno scorso ha sfornato un debutto in studio molto apprezzato.

Gli svedesi possono vantarsi di un bel po’ di maghi della musica. Quando si tratta di trascrivere l’essenza dell’eredità AOR, dimostrano di continuo di padroneggiare il genere a occhi chiusi. Uno di questi uomini a tutto tondo, come Matensson (chitarrista shredder, bassista, tastierista, batterista, arrangiatore e produttore tutto in uno), è per esempio Magnus Karlsson, che ha scritto l’intero ultimo album del cantante dei Magnum Bob Catley e quello di Tony O’Hora dei The Sweet, collabora in modo massiccio a tutti i dischi del progetto Allen/Lande e, come se non bastasse, suona in una band che con il melodic rock non c’entra proprio nulla. Nei power metaller tedeschi Primal Fear.

Torniamo a “Mercury’s Down”. Dove stanno il melos e l’energia di Survivor, Pride Of Lions, dei lavori solisti di Jim Peterik o di Jimi Jamison, abita anche l’ispirazione per “Mercury’s Down”.   Martensson ha preparato quindi tutta l’impalcatura. Ha messo in piedi i pezzi. Dalle frasi di chitarra, che negli arrangiamenti ha curato con attenzione e contrapposto con gusto alle tastiere, che ovviamente  riportano in vita l’energia degli anni Ottanta. Martensson è un genio. In poco tempo è riuscito a mettere insieme l’ossatura di brani abbastanza vari negli arrangiamenti, e l’album non soffre della sindrome del copia-incolla dei motivi. Il risultato sembra proprio quello che alla Frontiers Records avrebbero ordinato a Martensson alla lettera.

Hitchcock, che è caratterizzato dallo stato d’animo descritto nel secondo paragrafo di questa recensione, si è buttato sul materiale con tutta la foga e un surplus di testosterone più che definitivo. Stavolta su Hitchcock i pezzi vivono o muoiono! Lui è l’ago della bilancia da cui dipende dove andranno a parare le canzoni. Sia come energia che come stile. Principio West coast AOR, Survivor! È impossibile non sentire il principio che Toby ha assimilato alle lezioni di Peterik. E dove sono vicini i Survivor, a pochissima distanza ci sono anche i Journey (Just Say Goodbye nel ritornello strizza pericolosamente l’occhio a Don’t Stop Believin’). Un pezzo come Strong Enough rispolvera l’energia dei Survivor in modo ormai spudorato. Ma è tutto logico, visto il background da cui arriva Hitchcock. Interessanti sono le trovate. Let Go, il brano di questo disco che può vantare arrangiamenti di Martensson particolarmente ben riusciti (un magistrale passaggio di dialogo tra chitarre e tastiere con un momento da dramma teatrale di forte impatto), lo sfruttamento ottimale nel centrare un legame solido e ben definito, la compattezza del rapporto strofa – ritornello, con un altro tipo di cantante avrebbe potuto essere trascinato in tutt’altra direzione espressiva ed energetica  , ma qui c’è Toby Hitchcock, che con la sua metà fa rivivere di nuovo, in modo granitico, il principio west coast AOR. Quindi il disco suona davvero metà americano e metà scandinavo.

Nell’album spicca Tear Down The Barricades. Qui scintilla alla grande l’hard rock melodico della scuola scandinava, che pesca l’ispirazione dai pionieri Rainbow. La frase di chitarra principale non può certo nasconderlo. Il purismo melodico delle impostazioni classiche più rigorose è sottolineato persino da una plettrata melodica su singola corda sopra le varie frasi di chitarra, che è una regola dell’heavy metal ma anche una variazione graditissima per “Mercury’s Down”. Incredibile, però, la forza espressiva della figura di Hitchcock, che nel ritornello riporta di nuovo il pezzo in piena sfera “west coast”. Questa  energia e questo principio li ripete la title track, che chiude il disco. A Different Drum è un brano che racconta i due approcci diversi di questo sodalizio Martensson – Hitchcock, dall’ottima alchimia, e che conserva il maggior tocco europeo e di conseguenza il tipico condimento Scandi hard rock.

Un disco così, però, non nasconde nemmeno i suoi lati negativi. Il primo è che si tratta di un sodalizio creato a tavolino tra due musicisti, che durante la realizzazione del disco hanno comunicato per lo più via e-mail, scambiandosi campioni in mp3. Per questo nell’album manca un senso di dinamica pienamente sviluppato e un passaggio più concreto tra stati d’animo diversi, nonostante Hitchcock sia estremamente concentrato sul suo lavoro; “stende” però ogni dubbioso con la sua brillante preparazione al più tardi in One Day I’ll Stop Loving You, una semi-ballad melodrammatica d’impatto che mostra anche la forza da chansonnier del cantante. Il lavoro di due persone è ovviamente limitato in varietà, soprattutto se sei intrappolato negli schemi AOR. Se non hai la sensazione che sul disco ci sia una band, è difficile raggiungere l’effetto ottimale e convincente dell’energia stessa catturata sul supporto sonoro. Ecco dove viene a galla quel lato negativo, quando il coinvolgimento di Martensson sembra più che altro un ordine ben pagato da parte della Frontiers Records. Certo, prima di tutto è il debutto di Toby Hitchcock, il che non è per forza il massimo. Il tipo ha talmente voglia di dimostrare qualcosa che con la voce a tratti riempie in modo davvero eccessivo lo spazio disponibile nei brani. Così molte volte “travolge” gli abbellimenti di chitarra, persino gli assoli di chiusura dei pezzi. Per questo il disco, pur essendo un prodotto di grande qualità e meritevole di ogni ascolto, scorre un po’ più a fatica, è un filo più impegnativo da ascoltare e non ti prende subito al primo colpo.

Comunque la giri, “Mercury’s Down” è un lavoro davvero bello. Interessante per tutti quelli che vanno in fissa col principio west coast AOR. Certo, questa frase si legge come se l’AOR fosse al centro dell’attenzione delle masse e scritta nel 1987, ma è pensata almeno per quel pugno di sopravvissuti di oggi a cui questa musica sta a cuore. Anche “Mercury’s Dawn” non ti lascerà di certo indifferente.  Toby, a quanto pare, sarà presto impegnato più seriamente, perché secondo le previsioni della Frontiers Records il suo datore di lavoro Jim Peterik tornerà sulla scena il prossimo anno con un nuovo disco dei Pride Of Lions. Nel frattempo puoi ammazzare il tempo in modo efficace con “Mercury’s Down”.

Formazione

Toby Hitchock – voce
Erik Martensson – tutti gli strumenti

Produzione

Erik Martensson

Tracklist

1. This Is The Moment
2. Strong Enough
3. How To Stop
4. Let Go
5. One Day I’ll Stop Loving You
6. I Should Have Said
7. If It’s To Be (It’s Up To Me)
8. Just Say Goodbye
9. Summer Nights In Cabo
10. Tear Down The Barricades
11. A Different Drum
12. Mercury’s Down

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