MetalDays 2013 (terzo giorno): overdose di zuccheri con i Sonata Arctica
Autore: Rok Klemše, Aleš Podbrežnik
Foto: Nina Grad, Jerneja Jerak
Luogo: Tolmin / Slovenia
Data del concerto: 24.07.2013
Numero di spettatori: 15.000
Che rottura quando si squarcia una nuvola e non smette più di scaricare. Più o meno così si è messo il terzo giorno del MetalDays, che ci ha condannati a un lungo sconforto. Anzi, le preghiere perché entro le due la smettesse di »pisciare« sono state del tutto vane. Giù sempre più forte, altro che smettere. Rinfrescare l’aria era più che benvenuto, ma chi conosce i festival sa che non c’è niente di peggio che guardarsi i concerti in mezzo al diluvio. Qualcuno si ricorda del 16.05.2010? Zagabria, concerto dei Metallica? Allora il cielo piangeva Ronnie James Dio… e noi sguazzavamo nel fango vivo quasi fino alle ginocchia. Beh, a Tolmin non è stato nemmeno lontanamente così grave, anche se restava comunque estremamente ostile.
Mercoledì mattina un sole cocente (e ingannevole) ci ha cacciati presto dalle tende, prometteva un’altra giornata calda e la Soča ci chiamava da sola nel suo grembo fresco. Quella di mercoledì era musicalmente la giornata meno elettrizzante del festival, perché non offriva niente di davvero sconvolgente, in compenso prometteva di essere ancora più rilassata, da passare tra altre attività. Ma anche quelle sono saltate quasi del tutto, perché già in mattinata si è scatenato un violento temporale e sembrava che il cielo piangesse perché sapeva cosa ci aspettava a fine giornata sul palco grande.
Le ore del mattino le abbiamo passate al riparo delle tende, sotto i gazebo o nei bar di Tolmin, e mentre la natura impazzava (vento forte, pioggia e perfino un po’ di grandine) abbiamo approfittato del tempo per stare in compagnia e bere qualcosa. Proprio i veterani death/grind di casa nostra Dickless Tracy, primi a salire sul palco grande, non sono stati arrostiti dal sole e hanno sfruttato a proprio vantaggio il fatto di non essersi sciolti. Cepo ha furbescamente lanciato come prima parola dal palco »Slayer!« e già a quell’ora è riuscito a trascinare sotto il palco un bel po’ di gente. I Dickless Tracy ci hanno poi portati con mano esperta a spasso per i corridoi della malattia, ci hanno piantato i denti aguzzi nel collo e ci hanno mostrato i peggiori incubi con i suoni brutali e martellanti del death/grind. Cepo, ovviamente, non ha potuto fare a meno di essere se stesso, e dalla sua bocca è uscito il miglior e più sgangherato programma di presentazione del festival (piccola guida a come ci si comporta da frontman su un palco così grande, »Get drunk, get laid and get some sexual diseases before you go home!« eccetera), ma tra un pezzo e l’altro i Dickless Tracy affondano nella carne, seri da morire, con riff apocalittici e una sezione ritmica rombante. La ciliegina sulla torta di un’ottima apertura del palco grande è stato il classico finale Nuklearna država.
I tedeschi Rest in Fear sono una specie di »Inmate sloveni in rampa di lancio«, cioè death metal melodico moderno che guarda agli In Flames dell’era nuova, solo che oltre al growl nelle melodie infilano anche voci pulite. Moderno. Hanno scaricato l’atmosfera appesantita dal grind, creato prima di loro sul palco principale dagli sloveni Dickless Tracy e poi proseguito dai croati Inverted Pussyfix. I death metaller del Liechtenstein Dark Salvation hanno poi proposto una versione molto più audace del melodic death metal. Sempre bella carica di melodia, ma con un po’ più di sinistro stridore vocale sui growl. Graveworm con il rosario? Può darsi.
I francesi Nightmare, con un cantante che »a occhi chiusi« e »a orecchio« è un Ronnie James Dio contraffatto e intagliato, sono la band che si era presentata nel marzo 2010 alla Cvetličarna di Lubiana. Allora aprirono per i Sabaton. »The Burden of God« è il loro album in studio attuale e anche l’esibizione al festival era dedicata alla presentazione del nuovo materiale (l’apertura The Preacher, poi la title track, Sunrise in Hell e Crimson Empire). La musica dei Black Sabbath dell’»era Dio« ha lasciato un segno profondo su questa formazione. Anzi, quel segno si sente a ogni passo. Una crescita graduale delle strofe con crescendo in ritornelli bombastici. Proprio come faceva Ronnie ai tempi d’oro dei Sabbath. In suo omaggio hanno suonato un’ottima cover di Rainbow in the Dark di Dio, con cui hanno chiuso un’esibizione sicura e compatta. Naturalmente in mezzo alla pioggia, per questo non hanno trovato la risposta giusta dal pubblico.
Purtroppo poi la pioggia è tornata a farsi più forte e, siccome siamo dei pappamolle, abbiamo passato gran parte del pomeriggio al riparo all’asciutto con una fredda in mano e, nonostante le buone intenzioni, ci siamo persi le esibizioni dei big di casa Space Unicorn On Fire, Within Destruction e Gonoba (sono sicuro che hanno suonato come si deve e hanno dimostrato agli stranieri cos’è il metal sloveno!). Il palco grande ci ha richiamati solo a tardo pomeriggio con gli stoner londinesi Orange Goblin, che ci hanno sommersi con un suono spesso, unto come le patatine fritte. Riff massicci e sezione ritmica rombante, con il supporto di una voce rauca, sono volati dal palco a dosi generose ed era bello vedere che lo stoner/doom funziona in modo convincente e positivo sul pubblico anche nelle ore pomeridiane. Davvero lodevole che quest’anno l’organizzatore abbia portato un bel numero di formazioni di questi generi, che negli anni scorsi erano quasi del tutto trascurati. Il suono sporco di chitarre fuzzy distorte, che groovavano come matte, e la voce ruvida di Ben Ward hanno giustificato le aspettative, e gli Orange Goblin sono la prova che lo stoner può ancora suonare fresco e convincente.
Purtroppo non ha fatto onore al proprio nome e alle grandi aspettative la formazione death/grind americana Brutal Truth: durante la loro esibizione semplicemente qualcosa non ha funzionato e, invece di radere al suolo il MetalDays, ne sono usciti piuttosto pallidi e poco convincenti. A dare un’immagine peggiore ha sicuramente contribuito un suono scadente, che ha impastato del tutto le linee di chitarra, mentre l’urlare di Kevin Sharp è diventato subito noioso e monotono. Su disco i Brutal Truth suonano ancora incazzati e martellanti, dal vivo però a quanto pare non riescono proprio a ritrovare ciò che li avvicinerebbe all’immagine da studio.
E nel frattempo cosa succedeva sull’altro palco? I Coma sono saliti sul proscenio del secondo palco coperto da teloni, che proteggevano i monitor dalle gocce di pioggia. Con l’opener Last Aim i ragazzi hanno smosso i più curiosi tra gli amici arrivati dall’Italia. I thrasher hanno avuto qualche problema iniziale con la tecnica (cambio di cavo alla chitarra in apertura), ma hanno portato a casa il tutto con successo. Gli Space Unicorn On Fire hanno avvolto il palco in una maniera decisamente più melodica. Gli sloveni puntano su pompa e ritornelli contagiosi. Metal classico, orpellato e subito invadente all’orecchio. Let’s Go To Space ha chiuso il concerto. Anche se continuava a diluviare senza pietà, questo non ha impedito ai festivalieri musicalmente più consapevoli di sostenere le band del secondo palco. Si godevano il riparo del boschetto, scaldati dal metallizzare incandescente che si spandeva dal palco. Un pugno più grosso di rabbia e nichilismo dopo gli Space Unicorn On Fire l’hanno portato altri sloveni. Within Destruction. Audaci death metaller di Jesenice, con in tasca un contratto con un’etichetta austriaca per registrare l’esordio, hanno ricevuto un bel sostegno, ma si sente comunque che il gruppo, nonostante l’abbondanza di concerti, è relativamente giovane e deve ancora maturare a livello di scrittura per impressionare appieno con la propria creatività. Per ora ancora covano nella grigia mediocrità, ma diamogli tempo. Ospiti speciali sono stati gli Stormcast, che con l’esibizione in Slovenia al MetalDays hanno suonato in assoluto per la prima volta fuori dai confini della loro natia Cipro. Un’interessante miscela di riffing doom atmosferico e rotolante, che un attimo dopo si trasforma in una vera necrofilia del paradigma black metal, sostenuta da blast beat. Non sarebbe male se il cantante lavorasse ancora un po’ sulla sua figura scenica e sull’esecuzione, e la band dedicasse più attenzione agli arrangiamenti, perché a tratti i ragazzi annoiavano terribilmente a livello musicale. Ci sono quindi ancora margini! Fino all’esibizione dei death metaller tecnici sloveni Gonoba, i noti »facce da cammello« del »metal dei cammelli«, come amano definirlo loro stessi, le cose sul palco giravano piacevolmente, ma senza picchi. Pioveva però sempre più forte. I Gonoba possono davvero essere orgogliosi dell’ultimo album in studio »Endless Cycle«. Peccato davvero che il meteo gli abbia giocato un brutto scherzo! È una formazione che, con un carattere forte come quello incarnato dall’eccellente nuovo album in studio, potrebbe sfondare all’estero. Ha un grande potenziale. Hopsi ha saltellato un bel po’ con i colleghi. Straordinaria miscela di grande precisione tecnica e intelletto compositivo. Al contrario di tutto ciò, l’esibizione della band al MetalDays sarebbe addirittura l’ultima. Speriamo di no.
Una posizione piuttosto alta sul secondo palco è toccata ai death/thrasher tedeschi Cripper, che non molto tempo fa avevamo visto a Lubiana in compagnia dei veterani thrash britannici Onslaught (che il giorno dopo hanno minato lo stesso palco). La crescita rapida (anche in popolarità) e la maggiore riconoscibilità del gruppo non sono tirate per i capelli, e il merito va soprattutto alla pazza cantante Britta, che con la sua presenza scenica e la voce aggressiva mette in tasca più di un frontman maschio (mi viene in mente soprattutto il pallone gonfiato Kakko, che due, tre ore dopo sul palco grande ha fatto la gran diva). I Cripper si sono lanciati come la tempesta di mercoledì in un set di tre quarti d’ora di thrash crudo ed energico, la band sul palco bruciava e il pubblico ricambiava con gratitudine. Ancora una volta soprattutto grazie agli ordini che Britta abbaiava, perché stavolta sembrava particolarmente incazzata, surriscaldata e carica. Ai Cripper, per staccarsi dalla media, manca solo un po’ più di eccitazione e imprevedibilità nel materiale autoriale (fa male soprattutto quanto sia evidente l’attingere dalla sacra trinità del thrash tedesco). A tratti manca lo slancio, i pezzi si somigliano un po’ troppo e il segare delle chitarre è troppo generico, ma l’ultimo disco Antagonist è un passo nella direzione giusta. Peccato che ne abbiano suonati solo due pezzi e che alla fine abbiano fatto alzare in aria molti medi con la standard ma incisiva FAQU.
Turisas? Ah, voi amanti delle pelli pleistoceniche con la pioggia! Che dire. La pioggia ha cominciato a calare proprio mentre si aspettava l’esibizione dei Turisas. La gente si è ammassata copiosamente sotto il palco. Quello che il giorno prima avevano dato alla gente gli Alestorm, oggi sono venuti a recuperarlo i Turisas. Un alibi per ballare, ubriacarsi, insomma per fare casino in generale! Solo che dalle navi pirata bisognava passare ai drakkar da battaglia vichinghi! Mathias D.G. ‘Warlord’ Nygårdod, incorreggibile primo capo e frontman della formazione, per tutto il concerto ha incitato ancora di più ad alcolizzare i corpi. Questo è lo stile di un vichingo! Lo stile Turisas! L’esibizione è stata l’orgia attesa tra band e pubblico. Era comunque interessante osservare come l’atmosfera crescesse di minuto in minuto. La pioggia è stata dimenticata e verso metà concerto tre quarti dei presenti impazzivano ormai inarrestabili con la band. Area sotto il palco stracolma! Anche se la band ha dedicato l’esibizione alla promozione dell’album »Stand Up And Fight« (2011), nel repertorio ha presentato anche un pezzo del tutto nuovo, Into the Fire, dall’album »Turisas« in uscita a fine agosto di quest’anno! Energia eccellente durante il concerto! Anche di questo si è occupato di nuovo il pubblico. La band ha chiuso l’esibizione con la ormai popolarissima Battle Metal, nel vero apice finale del suo show. Con i volti imbrattati di crema rossa, i folk metaller in »outfit« scalzo e pellicciato sembrano a prima vista »infantili«, ma la chimica del sestetto, dove ruolo speciale gioca l’intreccio di armonie tra chitarra, violino e fisarmonica, funziona in modo professionale e offre un’ottima interpretazione del proprio materiale. E questo sempre, quando si tratta di esibirsi dal vivo. Si è sentita solo la mancanza della tamarrissima cover dei Boney M Rasputin!
Proprio dopo un succoso tramonto ci voleva eccome una onesta dose di classici dei Black Sabbath e dei Judas Priest, ancor più perché sul palco, con un musicista di fama mondiale dopo i Vicious Rumors e Tilen Hudrap, è salita di nuovo la forza metal slovena. Sabbath Judas Sabbath è il progetto tributo del piccolo grande vocalist James Rivera (Helstar, ex-Seven Witches, ex-Vicious Rumors, Destiny’s End), con il quale suona perlopiù i classici dei sopra citati padri del metal, e come formazione strumentale della sua diramazione europea del progetto si esibiscono con lui i nostri Metalsteel. Rivera ha suonato con loro un set infuocato di indimenticabili classici d’acciaio dell’heavy metal, eseguiti e cantati con tale ardore e fedeltà che i peli si rizzavano da soli. Rivera, ormai sloveno d’adozione, ha dapprima mostrato al pubblico la sua sorpresa che a un festival fosse stata invitata una tribute band (ringraziando a proposito metà dei Dirty Skunks – Šrt – hehe), ma subito dopo ha aggiunto che i Sabbath e i Priest è sempre un piacere ascoltarli. L’uomo sa quel che dice! E sa anche come si canta, perché ha centrato in modo fenomenale Dio, ha spaccato i timpani con acuti alla Halford e se l’è cavata sorprendentemente bene anche con il nasaleggiare di Ozzy. I Sabbath Judas Sabbath hanno rimesso nel set anche il classico dei Metalsteel Heavy Metal Is Our Religion, e per finire hanno tirato una linea tra inferno e paradiso con l’eterno classico dei Sabbath dell’era Dio, l’epica Heaven And Hell, in cui si sono uniti a loro Brian Allen (Vicious Rumors) e Thomas Winkler (Gloryhammer).
Gli svedesi Meshuggah – seminatori di apocalisse, oggi sono molto apprezzati e i loro concerti sono molto frequentati. Sono riusciti a sfondare con l’ultimo album in studio »Koloss«. Finalmente. Ma per questo ci sono voluti anni di sgobbo. E perfino graduali allontanamenti stilistici dalle premesse elementari del loro creare. I nuovi Meshuggah hanno adattato il loro suono e il loro stile ai trend djent moderni e oggi coltivano una miscela d’autore unica, che nell’universo metal è del tutto originale. La tecnica ce l’hanno nel mignolo, i ragazzi sono una macchina oliata che non conosce stecche, e al contempo offre una sospensione ritmica groove eccezionale, particolarmente accattivante. Elaborata nei minimi dettagli. Di filigrana. Come gli ingranaggi di un orologio svizzero perfettamente tarato. L’esibizione della band è stata una sorta di riassunto di quel che abbiamo vissuto a Zagabria a fine aprile di quest’anno, con una scaletta praticamente identica, adattata alla promozione del nuovo album »Koloss«. Il quintetto formato da Jens Kidman (voce), Fredrik Thordendal (chitarra), Mårten Hagström (chitarra), Dick Lövgren (basso) e Tomas Haake (batteria) ha spinto le masse nel fango con l’opener Swarm e ha evocato un’ora ipnotica e compatta di totale devastazione apocalittica. Il gruppo è brillantemente affiatato, il bestiale Jens ha creato un legame eccezionale con il pubblico e la risposta è stata a dir poco fanatica. È un piacere vedere la band all’apice delle sue forze. Creative, ma anche nel senso che si sente l’unificarsi dei suoi componenti sulla stessa lunghezza d’onda. Quando in una squadra regna una tale armonia, niente può farla deragliare e allora può spostare le montagne. I Meshuggah hanno regalato una delle migliori esibizioni del festival e confermato che in futuro da questa band possiamo aspettarci ancora molte creazioni musicali affascinanti e apparizioni sceniche deliranti!
Il protagonista del palco piccolo del terzo giorno è stata la leggendaria formazione death metal americana del Maryland, Dying Fetus, che ha messo in scena probabilmente il miglior concerto della giornata e si è portata a casa la medaglia. La band si avvicina al ventesimo anniversario di attività, e solo grazie alla volontà instancabile dell’unico membro originale rimasto, John Gallagher. Nella formazione, in tutti questi anni, sono cambiati così tanti membri che non bastano le dita per contarli, e oggi i Dying Fetus si esibiscono come trio. Il che a Gallagher, Sean Beasley (basso) e Trey Williams (batteria) non si nota minimamente. L’anno scorso la band ha pubblicato uno dei migliori dischi della sua carriera, Reign Supreme, e il palco piccolo è esploso sotto il peso di riff violenti già dalle prime note, che hanno dimostrato che bastano tre individui per produrre il fragore del Big Bang. L’affiatamento della band è fenomenale, per i Dying Fetus semplicemente non c’è spazio per gli errori, anche se i ragazzi sanno essere maledettamente complessi. Il suono della band era perfetto! In primo piano c’era il drumming disumano di Williams, con tutta la gamma di passaggi rifiniti nei minimi dettagli e una velocissima, infernale doppia cassa. Gallagher intanto si occupava di tritare e tagliare con riff fantastici e assoli infernalmente buoni, che Beasley seguiva con facilità e incredibile destrezza con un basso “blunt force”, e il duo ha pensato anche a un demoniaco duetto vocale. Sostituendo quest’anno Frank Mullen nei Suffocation, Gallagher ha evidentemente migliorato anche la sua posizione da frontman: non se ne sta più lì come un pezzo di legno, si muove un po’ di più e comunica meglio con il pubblico. Ma i Dying Fetus non hanno comunque perso tempo in chiacchiere inutili: sono venuti, hanno suonato e se ne sono andati. Nello stile dei più grandi!
Ma chi me l’ha fatto fare di aggirarmi tra le undici e l’una di sera nei pressi del palco principale!? Mercoledì quello era infatti il tempo riservato all’headliner della giornata, la formazione finlandese power »metal« Sonata Arctica. Perché metal tra virgolette? Perché i finlandesi non suonano diversamente dal pop, agghindato con chitarre leggermente distorte e un’immagine power metal appariscente, rubata ai connazionali Stratovarius. Il gruppo è senz’altro maledettamente affiatato, i duelli di tastiere e chitarre sono eseguiti con precisione chirurgica, ma è tutto plasticoso, inorganico e artificioso fino al midollo. Anche il cantante Kakko ha dimostrato un’ottima forma vocale, ma come frontman, in perfetta linea col proprio cognome, non è altro che una grossa, puzzolente cacca. Una vergogna per una band del genere che praticamente tutti i discorsi al pubblico tra una pausa e l’altra debbano farli il tastierista e i chitarristi, che incitano la folla anche durante i pezzi, mentre Kakko è più impegnato in cadute in ginocchio artificiose, atteggiamenti da diva e pose da caprone. Dov’è finita quella band che con l’esordio Ecliptica aveva ancora un certo potenziale? Più che evidentemente l’hanno ammazzata le tendenze verso il successo più ampio possibile e un suono gradito alle masse, come confermano anche gli sciocchi discorsi di Kakko sul fatto che come pop band sarebbero già stelle di livello mondiale. Capita raramente che non dia una chance a una band e non guardi il concerto fino alla fine, ma stavolta me ne sono andato a passo svelto il più lontano possibile, perché le mie orecchie non venissero più sodomizzate dall’orribile power metal finlandese, che già dopo le prime note ti fa venire un’overdose di zuccheri. Meglio un blast beat nelle orecchie che Kakko sul palco.
Scaletta
ORANGE GOBLIN:
1. Scorpionica
2. The Filthy & the Few
3. Made of Rats
4. Some You Win, Some You Lose
5. The Fog
6. Your World Will Hate This
7. Cities of Frost
8. Quincy the Pigboy
9. Red Tide Rising
CRIPPER:
1. New Shadow
2. Life Is Deadly
3. Junkie Shuffle
4. Fire Walk With Me
5. Dogbite
6. Animal of Prey
7. Totmann
8. Damocles
9. Hyteria
10. FAQU
TURISAS:
1. The March of the Varangian Guard
2. Take the Day!
3. To Holmgard and Beyond
4. The Great Escape
5. One More
6. Into the Free
7. The Messenger
8. Stand Up and Fight
9. Battle Metal
SABBATH JUDAS SABBATH:
1. Nightcrawler
2. N.I.B.
3. After All
4. Judas Is Rising
5. Neon Nights
6. Metal Gods
7. Heavy Metal Is Our Religion
8. Heaven and Hell
MESHUGGAH:
1. Swarm
2. Combustion
3. obZen
4. Do Not Look Down
5. Demiurge
6. Bleed
7. I Am Colossus
8. Rational Gaze
9. New Millenium Cyanide Christ
10. The Hurt That Finds You First
11. Mind’s Mirrors/In Death – Is Life
12. In Death – Is Death/The Last Vigil
SONATA ARCTICA:
1. Only the Broken Hearts (Make You Beautiful)
2. Black Sheep
3. Alone In Heaven
4. Shitload of Money
5. The Gun
6. The Day
7. I Have a Right
8. The Last Amazing Grays
9. Tallulah
10. Paid In Full
11. Losing My Insanity
12. Broken
13. Full Moon
14. Replica
15. Cinderblox
16. Don’t Say a Word
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