Metal Camp 2012 – quarto giorno!
Luogo: Tolmin (confluenza di Tolminka e Soča) / Slovenia
Data: 09.08.2012
È arrivato il quarto giorno del Metal Camp 2012, un festival che in futuro non seguiremo mai più sotto la sigla «Metal Camp»! Il quarto giorno è stato in pratica l’unico in cui il meteo ha fatto la faccia cattiva. A metà mattinata il cielo si è incupito, le nuvole si sono fuse in un blocco impenetrabile e sull’area del festival è calato un grigiore che puzzava pericolosamente di pioggia. E infatti. Pochi minuti prima delle quattro del pomeriggio, cioè poco prima che salisse sul palco il primo act del main stage, i black/death metaller austriaci Warcult, si è scatenato un acquazzone che è andato avanti, e avanti, e avanti. Quando l’orizzonte sopra la confluenza di Tolmin si chiude, capita spesso che la nuvola si pianti lì e non si muova più, nonostante la proverbiale fugacità dei temporali estivi. Così la band me la sono ascoltata direttamente dalla tenda: l’attrezzatura fotografica costa troppo per esporla ai nubifragi per colpa dei Warcult. I Warcult all’orecchio suonano piuttosto generici e a conti fatti è difficile tirarne fuori qualcosa che sappia anche solo un pizzico di autenticità. Una band a cui in fase di composizione manca ancora carisma, quindi dovrà rimboccarsi un po’ di più le maniche, se vuole che i suoi concerti si imprimano più a fondo nella mente di un qualsiasi consumatore di metal estremo.
Prima dei Before the Dawn il fonico sul palco si è messo a scherzare durante il test dei microfoni, nel più tipico stile dell’umorismo cinico scandinavo: «Whay is it raining today?» Ovviamente faceva molto ridere, ma al tempo stesso preoccupava. Però l’acquazzone è calato nei primi minuti dell’esibizione dei finlandesi Before the Dawn, il che significa che il pit davanti al palco si è riempito quanto basta per dare un sostegno concreto alla band sul palco. I Before the Dawn, che per anni hanno vivacchiato nell’underground metal finlandese come progetto solista del leader e capoccia Tuomas Saukkonen, si sono affermati definitivamente sulla scena internazionale dopo aver firmato con l’etichetta tedesca Nuclear Blast Records, con cui hanno pubblicato l’album «Deathstar Rising» (2011). Spinti da una felice congiuntura di circostanze, trasformatisi definitivamente in un quartetto che con la credibilità così conquistata funziona benissimo anche dal vivo, i Before the Dawn hanno confermato quest’anno l’ottima chimica creativa con un album in studio fresco di stampa, il settimo della carriera, intitolato «Rise of the Phoenix». Un titolo che calza a pennello con l’epopea della band dalla nascita nel 1999 fino a oggi. Sul palco del festival i Before the Dawn hanno dimostrato di offrire un mix riuscito di carisma maturo e acume esecutivo, con elementi di death metal melodico e sfumature gotiche e doom. Hanno convinto con la loro compattezza, con riff demolitori e pesantissimi e con la splendida brutalità vocale di Tuomas Saukkonen, che per gran parte del set è rimasto con il piede sinistro sul monitor, «saldamente incollato» all’asta del microfono. Il tutto su una scenografia di elementi sintetizzati (per esempio brani del repertorio come Wraith, Pitch Black Universe). Da quello che ho visto e sentito, i Before the Dawn vanno messi tra i nomi più interessanti, capaci di crescere ancora in futuro e di guadagnare terreno nel favore del pubblico.
Grand Magus stanno percorrendo una strada simile a quella dei Before The Dawn, solo che sono riusciti a rompere il ghiaccio un po’ prima. Soprattutto grazie all’album «Hammer Of The North» (2010), che li ha messi sulla mappa mondiale. Specialmente dopo che i Grand Magus hanno attraversato con successo la scaletta dei festival europei del 2010, seguita dal ruolo di supporto ai Motorhead nel tour europeo autunno-inverno 2010 del trio di ferro! «Hammer Of The North» ha regalato alcune marce immortali, diventate favorite assolute dal vivo. La band, incoraggiata, con il passaggio da Roadrunner Records a Nuclear Blast Records ha mantenuto lo slancio creativo e quest’anno ha pubblicato il nuovo album in studio «The Hunt», che ha presentato abbondantemente anche al Metal Camp di quest’anno. Il trio di Stoccolma, Svezia, guidato dal carismatico cantante e chitarrista Janne «JB» Christoffersson, in compagnia del bassista Fox e del batterista Ludwig «Ludde» Witt, ha di nuovo impressionato i presenti con la sua dose sfacciatamente diretta di primordialità metal e di rudezza, evocata dal punto di una frase chitarristica primigenia avvolta nell’eredità delle ossificate linee guida scolastiche del metal. JB, che al Metal Camp si è presentato con la stessa identica maglietta di due anni fa al Bang Your Head di Balingen, cioè la sbiadita e strappata maglia dei Rainbow con il motivo dell’album «Rising», porta ancora i classici occhiali Ray Ban «da pilota», ma ora si è lasciato crescere la barba, e così oggi, in combinazione con la sua chioma rada, JB ricorda un simpatico nano da giardino, lontanissimo dal brontolone furioso che il musicista vuole evocare con la sua presenza scenica. La band ha aperto il set con Kinglslayer (dall’album «Wolf’s Return», 2005), ha rilanciato il riscaldamento iniziale con l’opening track dell’album «Iron Will» (2008), Like The Oar Strikes The Water, e poi ha presentato, con i brani Valhalla Rising e la splendida marcia Sword of The Ocean, anche il nuovo album in studio «The Hunt», che evidentemente sa ancora più di epico e bombastico del predecessore, mixato alla perfezione, «Hammer Of The North», dove i Grand Magus hanno unito con successo elementi di doom metal con il senso scandinavo per la melodia e con l’epicità bombastica nel metal. Nel repertorio sono comparse anche I, the Jury, Hammer Of The North e Ravens Guide Our Way, prese dal celebratissimo album precedente della band. La formazione ha lasciato un’impressione straordinaria con l’intero set, che ha chiuso con Iron Wil. I Grand Magus sono l’esempio di una calibrazione eccezionale che una formazione a tre, cioè il classico trio, può raggiungere in qualsiasi assetto. Il loro suono dal vivo è autenticamente organico, crudo, compatto, pieno, e convince soprattutto per lo straordinario volume di una spessa colata di riff, magnificamente completata dall’approccio vocale di JB da una parte e dalla dinamica linea ritmica dall’altra. Un’esibizione ferocissima!
I primi a salire sul palco del festival con un set di un’ora intera sono stati i buffoni del folk metal finlandese Korpiklaani. Spazio davanti al palco pieno come previsto, in linea con le tendenze. Di nuovo una marea di creature di ogni tipo tra il pubblico, dipinte, mascherate da mille apparizioni e spauracchi. Tra loro il primo premio è andato sicuramente a Batman, che nella sua smodata sbornia è atterrato alla grande, pilotato sulle mani della folla, fino al foto pit e mi è piombato dritto sul piede destro. Mea culpa. Un sestetto votato alla promozione dei derivati dell’alcol, che con la sua depravazione alcolica ha ovviamente offerto al pubblico un alibi perfetto per sbronzarsi fino in fondo. Gli stand accanto all’area concerti erano stracolmi, la gente si buttava sulla birra, scorreva a fiumi, e la quantità di spettacoli grotteschi sull’area del festival cresceva di conseguenza di minuto in minuto. I Korpiklaani hanno iniziato a scatenarsi con Hunting Song e subito dopo Cottages and Saunas. Un set prevedibile come previsto, in cui non sono mancati l’inno umanitario Vodka, il Happy Little Boozer d’obbligo e naturalmente Beer Beer, mentre a sostenere questo atteggiamento ci hanno pensato anche Tequila, Wooden Pints, Kirki e la conclusiva Pellonpekko. Un’esibizione collaudata, compatta e sicura, costruita sulla combinazione di ritmi e melodie folk con la botta del metal. Nonostante la promozione del nuovo album «Manala» (2012) con i brani Rauta, Kunnia e Mätsalle, non sono riuscito a scrollarmi di dosso la sensazione di una prevedibilità sempre maggiore nei concerti dei Korpiklaani. Di sicuro però hanno fatto impazzire la gente fino alla fine, e la band ha ricevuto una follia di pubblico come puoi solo sognare! Dopo il concerto la gente cercava soprattutto cibo alle bancarelle, per riequilibrare il gradiente alcolico nel sangue, e a risentirne di più sono stati soprattutto i pizzaioli piazzati nell’ultimo angolo dell’area concerti, proprio all’ingresso principale, a cui in quei momenti è letteralmente finito il materiale.
Edguy erano l’unico rappresentante tedesco del festival che attinge alla tradizione del power metal europeo classico. Dico tedesco! Eppure anche gli Edguy cercano di inventare un nuovo stile nel metal, e negli ultimi anni lo incrociano deliberatamente con spunti di rock melodico, cosa che con il loro nuovo lavoro, piuttosto mediocre, «Age Of The Joker», gli fa più un favore da orso che mantenere la credibilità faticosamente guadagnata. Eppure anche questa esibizione al festival ha confermato che gli Edguy conservano un’enorme simpatia del pubblico. Euforia, quindi, di nuovo sotto il palco! L’interazione tra pubblico e band è stata infatti eccezionale. Il fatto di sapere i testi a memoria ha tenuto la band, e soprattutto il cantante Tobi, sulle ali dell’entusiasmo. Tobias non era proprio nella sua giornata migliore per quanto riguarda l’interpretazione vocale, e già all’inizio del set si è preso un paio di volte entrambe le orecchie, segno che aveva problemi con i monitor. Anche gli Edguy restano una piacevole attrazione da palco, che entusiasma sempre con un assalto a sangue pieno, con lo sfruttamento totale del palco enorme e soprattutto con il temperamento scintillante, folle e pieno di joie de vivre del cantante Tobias Sammet. All’ouverture dello spirito goliardico della band ha provveduto già l’intro registrato con il brano del duo Wham, l’evergreen «Last Christmas»! Poi il quintetto è esploso sul palco con Nobody’s Hero, presa dall’album attuale «Age Of The Joker». L’atmosfera ha fatto un salto di qualche gradino quando la band ha poi sganciato Tears Of The Mandrake, impreziosita da un crescendo eccezionale e dalla melodia del ritornello, rapace e orecchiabile, in cui si è subito unita la maggior parte delle migliaia di teste della folla sotto il palco. Esibizione sicura in tutto, ottima come previsto! Niente stecche! Nel repertorio ha acceso soprattutto Vain Glory Opera, mentre Lavatory Love Machine, Superheroes, la nuova Robin Hood, Ministry Of Saints e la chiusura con King Of Fools erano in qualche modo i punti attesi della scaletta. La band si è concessa anche qualche scherzo, che ovviamente ha fatto salire di nuovo l’adrenalina tra le teste surriscaldate, quando ha inserito in Babylon la frase principale del classico degli Iron Maiden The Trooper. La band, che ama prendersi in giro dicendo di suonare «pussy metal», nonostante qualche peripezia sonora e la forma non proprio al top del cantante Tobi, ha portato a termine un altro concerto riuscito in tutto, sostenuto dall’eccezionale risposta dei fanatici del power metal.
Se i Madball del secondo giorno erano stati un riscaldamento benvenuto per tutti i fan delle band con il suffisso «core», e i The Black Dahlia Murder del terzo giorno la sua escalation, il festival con l’esibizione degli Hatebreed ha visto il suo culmine in questo senso, anzi direi uno dei culmini tra tutti i concerti di questo Metal Camp. Il ritorno del quintetto, dopo il 2009, quando avevano già suonato a Tolmin, nella formazione composta dall’eterna prima ugola della band Jamie Jasta, poi dai membri originali Chris Beattie al basso e dal chitarrista Wayne Lozinak, di nuovo in squadra, dal batterista Matt Byrne e dal chitarrista Frank Novinec, che dal 2006 in realtà vale ancora come l’ultimo arrivato, ha portato al Metal Camp lo spettacolo supremo del quarto giorno, che nessuno ha più superato, nemmeno gli Amon Amarth con l’aiuto della pirotecnica: loro sono saliti dopo gli Hatebreed, come headliner del quarto giorno del festival. La musica degli Hatebreed è concepita in modo semplice, non sopporta la melodia, costruisce soprattutto sul groove che fa da sospensione e su una stampede di riff chitarristici a base di napalm, monodimensionale, che lascia un sacco di spazio allo show indemoniato di Jamie Jasta, la prima icona della band, frontman eccezionale, che si dimena per l’energia eruttiva. È proprio questa sfrontatezza, questo mix di aggressione, follia da palco e furia inarrestabile, generata dal dolore e dalla rabbia, che nell’estremo della sua rabbia da palco quotidiana ha creato un’esperienza unica al festival. Il pubblico, che ha riempito fino all’ultimo angolino la «piattaforma» verde davanti al palco, saltava all’unisono, apriva circle pit dalle dimensioni abissali, e nella parte davanti faceva mosh in modo inarrestabile. Al comando di Jasta ha combinato più di una «cretinata», il che significa che mangiava letteralmente dalla mano del cantante. Un turbine di luci stroboscopiche, la piena escalation di riflettori bianchi e rossi sparati a raffica, effetti di nebbia, una cortina di polvere sollevata dal calpestio da mandria di una massa sterminata rimasta di colpo senza un briciolo di buon senso, non ha lasciato sopravvissuti su un campo di battaglia del genere. Senza pietà! Dalle prime battute di Defeatist fino alla conclusiva Destroy Everything, che ha davvero incenerito il Metal Camp! Nella scaletta sono finiti anche questi altri fiori degli Hatebreed: Hands Of A Dying Man, Doomsayer, Live for This, I Will Be Heard, Facing What Consumes You, Everyone Bleeds Now, Merciless Tide, To the Threshold, Last Breath, Preservance, Never Let It Die, In Ashes They Shall Reap, As Dieahard As They Come.
Sul protagonista principale del quarto giorno del festival non c’è quasi bisogno di sprecare parole. Gli eterni ospiti del Metal Camp Amon Amarth, una band che davvero non può più nascondere niente, anche se volesse. Il nome è preso dal «sindarin» di Tolkien per il vulcano «Monte Fato» della Terra di Mezzo, portabandiera del death metal melodico, probabilmente nella sua variante più epica e bombastica, in cui si otterrebbe in un attimo una band power metal se si sostituisse il growl con un principio vocale melodico pulito. Ma gli Amon Amarth sono infernali. Velocissimi come il diavolo, la maggior parte dei riff poggia sul rotolare ultrasonico del doppio pedale della grancassa. Il concerto, pieno di effetti pirotecnici, ha presentato tra l’altro anche il nuovo album in studio «Surtur Rising» (2011): Surtr è un gigante della mitologia nordica, cosa che ha annunciato subito la scenografia stessa, adattata al contenuto del nuovo album. Con l’intro d’ordinanza, che ha avvolto il palco in un blu solenne, trasformandosi poi in verde, e quando il quintetto è salito sul palco e ha sparato la nuova War Of Gods, il palco è stato inghiottito dalle fiamme della pirotecnica e da una pletora di stroboscopi: una furia scaturita dalla tana del diavolo in persona, con tanto di sciami di mosche. Suono ottimo! Dopo il rapido sviluppo degli eventi all’inizio, quando la band ha chiuso l’esecuzione del secondo brano in scaletta, Runes To My Memory, l’incredibilmente carismatico cantante Johan Hegg ha rivolto in una lunga pausa un discorso radicale al pubblico. Prima ha ringraziato il pubblico per essersi radunato in un numero così alto, gli ha chiesto se si sentiva bene, ha annunciato il proseguimento velenoso del concerto, con una setlist non meno velenosa, e ha invitato tutti nel vortice infernale mentre la band si scagliava su Destroyer Of The Universe. Headbanging di tutta la squadra a salve ininterrotte! Hegg, che non ha dimenticato di cingersi di nuovo anche il suo celebre bicchiere da vichingo – il corno ritorto – è un maestro della comunicazione solida. Contatto visivo, incitamento del pubblico, ripetuti ringraziamenti in uno sloveno mezzo storpiato, ma comunque un riconoscimento per l’impegno del musicista, quando dal palco si è sentito più volte questo: «Hvala Slovinsku!» Il montanaro barbuto, che con gli anni assomiglia sempre di più al volto idilliaco di una riserva nascosta per il serenissimo Odino, è in sostanza l’anello di congiunzione di base tra la band e il pubblico, e nonostante le visioni apocalittiche di una formazione ispirata alle fiabe, tiene vivo l’interesse del concerto degli Amon Amarth. «Skoll!»
Gli svedesi hanno dominato con sicurezza il palco gigantesco e il ruolo di portabandiera musicali del festival, anche se durante il concerto non si riusciva a scrollarsi di dosso la sensazione che la panna in cima alla coppa di frutta di quella sera gliel’abbiano rubata del tutto gli Hatebreed. La band ha tenuto il pubblico ben stretto a sé con un repertorio variegato preso dal catalogo della sua discografia, che ha snocciolato i brani: Live For the Kill, Cry Of The Black Birds, The Fate Of Norms, The Pursuit Of Vikings, For Victory Or Death, Victorious March, la conclusiva Twilight of The Thundergod e Guardians Of Asgard.
Il viking metal ha dunque chiuso il quarto giorno del festival, che è stato tra i meno interessanti per quanto riguarda il cast del main stage. Il secondo palco, più piccolo, quel giorno ha offerto qualche act che meritava tutta l’attenzione, come i folli sperimentali di Fiume Father, vecchie conoscenze dal concerto dei Saxon del 30.05.2010 a Lubiana, i britannici Crimes Of Passion e un’attrazione di prima classe, i leggendari NWOBHM tornati in attività Hell, che sull’altro palco, con un’esibizione spettacolare che ha ricreato un vero inferno sul palco, nel ruolo di headliner hanno spazzato via tutta la concorrenza della giornata.
autore: Aleš Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik & Jerneja Jerak





































































































































