Blues da superstar: trionfo a Križanke (2013)
Luogo: Lubiana / Križanke / Slovenia
Data del concerto: 24.07.2013
Pubblico: 3.500
Prezzo del biglietto: 32,00€ /70,00€
Per molti è solo l’immagine del dottor House, nevrotico ma geniale e dipendente dai farmaci, il medico eccezionale della serie Dr. House – Medical Division; per qualcuno è la spalla comica di Blackadder; per pochissimi è il brillante virtuoso della musica con una conoscenza dei tesori del passato musicale tale da meritarsi il titolo di enciclopedia vivente del blues, del jazz, della buona musica. Così era fino a poco tempo fa, ma con l’uscita del secondo disco Didn’t It Rain Hugh Laurie ha confermato che il suo potenziale musicale è più potente di quanto molti pensassero e che nella manica del lungagnone britannico dal volto spiccatamente scolpito ci sono assi a sufficienza per andare avanti e allargare il discorso musicale che il debutto Let Them Talk aveva già lasciato intuire. Status da star e prestigio della fama a parte, bisogna ammetterlo: il cinquantaquattrenne dai mille talenti è un virtuoso fuori dal comune, che sa scegliersi pure i collaboratori giusti. The Copper Bottom Band è una formazione che sa servire un sound blues d’altri tempi, suonato con sensualità, ma la fama e la riconoscibilità che gli ha portato la frequentazione di una star chiacchieratissima, senza quel nome altisonante a cui si attaccano media e riflettori, probabilmente non l’avrebbero mai raggiunta. Lasciamo per ora da parte i dettagli e dedichiamoci piuttosto alla tragedia di uno che con un solo ruolo sigilla tutti i suoi passi futuri: il nome di un genio della medicina fatto di Vicodin, un eroe di fantasia che gli ha portato milioni, ma gli resta addosso come un’eco eterna o un’enorme macchia che copre e nasconde qualcosa di diverso, di migliore.
In modo simile si è sviluppata anche la storia della visita di Laurie in Slovenia. Il concerto è stato annunciato all’improvviso, dopo un sacco di voci e congetture, e più dell’uscita del disco contava, ovviamente, il lavoro finito, il vecchio alloro, il fatto che il Dr. House arrivasse nel nostro angolino di paradiso prealpino. Così davanti a Križanke, niente di sorprendente, si è radunata una folla sterminata di bocche aperte, gente affamata di vicinanza a personaggi famosi e importanti, fan delle illusioni dei piccoli schermi, e in mezzo c’erano solo pochi isolati che, oltre agli occhi, sono venuti nell’auditorium del tempio lubianese dei piaceri musicali di prestigio con l’intenzione di dare battaglia anche alle orecchie. O almeno quelli che sapevano cosa aspettarsi. I dibattiti sulle puntate preferite della celebre serie erano come un brutto sorbetto che ti resta sullo stomaco, come una dose eccessiva di dolci che magari ti sono già venuti a noia, ma a cui non puoi sfuggire. Ma lasciamo perdere, perché nel cortile di Križanke si pigiasse una folla sterminata di giovani, vecchi, meno vecchi e ignari: il fatto è che il concerto era completamente sold out. Ed è altrettanto vero che a quanto pare pochi sono abituati ai concerti: tra occhiate agli orologi e ai biglietti, su cui come inizio del concerto era stampata le otto di sera, il malumore cresceva man mano che ci si avvicinava alle nove. Il palco, dominato dall’insegna circolare The Copper Bottom Band, era addobbato con numerose lampade d’epoca con i paralumi laterali, e l’allestimento ricordava un po’ l’illuminazione intima di Kreslin al SiTi Teatru, penso, ma nonostante la bella scenografia mancava l’azione: la musica dagli altoparlanti riempiva i vuoti e il nulla che accadeva. Applausi per il niente, fischi, poi lagne alla quinta potenza e un’impazienza che toccava il punto di ebollizione: a spezzare tutto è arrivata l’entrata di due tecnici del suono in vestaglia da casa, che hanno controllato l’accordatura delle corde, e poi è cominciato.
Prima si sono spente le luci principali, poi la platea ha salutato con un applauso fragoroso l’ingresso sul palco della formazione The Copper Bottom Band. Salgono il faccione rotondo di Jay Bellerose, che si siede dietro la batteria, mentre sul lato del palco prendono posto il polistrumentista, ma soprattutto chitarrista, Kevin Breit, la sezione fiati con il sassofonista e clarinettista Robby Marshall e la trombonista Elizabeth Lea, e il contrabbassista David Piltch; quasi inosservate, sullo sfondo, si piazzano ai microfoni le due voci, di accompagnamento e solista, Gaby Moreno e Jean McClain, e per ultimo sale sul palco l’uomo per cui qualcuno ha sborsato per il biglietto qualche soldo in più del solito: il signor Hugh Laurie in persona. Dopo l’accoglienza isterica del pubblico si parte con una cover di Iko Iko, scritta dai The Dixie Cups. »Talkin’ ‘bout / Hey now / Hey now /Iko iko an nay / Jockomo feena ah na nay / Jockomo feena nay« sono versi che forse non capiamo tutti, ma ci ricordiamo tutti degli anni Ottanta, quando il celebre motivetto si sentiva praticamente su ogni stazione radio. Iko Iko, del resto, è un brano della terra del caro Mississippi di Laurie, di New Orleans, e racconta di un conflitto tra due tribù di Mardi Gras Indians e dei coloni; già nel 1953 lo scrisse James ‘Sugar Boy’ Crawford, allora con il titolo Jock-A-Mo. Un inizio promettente, dunque, che prometteva festa, ma con un sottotono pedagogico nascosto e soprattutto un ritorno al grembo del passato di New Orleans. Dopo il fragoroso applauso è arrivato il »Dobra vičer Slovenija,« di Laurie, e con quelle parole in un simpatico sloveno storpiato la simpatica star si è subito conquistata il cuore del pubblico, che gli ha immediatamente dimenticato e perdonato il ritardo. Poi un po’ di stand-up comedy. Un po’ sul fatto che lui, da inglese, non sa le lingue straniere, mentre noi, piccolo popolo, dominiamo l’anglosassone, e invece no. E anche che in molti si chiedono cosa ci faccia un attore nel mondo della musica professionale, visto che è un po’ come se un dentista pilotasse un aereo. Nel secondo caso probabilmente saremmo tutti molto più preoccupati, ma quando Laurie è affiancato da una squadra scafata e rodata di gatti musicali (e gatte) perfettamente affiatati, non c’è niente da temere. Che l’atmosfera vada alimentata e il ferro battuto finché è caldo lo ha confermato il proseguimento del concerto. Bisogna coinvolgere il pubblico e soprattutto verificare se sa cantare i versi: »C’mon baby let the good times roll«. Let The Good Times Roll è un brano di Ray Charles, nella versione di Shirley & Lee Laurie trova l’ispirazione per combinare elementi della sua preparazione pianistica, a cui si aggiunge splendidamente anche la band di accompagnamento The Copper Bottom Band, dove si sente subito l’affiatamento di tutti e sette i membri; soprattutto, i cenni ipnotici di Laurie al piano, adornato con le bandiere slovena, americana, canadese e inglese, riescono a risvegliare qualche voce o due anche dalle gole slovene, conservativamente serrate. E di questo, con finta sorpresa, si compiace anche il magro lungagnone dalla voce di velluto e dall’orecchio eccezionale.
Che il motivo di questa visita in Slovenia sia soprattutto la presentazione dell’ultimo disco Didn’t It Rain lo dimostra il seguito del concerto, perché Laurie continua con una nuova dose di splendida musicalità. Evenin’ mostra tutto il potenziale del jazzy blues da club che l’ultimo disco offre nel suo sound ruvido e straordinario, e la prima prova di eccezionale penetrazione e temperamento da fiati, tra strisciate di spazzole sui tamburi, trattenute al punto giusto e scorrevolmente fluide, e il suono dei tasti del piano sotto le dita di Laurie, la aggiunge la simpatica trombonista Elizabeth Lea, sporca e sfacciata al punto giusto. L’illusione di un jazz club fumoso, di nuvole di fumo e luci soffuse si dissolve per un attimo davanti alla massa, che evidentemente non si aspettava una qualità così elevata di ritmi raffinati e trattenuti e di ruvidezza sottile, perciò preferisco seguire il proseguimento più con le orecchie che con gli occhi. What Kind Of A Man You Are è una cover poco sentita di Ray Charles, in cui tutto il talento canoro lo mostra il duetto delle due cantanti di accompagnamento, mentre Laurie stavolta si dedica solo al piano. Gaby Moreno e Jean McClain suonano splendide, piene di anima e di sfumature gospel, di soul, e su tutto si innalzano finissime un paio di note stupende del telecaster sotto le dita di Kevin Breit. Il tutto acquista un tocco davvero sexy, e la compattezza piena non mostra nemmeno un difetto che dia la sensazione che l’allestimento del palco sia da qualche parte debole o fatto a metà. Non fa schiumare meno passione nemmeno lo standard souly Day & Night, in cui Gaby e Jean tornano con la macchina del tempo agli anni Sessanta, e il ritmo sporco lo completano splendidamente un po’ di suono Hammond e la ritmica sbarazzina di Bellerose, mentre Kevin stavolta cambia la chitarra con il banjo. Dopo un inizio molto promettente arriva uno dei momenti chiave della serata. Che per un tango ci vogliano due persone è sempre chiaro, ma stavolta, sulle note di un tango sporco, dominato soprattutto dalla voce impareggiabile e sensuale di Gaby Moreno, che stavolta ha mostrato tutto il suo temperamento guatemalteco, aperto tutti i registri vocali, insieme a Laurie ha eseguito una danza ispano-inglese con il brano Kiss Of Fire. Sulle battute di un lungo assolo ritmico intermedio Laurie e Moreno volteggiano sulle assi del palco e intrecciano una danza appassionata di sensualità carnale, incoronata dai suoni del clarinetto e dell’armonica e, come ciliegina, dal suono soffocante e perfettamente incurvato del trombone. Sexy.
Dopo il leggermente fastidioso Junco Partner (mi ha disturbato la metrica rockabilly, evidentemente molto più ingenua e movimentata, che in quel momento evidentemente non era proprio quella che faceva per me, e che con piacere avrei scambiato con il bluesy Junker Blues) il mood si è rimesso sulla parabola giusta con il brano in cui brilla Jean. Send Me To The ‘Lectric Chair. Il racconto di un condannato che implora il giudice di condannarlo a morte sulla sedia elettrica piuttosto che all’ergastolo. Il brano della leggenda del jazz Bessie Smith con la voce nera di Jean acquista il giusto peso, e The Copper Bottom Blues Band ci aggiunge un po’ di patina più nuova di quella dell’ormai lontano 1927. Chi avrebbe osato aggiungere altro dopo una prestazione così buona, e per di più toccare qualcosa che per gli amanti dell’Americana è sacro: il tocco dell’eterno re Elvis? Be’, in realtà si tratta di una cover di un brano di Junior Parker, meno noto, ma anche Elvis ha lasciato la sua impronta sul pezzo. Con la musica più sensuale e bluesy e meno ingenua e rockabilly di Mystery Train se la vede Laurie, e il treno del piacere va avanti. Le cover sono del resto una costante nel repertorio di un uomo che di piume proprie ne ha poche, ma a cui le piume altrui, prese in prestito, stanno maledettamente bene.
You Don’t Know My Mind ricorda il modo da delta blues del debutto Let Them Talk, un po’ di felicità affumicata (avrei giurato che verso le note iniziali dei primi versi si sia sentito persino l’odore di una canna casalinga) la porta il brano Weed Smoker’s Dream, in cui di nuovo sconvolge la straordinaria Gaby Moreno. Fumati fino all’ultima fibra del corpo ci abbandoniamo tutti a ogni battuta, a ogni respiro, alla tenera carezza vellutata delle voci della bellissima donnina in nero, e dopo l’aggiunta ruvida del trombone il nuovo orgasmo auricolare è perfetto! Poi, come una soldataglia di contrappunto maschile, tutti i membri uomini della formazione occupano il microfono al centro del palco e cercano di brillare con una sola chitarra e quattro voci. Lazy River ricorda l’immagine del film O Brother Where Art Thou e i Soggy Bottom Boys, solo che gli uomini di questa narrazione sono più polifonici e perfettamente accordati nella loro colorazione multivocale. Segue l’alzata dei bicchieri con il »succo di mela« (whisky, in realtà) e un simpatico »na zdrovje« al pubblico sloveno, che poi non resta a bocca asciutta, perché la bava per la buona musica continua con stile. Dopo la title track dell’ultimo disco, che scuote i fianchi con il duetto delle due possenti cantanti e con la ritmica sporca di five step blues e soul, arriva il momento dell’esecuzione sensuale di Careless Love, poi dell’eccezionale versione del brano Wild Honey, che porta di nuovo nel set più dinamica, organo, piano e ballabilità, ritmica, virtuosismo di batteria su appena un paio di pelli e piatti e la velenosamente sensuale ciliegina sulla torta della chitarra, dopo cui non c’è altro da aggiungere né da togliere; per di più qui si intrecciano bene alle voci mulatte di Laurie (il britannico è musicalmente tanto bianco quanto nero, tutto in un fiato) le splendide voci femminili e la sezione fiati, e la stratificazione, nonostante la ricca sfumatura di fiato, funziona come una macchina ben oliata! E questa macchina ara e solca il terreno vergine nelle menti e nelle orecchie di ogni pubblico anche grazie all’eccezionale scelta dei brani. Billy Taylor cantava un secolo fa del desiderio di sentire come sarebbe bello provare la libertà completa, poi l’ha riversata nelle orecchie con il brano I Wish I Knew How It Would Feel To Be Free anche Nina Simone, e stavolta le due signore della band di accompagnamento di Laurie dimostrano di potersi misurare con le straordinarie predecessore senza risultare per niente ridicole o oscuramente inadeguate agli originali. Anzi, il contrario! E poi un po’ di eccellenza finale con il brano Green Green Rocky Road, in cui si sente che l’ultimo atto del concerto è vicino e che non ci sarebbe niente da aggiungere. O forse sì? Dopo l’applauso fragoroso e le urla che chiedono il bis sul palco corre un Laurie birichino e reso felice dalla Slovenia, e dietro di lui tutta la band di accompagnamento, che sulle note dell’inno Changes cade nell’ultimo stadio dell’estasi. »Everyone is facing changes / No one knows what’s going on. / And everyone is changing places / Still the world keeps moving on. / Love must always change to sorrow? / And everyone must play the game, / Because its here today and gone tomorrow / Still the world goes on the same« sono bellissimi versi d’addio, a cui si incollano come si deve i suoni di dixieland, banjo, chitarra (stavolta in mano a Gaby); mentre si spengono gli ultimi accordi della cover di Chuck Berry You Never Can Tell, per molti comincia già la stampede verso le uscite dell’area. I più tenaci vedono l’esplosivo finale, Laurie prova in modo teatrale, ma con un’ironia genuina, un paio di alzate di gamba pericolosamente alte per un uomo della sua età, poi arriva l’ultimo inchino, il sipario cala e Laurie e i The Copper Bottom lasciano il palco.
Spero non per sempre, perché sono senz’altro una perla che merita di essere consumata di nuovo. Sono convinto che dopo questa serata di mercoledì, che si è spinta in profondità nella notte, per molti dei presenti Laurie non sarà più solo il Dr. House. Diventerà anche sinonimo di buona, eccellente musica blues, che ha le palle e lo stile. Diventerà sinonimo di eccellenza e al tempo stesso garanzia di un godimento concertistico totale, non solo grazie al suo splendore da star. Senza l’eccezionale band di accompagnamento, che si merita davvero una standing ovation sincera e un pieno riconoscimento, nemmeno un uomo del suo calibro sarebbe riuscito a stregare Križanke in modo così maledettamente perfetto. E Križanke sono cadute sotto l’incantesimo di un musicare jazzy e blues trionfale, del calibro più splendente, che però avrebbe potuto essere ancora migliore: al riparo di un jazz club buio e fumoso, dove in un’atmosfera di perfetta risonanza con versi e melodie tutti avremmo potuto scivolare nei nostri mondi, fare i conti con il buio e con i demoni interiori e abbandonarci al piacere, alla tristezza o alla sensazione di felicità totale. Negli eventi di massa una cosa simile semplicemente non è possibile, e chiamatemi pure snob, se volete …
Scaletta
- Iko Iko (The Dixie Cups cover)
- Let The Good Times Roll (Shirley & Lee cover)
- Evenin’
- What Kind Of Man Are You (Ray Charles cover)
- Day & Night
- Kiss Of Fire
- Junco Partner
- Send Me To The ‘Lectric Chair
- Mystery Train (Junior Parker cover)
- You Don’t Know My Mind (Lead Belly cover)
- The Weed Smoker’s Dream
- Lazy River
- Didn’t It Rain
- Careless Love
- Wild Honey
- I Hate A Man Like You
- I Wish I Knew How It Would Feel To Be Free (Billy Taylor cover)
- Green Green Rocky Road (Dave Van Ronk cover)
Bis:
- Changes
- You Never Can Tell (Chuck Billy cover)
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