Mesta železniških postaj

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Autore: Aleš Podbrežnik

Artista: Avtomobili
Etichetta: RTV Slovenija
Uscita: 2006
Durata: 51:25
Voto: 4.5/5

Dopo l’album Enakonočje (2000), i leggendari incantatori sloveni dell’art pop rock, gli Avtomobili di Nova Gorica, ci hanno messo ben sei anni a tornare con un nuovo disco in studio. Sugli Avtomobili non serve sprecare troppe parole. Parliamo di una squadra tra gli arrangiatori più raffinati non solo in terra slovena, ma anche in un’ottica più ampia. Gli Avtomobili hanno sempre conquistato con quel loro mix acuto, unico e stuzzicante di pop rock vellutato e contagioso, germogliato nella prima metà degli anni Ottanta dal suono new wave di allora (che a sua volta poggia sulla musica punk) – cioè quando gli Avtomobili puntavano soprattutto al mercato dell’ex Jugoslavia.

La band, che fino all’uscita di »Mesto železniških postaj« si era lasciata alle spalle una pila di evergreen e si era piantata sulla mappa slovena con un bagliore limpido che nessuna generazione di rocker sloveni può più ignorare – e questo vale anche per tutte quelle a venire – con l’album »Mesta železniških postaj« ha fatto un nuovo passo avanti nel coltivare il suo carattere art rock unico e straordinariamente carismatico.

La prima novità è che, per la prima volta nella lunga carriera degli Avtomobili, la voce principale del gruppo, Marko Vuksanović, non suona il basso. Poco dopo l’uscita di »Enakonočje« (2000) si è unito alla band l’ottimo bassista del litorale David Šuligoj, che è anche il titolare dello studio Sonus a Nova Gorica. Mentre ascolti »Mesto železniških postaj«, non serve essere Einstein per accorgerti subito di come la linea di basso, lungo tutto l’album, sia diventata decisamente più calda, vivace, perfino giocosa e piena di esplorazione, e spesso succosamente »funky« (V teh mrzlih jutrih) o addirittura ballabile, come nell’opener Prihaja moj dan…. Šuligoj è un grande maestro, con un senso raffinato e innato per riempire lo spazio disponibile dentro i motivi portanti dei pezzi mentre pizzica le sue linee di basso melodiche, e gli Avtomobili ne hanno approfittato fino in fondo su »Mesta železniških postaj«. Da fonico e musicista scafato, in David gli Avtomobili hanno riconosciuto subito il talento per co-creare gli arrangiamenti, la cui bella fetta è come sempre opera dell’eterno tastierista della band, Mirko Vuksanović. E David Šuligoj ha avuto via libera anche per dare forma al suono dell’album in studio.

I dischi degli Avtomobili sono sempre stati celebri per un’immagine sonora sopraffina, e la band ha sempre cercato una distribuzione equilibrata dei singoli mattoncini del quadro sonoro. Gli Avtomobili sono perfezionisti del suono, perfezionisti nella ricerca della simbiosi ideale tra motivi portanti e sfruttamento dello spazio per gli arrangiamenti. »Mesta železniških postaj« può così vantare un’immagine sonora ancora più densa e naturale – dal suono organico – in cui i mattoncini sono incastrati in modo ancora più compatibile, in armonia ottimale. Il disco ha colto il momento giusto di una chimica di lavoro che in studio funziona in modo convincente. Come tale, può vantare ancora una volta alcuni arrangiamenti eccellenti, che reggono senza problemi il confronto con alcuni dei più grandi successi del gruppo.

»Mesto železniških postaj« supera i suoi predecessori in studio per saggezza e maturità, in un’evoluzione del linguaggio musicale già unico degli Avtomobili, soprattutto perché la band, accanto ai suoi marchi di fabbrica riconoscibili, ha mantenuto un approccio attuale al modellamento del suono in studio. Gli anni di convivenza nel gruppo hanno costruito legami chimici saldi, e l’intesa Alan Jakin – Mirko Vuksanović funziona stavolta più intensamente che mai dal 1988. In più si sente che la formazione, con maturità come mai prima, ha iniziato a usare, nel suo sofisticare gli arrangiamenti, da sempre sensibile e pragmatico, dei veli di paesaggi sonori, a cui ha aggiunto anche qualche loop sonoro programmato, con cui ha avvicinato in modo efficace gli stati d’animo voluti per l’album. Lo annuncia già l’opener Prihaja moj dan, con la densità della sua struttura di accompagnamento in cui è avvolta la voce di Vuksanović.

Curioso che il primo brano, Prihaja moj dan, non »sali« ancora l’album al massimo; fino al primo picco creativo lo portano subito dopo i brani April e Gorica. Tre pezzi d’apertura e un rapido triplo contrasto di arrangiamenti e di stati d’animo pittoreschi, il classico puzzle di malinconia struggente e di mistica che però non scivola mai nel piagnisteo patetico. Anzi, tutto il contrario. L’album ti scuote con una sincerità che porta la profondità metaforica e l’intelletto di Marko, mentre la sua poesia porta anche una buona dose di luminosità. Inoltre il tipo è un maestro nel combinare melodiosità e sloveno, che non è affatto roba facile. »Arrivare sulla consonante« per sviluppare la melodiosità richiesta è molto più difficile in sloveno che in inglese. Non siamo morbidi come i croati o gli italiani, ma nemmeno duri come i tedeschi. Marko padroneggia tutto questo da sempre in modo magistrale, e su »Mesta železniških postaj« porta ancora una volta una sottigliezza metaforica scintillante, incoronata dalla sua voce specificamente šarmante, vellutata e carezzevole, riconoscibile a un miglio.

La band costruisce da sempre i brani su uno scheletro di due strofe, (facoltativi) due pre-ritornelli, due ritornelli, una parte strumentale centrale e un (facoltativo) pre-ritornello con ritornello finale. Il punto, insomma, della dimensione pop degli anni Ottanta.  I brani naturalmente si distinguono l’uno dall’altro nell’espressione. Mantengono dinamicità dei motivi e la tipicità del carisma musicale del gruppo. Le differenze stanno nel carico degli arrangiamenti, con inserti di genere da pieghevole variopinto di rock, pop, jazz, funk, soul, blues.  Una caratteristica della band è che capisce con astuzia cosa significhi far crescere l’atmosfera fino a un crescendo finale che culmina in ritornelli che si stampano in testa. Così, sull’album, da una parte ci sono brani che si sviluppano all’inizio in modo estremamente sottile, discreto, aggraziato, delicato, con la posa innocente di veli di accompagnamento che avvolgono l’espressione vocale elastica di Marko. Succede sia in April sia in Gorica, ma il contrasto più intenso, in questo senso, lo evoca Obsedela sva sama, dove il ritornello pesante e drammatico assume un’intensità rock e un’inaspettata connotazione blues, con un arrangiamento di tromba. L’esatto opposto di questo pezzo lo porta il successivo, V teh mrzlih jutrih, dove nella strofa fa da sottofondo un loop sonoro programmato, che con un effetto di contrasto sfocia in un ritornello rock saltellante, positivo e melodicamente contagioso. Dopo il brano più pop, un po’ ingenuo e meno interessante dell’album, V jadrih, che pure è giocosamente insaporito dagli inserti improvvisati di Mirko – che fluttuano sullo sfondo dell’accompagnamento – l’artismo della band risplende in tutto il suo fulgore subito dopo, quando parte Nocoj. Nocoj è un pezzo ottimizzato nell’arrangiamento, di tipico carisma art rock, che sanno cucinare insieme solo gli Avtomobili. Dosi di unicità, accessibilità pop e di sfida nello svelare con maestria i motivi di base con l’aggiunta di inserti improvvisati senza pretese (eccezionale la parte strumentale centrale)  sono messe insieme in armonia ideale.

Con Nekaj let la band sull’album torna, nella vibrazione, ai brani April e Gorica. Un’altra creazione estremamente forte, che sta in piedi in modo ottimale negli arrangiamenti. È evidente che la malinconia che ti desta, ti scuote, e ti gela il sangue nelle vene, è la chiave per il pieno effetto della poesia di Marko, ornata ancora una volta da arrangiamenti raffinati e melodiosi. Le creazioni da ballad o semi-ballad sono dunque la base della forza espressiva degli Avtomobili. Senti un cuore ardente che, nella sua insoddisfazione, deve continuare a bruciare. Eppure resta incorrotto. Né nel dolore, né nell’amore. Qui non c’è scampo. Resta solo il ceppo di una straordinaria concretezza e sincerità avvolto nello splendido plasma di sottigliezza della poesia di Vuksanović. Nekaj let è dunque un brano che ti spezzerà di sicuro il cuore, ma non ha senso opporsi, perché è l’unico modo per godertelo fino in fondo! Magia! »K sreči« dopo di esso arriva la sterzata di vibrazione di Proti Luni! Proti Luni è un brano del tipo Nocoj, che senza dubbio proclamiamo all’istante futuro evergreen e la parte dell’album più compatibile con le frequenze radiofoniche!  La giocosa Pod tvojo obleko mantiene il sentimento birichino di Proti Luni, e in lei cresce il gradiente di slancio rock-blues, poggiato su una linea ritmica funkeggiante e scatenata. Segue un’altra ottima miscela di pop rock e blues in un valzerino civettuolo, In pride čas (il brano è uno dei momenti più belli di Alan Jakin sull’album, ma su Alan torniamo più avanti), a cui succede lo strano finale del disco, Oblaki.

Il brano Oblaki vale come il momento di maggior confronto della band con la sperimentazione musicale sull’album. Un altro pezzo che ti scuote fino alle ossa. Si apre »soul funky«, nella parte iniziale lo detta l’effetto wah-wah di Alan, un passo sofisticato sul pedale, un ritmo dettato con morbidezza,…. Pensa al pezzo dei Fatih No More che si chiama Evidence. Sorpreso? Giusto così! Questo brano porta il ritornello più intenso di struggimento malinconico, con una linea melodica ideale »alla Avtomobili«, che, seguendo la poesia di Marko, lascia all’ascoltatore un nodo in gola. Una chiusura d’album estremamente intensa, che ti lascia carico di attenzione e scosso. Esattamente ciò che deve portare ogni buon disco art rock. Per intensità di artismo del gruppo, a Oblaki si avvicina di più sull’album il brano Nekaj let, che in questo senso avrebbe potuto benissimo stare anch’esso in coda alla scaletta.

La recensione non è ancora finita. Bisogna assolutamente fermarsi su Alan Jakin. »Mesta železniških postaj« rappresenta per Alan il culmine della sua maturazione artistica, caratterizzata da una marcata poliedricità espressiva nel flirtare splendidamente con tanti generi, oltre che da un approccio chitarristico sofisticato ma unico, che con leggerezza piumata supera l’apparente insuperabilità dei confini tra generi. Dopo questo album gli Avtomobili non saranno mai più gli stessi. »Mesta železniških postaj« è infatti l’epitaffio di Jakin. Poco dopo la registrazione del disco, Alan è stato colpito da un tragico incidente. 

Alan ha sfoderato sull’album alcuni momenti chitarristici eccezionali! La chitarra di Alan spicca per la prima volta nell’intro di April, con un riff d’apertura rock piazzato con una morbidezza struggente, rinforzato da una linea wah-wah, mentre nell’uscita dello stesso brano il chitarrista risplende nell’audacia di piazzare appena qualche nota marcatamente lamentosa, che lo avvicina all’uso della chitarra dei giganti dell’approccio più sofisticato come David Gilmour (Pink Floyd), Andy Latimer (Camel) o Steve Hackett (Genesis). Sotto questo aspetto Alan Jakin è senza dubbio un grande asso della chitarra e un guru del mestiere.  In Gorica brilla di nuovo nel riempire lo spazio disponibile con varie »Gilmouresche«, ma la cosa più interessante è l’interazione della chitarra di Alan con le tastiere di Mirko nella melodia guida del ritornello, che segue in netto contrasto la melodia delle strofe di Marko. E poi arriviamo a uno dei momenti più belli di Alan Jakin sull’album! La già citata In pride čas, dove il musicista mostra in un solo brano la sua formazione poliedrica e tutte le caratteristiche della sua raffinatezza espressiva, il controllo assoluto del suono, di ogni singola nota che sceglie e »piega« a suo piacimento. L’assolo d’uscita ne è il culmine. Quell’assolo è in realtà il vertice emotivo del brano stesso. Ancora più morbidezza e intensità d’atmosfera le tira fuori Jakin nella conclusiva Oblaki, dove il suo paesaggio di »Gilmouresche« nel pre-ritornello funziona di nuovo in modo splendido con il velo di tastiere di Mirko Vuksanovič, mentre nella strofa risuona la sua morbidezza soul pop funk.

“Mesta železniških postaj” è l’»ora migliore« di Alan Jakin! Parliamo di uno dei chitarristi più bravi, espressivamente più carismatici, più acuti nelle soluzioni di idee e più sofisticati nell’approccio che la Slovenia abbia dato alla storia della musica rock. Con il suo arrivo sull’album »Krenimo«, la band ha potuto nella seconda metà degli anni Ottanta fare un marcato salto evolutivo a un livello espressivo superiore, e la poliedrica abilità di Alan Jakin ha permesso al gruppo in seguito, fino all’album »Mesta železniških postaj« compreso, una maturazione artistica continua e un costante salto di qualità.

L’album »Mesta železniških postaj« è tra le creazioni più belle della band nella sua lunga carriera, e anche tra i momenti più belli della storia del rock sloveno. Maturità, esperienza, un solido tessuto di legami chimici, l’integrazione più che riuscita di Šuligoj al basso, l’intesa unica tra Mirko Vuksanović e Alan Jakin e naturalmente l’inconfondibile marchio vocale di Marko Vuksanović hanno portato a piena fioritura artistica l’album »Mesta železniških postaj«, e gli Avtomobili con questo disco dimostrano che il loro gioco di fine meccanica è ben lontano dall’inceppare.

Formazione

Marko Vuksanović – voce
Alan Jakin – chitarra
Mirko Vuksanović – tastiere
David Šuligoj – basso
Marko Lasić – batteria

Produzione

Mirko Vuksanović & David Šuligoj

Tracklist

1. Prihaja moj dan
2. April
3. Gorica
4. Obsedela sva sama
5. V teh mrzlih jutrih
6. V jadrih
7. Nocoj
8. Nekaj let
9. Proti luni
10. Pod tvojo obleko
11. In pride čas
12. Oblaki

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