Mercy Falls
Artista: Seventh Wonder
Etichetta: Lion Records
Uscita: 2008
Durata: 74:06
Voto: 4.5/5
Già il secondo album in studio “Waiting In The Wings” (2006, recensione di RockLine QUI) segnalava senza mezzi termini che i Seventh Wonder sono una band dal potenziale fuori dal comune. Un potenziale fatto di tutte le migliori qualità del progressive metal messe insieme.
Il periodo che stiamo vivendo non è dei più clementi con i sottogeneri del metal che puntano soprattutto sulla melodia. Certo, la popolarità dei generi va a cicli. E in questa fase, purtroppo, l’interesse per la melodia è crollato a picco, e insieme al “power metal”, ne soffre anche il progressive metal. Eppure le band sopravvivono e vanno avanti. E i Seventh Wonder, tra queste, con “Mercy Falls” hanno salito un altro gradino, liberi da ogni pressione, sfornando il traguardo più ambizioso della loro carriera finora.
Dietro la musica di “Mercy Falls” si nasconde un concept. È piuttosto complesso e non è facile da sbrogliare, ma verso la fine dell’album ce lo avvicina un dialogo tra marito e moglie:
“Tesoro?”
“Che c’è, amore?”
“Mi dispiace, ma questo bambino non è tuo!”
Può una banalità così brutale funzionare addirittura meglio? Che le donne possano essere delle vere serpi è cosa nota da tempo, ma è proprio qui che parte tutta la storia del concept di “Mercy Falls”. Una famiglia attraversa un paesino chiamato Mercy Falls, quando la compagna di una vita rivolge al marito la frase fatale. Mazzata! Lui riesce a malapena a buttare fuori un “Cosa?!?!”, e poi perde presto il controllo del volante. Segue la tragedia dell’incidente stradale, dopo il quale lo sfortunato scivola nel coma, mentre la moglie e il figlio “presunto” sopravvivono. Questo “stare in coma” è il cuore del concept. Nella testa gli frullano mille cose, per tutta la degenza la famiglia intera viene a trovare il paziente e gli piange sulle spalle. Il tutto ha il sapore di un miscuglio patetico di follia e dolore, in cui i protagonisti si confessano di tutto. Anche se non si sentono, le parole si fanno strada oltre la mente razionale e “nutrono” il subconscio. Lo sventurato, padre e marito, alla fine esala l’ultimo respiro. Tutti tirano un sospiro di sollievo. Non perché glielo augurassero, ma perché capiscono quanto sia importante il potere del perdono.
Una storia complessa, in cui gli autori del concept si sono ritrovati alla grande, in particolare il bassista Andreas Blomqvist, che durante la gestazione dell’album stava attraversando uno dei periodi più duri della sua vita, e il cantante Tommy Karevik. Questa nuova strada nelle mani di un gruppo così intelligente di musicisti di alto profilo è una specie di mossa logica, con cui la band ha allargato ancora di più il proprio raggio artistico.
I pezzi sono 15. Alcuni fanno da interludi, che sul piano del concept servono a stimolare il subconscio del paziente. Questi brevi inserti, incastrati tra le canzoni più lunghe (quelle vere!), la band li usa esclusivamente per raccontare il concept. Quindi niente voce narrante, niente racconto parlato, ma tutto attraverso la musica. Così in questi brani di passaggio il cantante Tommy Karevik si cala nei ruoli del figlio, della madre e della moglie, e ci si prende la scena con assoluto dominio, davanti a tutti gli altri ingredienti della musica dei Seventh Wonder.
Evidentemente la band ha deciso che questo era l’approccio migliore per tenere insieme l’intero concept. Certo, ogni tanto danno fastidio certi sfoghi fin troppo patetici e sdolcinati, che ricordano la cheesyness delle telenovele messicane e americane. Eppure il tutto viene confezionato con abilità dentro una qualità eccezionale dei brani principali. Che sono ovviamente più lunghi, ricchissimi di variazioni, con i tipici ritmi multipli che ogni tanto si spezzano con un bel tiro progressive. La band ci cerca tutta la libertà che il suo principio di sperimentazione e di prova richiede. Certo, il tutto è legato a basi classicheggianti, che non possono superare i confini abituali della forma melodica rigidamente tracciata di sinfonie e ouverture. Da un lato una maledizione, dall’altro una benedizione.
Ma è proprio qui che i Seventh Wonder riescono a spremere il massimo in termini espressivi. Viaggiano alla grande lungo la via di mezzo tra struttura complessa e melodia contagiosa. Sono anche i marchi di fabbrica di altre band di origine scandinava che oggi tengono vivo il messaggio del progressive metal, come ad esempio Circus Maximus, Vindictiv, Platitude o Vox Tempus. Questo è l’approccio “moderno” al prog metal. Quindi dimenticatevi il macellare dei venerati Dream Theater, che da dieci anni non tirano fuori un album ispirato. Visto che siamo in tema Dream Theater, va detto che i Seventh Wonder si ispirano parecchio ai campioni americani del prog metal. Ma ne prendono quello che serve di più per piazzare e mantenere una compattezza solida, e così resistono in modo convincente al rischio che i pezzi si sfaldino in mille motivi. Dai Dream Theater hanno ereditato per esempio il suono dei sintetizzatori da era “Kevin Moore”. Le linee soliste delle tastiere le hanno però arricchite con arrangiamenti extra, così che a tratti l’album sembra suonato da un’orchestra sinfonica. Le tastiere funzionano alla grande quando si agganciano al lavoro dei riff, nei dialoghi di assoli con la chitarra. Il riffing è messo bene in evidenza e la botta che deve garantire l’etichetta “metal” in produzione non zoppica mai, né resta indietro rispetto agli altri ingredienti della musica dei Seventh Wonder. Gli assoli di chitarra a tratti richiamano la tipica scuola svedese di Yngwie J. Malmsteen, ma sono dosati con intelligenza e bilanciati da passaggi melodici più accessibili, che alleggeriscono la tensione dei momenti in cui si viene sommersi dalle note. Il decimo brano, Break The Silence, si prende il primato assoluto sull’album proprio grazie allo straordinario dialogo strumentale nella parte centrale, dove i Seventh Wonder sono particolarmente impressionanti nel loro carattere espressivo. Le atmosfere respirano, sono vive e riescono a convivere perfino con un pizzico di imprevedibilità, quando si sciolgono sfrenate l’una nell’altra, anche nelle parti più complesse.
L’anello di congiunzione più importante tra ascoltatore e band, però, è la voce di Tommy Karevik. Convince subito con la sua ricchezza di sfumature, la sensualità, una melodicità di grande autorevolezza. Il tizio si cala con maestria in tanti ruoli e il lato emotivo di questo album è capitalizzato da maestro attraverso l’interpretazione delle strofe. Raggiunge il suo massimo e con questo lo scopo. Le linee che sceglie nelle strofe possono ricordare la forza espressiva dei Dream Theater di una volta, della prima metà dei Novanta, ma la voce è molto più piena, viva, calda, soprattutto più armonica in tutte le tessiture, il che lo avvicina alla potenza espressiva di Russell Allen (Symphony X), anche se nel timbro non ha quella gutturalità (se non quando è aggiunta di proposito, per rabbia o passione). Si troverebbe benissimo anche in approcci hard rock melodici. E infine, cosa importantissima, è con questo che la band raggiunge i vertici emotivi nei ritornelli. Con una dotazione di voci di accompagnamento che farebbe invidia anche alle raffinate formazioni AOR dei mitici anni Ottanta.
Il punto di forza dei Seventh Wonder sono anche le ottime linee di basso, che flirtano da vincitrici con le svolte ritmiche imprevedibili di una batteria arguta e scintillante. Questo dà all’album una dose extra di dinamismo e vivacità. Le linee di basso si sentono chiaramente, letteralmente estratte dal nucleo dell’immagine sonora, mentre con il loro lavoro esplorano di continuo i propri limiti di melodicità. La forza con cui i Seventh Wonder padroneggiano questa arte può essere davvero un esempio luminoso per le altre band di progressive metal.
Un sacco di abilità i Seventh Wonder l’hanno imparata anche collaborando con Daniel Flores, il stakanovista dei Mind’s Eye, che con tanti consigli utili ha aiutato la band a plasmare l’album fino al punto da renderlo chiaro e accessibile anche al profano capitato per caso.
“Mercy Falls” è l’album con cui i Seventh Wonder si sono addottorati nel proprio suono e nella propria espressione. Migliora il predecessore “Waiting For The Wings” sotto ogni aspetto espressivo. Offre un’ottima collisione tra concept narrativo e composizione musicale. Offre un osso duro da rosicchiare, che attirerà sia chi di voi cerca la perfezione e si considera un audiofilo, sia chi pretende un continuo fluire dei motivi principali. Allo stesso tempo accontenterà anche chi vuole una netta preminenza della compattezza dei motivi principali, cioè chi mette la ricerca di melodie contagiose davanti a tutto. Proprio come la band, che accontenta tutti in ogni momento, “Mercy Fall” è un album ottimo con cui nel regno del progressive metal possono avventurarsi anche gli ascoltatori meno esigenti, e allo stesso tempo un album a cui si ricorrerà volentieri, senza freni, anche negli anni che passeranno dopo la sua uscita. Ma la realtà è un’altra, perché oggi la massa non sa più concedersi il piacere della buona musica. Per questo “Mercy Falls” è modesto nella ricerca di un pubblico di riferimento, ma allo stesso tempo è un traguardo straordinario sul piano della qualità, che mantiene intatta la forza del messaggio del progressive metal mondiale anche in tempi di minore popolarità. Per fortuna, nonostante l’ingiusta sottovalutazione dei Seventh Wonder, almeno qualcuno di noi è consapevole dello splendore del mestiere musicale di questa band.
Formazione
Tommy Karevik – voce
Johan Liefvendahl – chitarra
Andreas Söderin – tastiere
Andreas Blomqvist – basso
Johnny Sandin – batteria
Produzione
Tommy Hansen
Tracklist
1. A New Beginning (3:05)
2. There And Back (Overture) (3:02)
3. Welcome To Mercy Falls (5:11)
4. Unbreakable (7:18)
5. Tears For A Father (1:58)
6. A Day Away (3:43)
7. Tears For A Son (1:43)
8. Paradise (5:44)
9. Fall In Line (6:09)
10. Break The Silence (9:29)
11. Hide And Seek (7:46)
12. Destiny Calls (6:17)
13. One Last Goodbye (4:21)
14. Back In Time (1:14)
15. The Black Parade (6:57)