Metaldays 2014 (quarto giorno) – “Rattlehead Over Paradise”

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Autori: Rok Klemše, Aleš Podbrežnik
Foto: Nina Grad, Sebastijan Videc
Video: Sebastijan Videc

Luogo: Tolmin / Sotočje / Slovenia
Data del concerto: 24.07.2014
Presenze: 12.000

Il quarto giorno del Metaldays di quest’anno è partito già all’alba con una sfilata di nuvoloni gonfi! Per quanto le previsioni minacciassero maltempo, durante il festival tutto sommato ce la siamo cavata bene, ma quel giorno il cielo si è »chiuso« già verso le due del pomeriggio. Proprio allora il palco piccolo è tornato in vita. Due ore prima di quello principale. Sopra c’erano gli spagnoli Drakum. Se ho contato bene, sul palco sono ben otto. Violino, viola, cornamuse. E ovviamente tutto il resto della strumentazione che fa casino, così da poter chiamare il tutto metal. Ad aspettare la band c’era una bella folla, e il loro mix di death melodico rinforzato da una »fischiettosità« folk teatrale ha trovato un’ottima accoglienza nel pubblico. Anche se il gruppo non porta niente di speciale nell’universo musicale, il concerto si può definire decisamente riuscito. La gente li ha accolti, ovviamente, con giocattoli gonfiabili (ormai quasi una tradizione tipica del Metaldays): asce, spadoni, sciabole, mazzette. Persino Hagar l’Orribile sarebbe rimasto a bocca aperta davanti a questo spettacolo e avrebbe preteso i diritti d’autore.

Nonostante l’infantilismo e l’ingenuità che trasuda la musica prevedibile e consumata dei Drakum, accolta comunque con entusiasmo dal pubblico, i successivi sul palco, From the Depth, ovvero i power metaller italiani, hanno incontrato un’accoglienza ben più cupa. Evidentemente hanno fatto poca promozione nei mesi prima dell’esibizione al festival, anche se si tratta di una squadra solida e ben rodata che il proprio mestiere lo sa fare molto bene. Gli italiani sono innamorati del sinfonico, ovviamente. Voce pulita, ornata di melodie, dominante. Esecuzione sicura, ovviamente imbottita di cliché. Roba di qualità, ma già (molto) sentita. Davanti a un pubblico decimato. Ancora una prova che al power metal europeo, in fatto di popolarità, oggi non va proprio benissimo.

Skelfir sono una band tedesca che nel suo carattere è saldamente agganciata alla mitologia nordica. Insomma, roba da vichinghi. Evidentemente oggi la gente va in fissa soprattutto per le band che possiedono un’abbondanza di iconografia folkloristica. Dove ci sono birra, spade, draghi e flauti, c’è il pubblico. Non dove c’è l’avventura dell’originalità musicale. Peccato. E gli Skalfir, nonostante i cliché logori venduti dalla loro cultura death melodica contagiosa e senza pretese, hanno di nuovo attirato più gente sotto il palco, che si è battuta con foga con i suoi giocattoli e naturalmente ha ballato sulle »melodie soavi« che si spandevano dal palco. Un po’ di popolarità l’ha sicuramente regalata alla band l’attuale enorme successo degli Amon Amarth. Comunque sia, la band, che ha suonato tra le altre Stein Auf Dem Buch, Hoch Den Humpen, Lost Souls e Schlachruf, nel complesso ha fatto un’ottima impressione con la sua performance appassionata e sicura.

Alle quattro e venti del pomeriggio si è risvegliato anche il palco principale. La giornata di concerti l’hanno aperta gli austriaci Darkfall. Il quintetto di Graz ha presentato il nuovo album »Road to Redemption« (2013). Musicisti esperti, in attività dal 1995, che hanno servito la loro visione del death metal con solide fondamenta in frasi di chitarra asciutte e un po’ thrashate. Nello stesso momento in cui i Darkfall suonavano sul main stage, sull’altro palco sono partiti i Torture Pit, che nel loro dossier musicale estremo offrivano più aggressività senza compromessi. Accordati molto più in basso (a »corde allentate«), sono saliti sul palco. Intonazione bassa e un growl sempre morboso. Lontani dalla velocità dei connazionali Dew-Scented, e notevolmente più lenti anche dei veterani Fleshcrawl, ma si tratta di una band che punta la maggior parte della sua predica sulla creazione di un’atmosfera golosamente cupa e di »groove«. La band introduce bruschi cambi di texture ritmica, da medio-veloci a rallentati e detonanti. Tra le altre hanno sparato i pezzi Warbeards e Shooter. I tedeschi non sarebbero tedeschi se non affrontassero le cose con precisione, al 100% d’impegno e con fervore. In pratica una cosa che in futuro potrebbe rimescolare le carte sulla scena. Il groove in ritmi rallentati e avvolti su se stessi e in frasi che macinano pigramente, soprattutto in un brano come Shooter, crea un’atmosfera con vaghe associazioni ai Crowbar.

La successiva sovrapposizione tra palco principale e palco piccolo l’hanno portata i Sapiency (palco piccolo) e gli Aplha Tiger (palco principale). I Sapiency sono un’altra band tedesca che distribuisce l’eredità death/thrash metal in versione moderna e ricca di groove. Tedeschi che potrebbero piacere a chi va matto, per dire, per i Cripper. L’estetica sonora alla moda funziona sempre. Nei Sapiency ci sono due cantanti che si incastrano maledettamente bene, e per questo la band è un sestetto. Vale la pena provarli. Ancora un approccio molto appassionato all’esecuzione sul palco, lo spazio davanti riempito a metà, ma la band ha fatto saltare il pubblico di brutto con il suo tritacarne metallico. Nello stesso momento sul main stage »impazzivano« gli Alpha Tiger. Revivalisti dell’heavy metal dalla Germania, che anni fa avevamo avuto occasione di salutare nelle ore mattutine anche al Bang Your Head!!! dell’anno scorso – reportage di RockLine QUI – in un anno dall’ultima volta si sono fatti un’incredibile quantità di esperienza. Durante l’esibizione la band è sembrata incredibilmente carica, affiatata, compatta. Soprattutto il cantante ha migliorato parecchio la sua voce e ha dimostrato di essere diventato un frontman eccellente. La band ha anche abbandonato il costume di scena teatrale che si ispirava al motivo base del pelo di tigre. Cioè le strisce giallo-nere. Evidentemente dopo l’inizio della carriera si sono accorti che quella trovata l’aveva già sfruttata molto tempo prima di loro un altro gruppo, dall’altra parte dell’Atlantico, chiamato Stryper, e così oggi sul palco degli Alpha Tiger la tigre la ricordano visivamente solo il basso del bassista e l’asta del microfono gialla del cantante. Il vocalist ricorda in certi punti Tony Moore (ex-Riot), cioè evoca senza difficoltà il teatro della vecchia scuola, sia dello speed metal old school nato negli anni Ottanta sul suolo americano, sia del movimento britannico NWOBHM. Viste le basse aspettative (conseguenza dell’esperienza di Balingen), stavolta la band ha offerto radicalmente più »consistenza« sul palco. Il video dell’esecuzione del brano From Outer Space dal concerto degli Alpha Tiger al Metaldays lo trovate qui sotto.

Una delle formazioni più interessanti sul secondo palco, nel tardo pomeriggio, sono stati i croati Inciter, tornati sui palchi sloveni dopo una lunga assenza. In una buona mezz’oretta i ragazzi hanno regalato una vera sventagliata di thrash metal melodico, che a tratti ricordava i primi Metallica, e con groove e voci grasse a tratti i momenti migliori dei Pantera. Eppure agli Inciter non si può rimproverare la mancanza di originalità, perché nel loro thrash si sentono solo omaggi sinceri ai giganti appena citati. Sul palco, oltre a un’esecuzione eccellente, regnava un’energia eccellente: fermo non stava nessuno, e i ragazzi possono vantare anche una performance estremamente sicura e piena di fiducia. I tanti chilometri sulle spalle si sentono eccome. Riff variegati, basso grasso e batteria travolgente hanno messo in movimento il pubblico, e gli Inciter, insieme alle nostre band naturalmente, sono stati una delle migliori band »piccole« del secondo palco.

Il palco principale è passato agli heavy metaller svedesi In Solitude, che l’anno scorso hanno pubblicato l’ottimo nuovo album, il terzo in studio, »Sister«. E proprio con quello hanno aperto il set. La band, che sulla scena fa parte delle nuove leve, sviluppa un approccio musicale tutto suo, che ovviamente scava nelle radici classiche dell’heavy metal, intrecciandoci un interessante sentimento drammaticamente più cupo che, nelle parti dove i riff si fanno un po’ più furtivi, evoca la vibrazione di formazioni post punk tipo The Sisters of Mercy o addirittura The Mission. Per lo più a causa delle specificità del timbro vocale del cantante. Un heavy metal oscuro, dalla figura riconoscibile e personale, coltivato con successo dal gruppo, che ha portato sotto il palco un sostegno concreto da parte del pubblico. Nella scaletta la band ha suonato i brani To Her Darkenss, Lavender, A Burried Sun, Demons, Death Knows Where, Horses in the Ground, He Comes e un’ottima cover dell’originale dei Cortex Jesus I Betong (il che lascia solo intendere che i membri siano appassionati di post punk e new wave). Band eccellente, esibizione eccellente. Speriamo di beccarli in qualche club. È una band che dosa con cautela le frasi di chitarra, dosa con cautela le texture ritmiche, e dove la voce di Pelle Åhman regala alla musica un carisma unico. Niente foga, niente giochi nervosi forzati e nessun bisogno di sfoggiare acrobazie tecniche. Tutto è orientato alla creazione di un’atmosfera altamente vibrante. Finché la band creerà dolcezze occulte così sinistre come il brano To Her Darkness, funzionerà sempre in modo fresco, accattivante ed emozionante.

Mentre gli In Solitude erano già in pieno slancio sul main stage, il palco piccolo si è risvegliato ancora una volta con l’esibizione degli olandesi Villainy. Interessante vedere come la band sia di nuovo rimasta a suonare praticamente da sola, senza un’anima sotto il palco. Beh, almeno all’inizio. Il trio formato da Reinier Vrancken (chitarra, voce), Jeroen Pleunis (basso) e Bram Keijers (batteria) ha in realtà sorpreso con violenza, perché ha proposto un’interessante miscela d’autore di elementi di death metal, doom metal e thrash metal. La band ha presentato con veemenza il suo debutto in studio »Villainy« (2014) e ha evocato il proprio corpo musicale come un puzzle di un’esperienza cruda, senza compromessi, dal suono grasso e dal ringhio rabbioso. Che dire. La band, attiva dal 2009, sta crescendo in un vero trio infernale, e la sua esibizione al Metaldays l’ha portata a casa nella dose ottimale. Peccato che il concerto si sovrapponesse a quello degli In Solitude. Due band eccellenti, insomma. Ognuna sul suo palco. Nello stesso momento.

Kadavar sono un altro trio votato alla resurrezione della vecchia scuola musicale! Berlinesi »boscaioli«, a giudicare da quanto sono pelosi sembrano comparse perdute del leggendario film horror »Deliverance« (con John Voight nel ruolo principale), che dopo decenni di vagabondaggio hanno finalmente ritrovato la strada dal bosco fino alla zona residenziale. La band è stata spostata dal programma di venerdì a quello di giovedì, quindi è finita tra gli In Solitude e i Prong. La band, attiva dal 2010, entro il 2013 aveva già pubblicato con un colpo di creatività deciso due album: nel 2012 l’omonimo debutto in studio, seguito nel 2013 da »Abra Kadavar«. La pelosità facciale del trio è giustificata dallo stile coltivato dal gruppo. Immaginate un’usurpazione garage dei primi MC5 e persino dei Grand Funk Railroad, comandata da un’oscura seduzione, il che significa che nei riff si insinuano un sacco di echi ululanti e vuoti alla Black Sabbath. Con il profilo di un’allucinata deragliata psicoide, di sfuriate schizofreniche del cantante e di forme di riff rabbiosamente crude, i Kadavar risultano veri e sinceri in quello che fanno. La band ha attraversato senza troppe chiacchiere il repertorio dei due album. Il concerto l’ha aperto Liquid Dream, e verso la fine la band si è lanciata anche nella cover dell’originale dei Black Sabbath Symptom of the Universe. La band ha suonato ancora i brani Doomsday Machine , Black Sun, Come Back Life, Creature of the Demon, Eye of the Storm, Living in Your Head e All Our Thoughts. Una premessa musicale rigidamente tracciata e prevedibile ha un punto debole. Dopo 15 minuti il concerto del gruppo comincia a sembrare che tu stia ascoltando sempre lo stesso identico pezzo. Insomma, lo schema musicale rigidamente tracciato della band può emozionare i gusti di chi cerca il revivalismo. Quando si parla di fusione tra heavy metal, doom metal, psichedelia e persino approcci space, i tedeschi, tra l’altro fondatori del krautrock, sono sempre stati considerati maestri credibili! I Kadavar sono esemplarmente bestiali, primordiali e picchiano senza freni. Ma attenzione. Sempre sulla stessa frequenza.

Metalsteel erano considerati una delle formazioni più esperte del secondo palco del quarto giorno del festival. La band è ovviamente arrivata al festival con in tasca un album in studio appena uscito, intitolato »This Is Your Revelation«. Ad accoglierla c’era un pubblico numeroso, che si è goduto il concerto a pieno sangue. La band è cresciuta enormemente in compattezza. Dal fatto che il bassista Matej Sušnik si sia trasformato in un ottimo cantante di supporto, fino alla già proverbiale ottima intesa dei chitarristi Beni e Rok nell’esecuzione di frasi, passaggi e naturalmente assoli. Di sicurezza e potenza alla band non manca nulla, e questa sicurezza ha contagiato soprattutto l’impavida batterista Daša, che ha »srotolato« il suo lavoro alla grande. La band ha ovviamente presentato il nuovo album e l’ha condito nel repertorio con pezzi più vecchi della carriera. Si è concessa anche un’esecuzione audace del classico dei Deep Purple Stormbringer. Una cosa molto impegnativa che all’inizio prometteva di essere interessantissima, ma poi è un po’ sfuggita di mano. Beni ha inseguito un po’ la voce (controllo delle strofe), e inoltre le strutture semplificate della cover dell’originale non hanno acceso nessuno. D’altra parte, includere cover è una mossa che appartiene al parco divertimenti del rock ‘n’ roll, ma che, a dispetto delle buone intenzioni del gruppo, stavolta è sembrata superflua. Per il resto, nessun pensiero negativo su un’esibizione di una formazione di qualità standard, che matura sempre di più e nella sua integrità cresce fino a diventare una fortezza metallica impenetrabile!

Mentre i nostri portabandiera dell’heavy metal, i Metalsteel, dimostravano sul secondo palco che l’heavy metal è la nostra religione, sul palco grande, in modo simile ma con un genere un po’ diverso, probabilmente il miglior concerto della giornata l’hanno suonato i veterani americani del crossover Prong, che da noi si sono esibiti per la prima volta nella loro lunga carriera. Il trio guidato dal fondatore e unico membro originale Tommy Victor, che ha iniziato il suo percorso musicale come fonico nel leggendario club CBGB e poi nel 1986 ha fondato i Prong, nel tardo pomeriggio ha fatto girare Tolmin in una danza selvaggia di hardcore metallizzato e dirompente, a cui si avvicinano forse solo dei Pro-Pain. Che suono è riuscito a tirare fuori il trio dai propri strumenti! A tratti sembrava che nella valle stesse atterrando un Antonov, e non che sul palco ci fossero solo tre persone. Ma dal palco ogni singolo secondo eruttava e sbatteva una tale quantità di energia che si è trasmessa in un attimo anche sotto il palco, dove il macinare di capelli, braccia, gomiti, gambe e teste non sembrava finire mai. Tommy e il bassista Jason avevano il pubblico in pugno, e la band mostrava la propria gratitudine più che evidentemente con un sorriso costante stampato sulla faccia. Dalle gole di Tommy e Jason ruggivano voci folli che nei ritornelli con i cori gang vocals sfondavano il soffitto, e il trio ha colpito anche con il suono fantastico dei riff di chitarra, che si conficcavano nelle orecchie come il tridente del logo della band; Jason scavava di continuo nel basso, da cui estraeva uno sbalorditivo groove »Pantera«, mentre il batterista Arturo torturava le pelli come se fosse il suo ultimo set di batteria. Un’ottima scaletta, che offriva uno spaccato dell’intera opera creativa del gruppo, è stata solo la ciliegina su un set tempestoso, finito fin troppo in fretta. Snap Your Neck!

Dei superiori »grugnitori« che senza grandi sforzi hanno fatto sì che a molti colasse il sangue dagli organi dell’udito, nel quarto giorno del festival tra i protagonisti del secondo palco c’erano i Benighted. Il quintetto francese di St. Etienne, che dal 1998 si occupa dei rami estremi della musica metal, quest’anno ha pubblicato un nuovo documento in studio intitolato »Carnivore Sublime«. I death metaller si sono buttati con fervore nella presentazione del loro ultimo prodotto in studio ed è ovvio che la band deve essere più che entusiasta dei risultati, perché il nuovo materiale, rispetto ai brani più vecchi, »sparava« pesantemente dal repertorio. Un vero groove e un tornado di morsa estrema hanno regalato un’atmosfera ottima al pubblico, che sotto il palco è completamente sciolto. C’erano un sacco di teste folli che mettevano alla prova le proprie virtù acrobatiche, tra mosh pit, »surf« sulla folla (crowd – surfing) e altri »fascini da rompicollo«, come in questi casi li produce la fantasia metallara. Divertimento senza pari. Feriti, a quanto pare, nemmeno l’ombra.

Alle band finlandesi, a questo festival, è toccato per ben tre volte l’onore di presentarsi nel ruolo di gruppi che scaldano il terreno prima dell’headliner delle serate. Dopo i Children of Bodom del primo giorno e gli Amorphis del terzo, questa posizione è toccata anche ai metaller pagani Moonsorrow. La band, che nella sua cultura musicale porta elementi di black metal e cura la magniloquenza inserendo epiche melodie dalla tradizionale melodia popolare finlandese, ha tenuto un concerto eccellente. Il suono creato era rapace, l’atmosfera e le reazioni del pubblico eccezionali. Qualcuno si è preso persino il tempo di agitare davanti al palco una torcia accesa puntata in alto verso il palco. La gente è stata risucchiata in un mondo unico di forze oscure. Su Tolmin è calato un velo di nebbioline di lutto senza confini e di canto corale urlato di fate che chiamano la morte. Con l’uso della lingua finlandese, che ovviamente va a braccetto col dossier del paganesimo. Il growl del chitarrista Henri Sorvali, che spesso ricordava il ringhio assetato di sangue di un lupo mannaro, ha funzionato alla grande e i brani esprimevano tutti, uno dopo l’altro, un’enorme miniera di passione, pensieri cupi, mentre l’occulto evocava teatralmente sensazioni da cattivi. Senza trucco e inutili orpelli di scena. Solo con la musica, con una stretta concentrazione esecutiva per dare il meglio che sanno fare, i Moonsorrow hanno regalato un altro dei vertici del Metaldays di quest’anno.

Una delle formazioni più interessanti non solo del quarto giorno, ma di tutto il festival, sono stati i black metaller colombiani Inquisition. La band, che nel 1996 si è trasferita negli Stati Uniti, esiste dal 1988, ma ha pubblicato il debutto in studio solo nel 1996. La formazione è insolita. Si tratta di un duo. Il leader del gruppo è il cantante e chitarrista Dagon, il suo compare Incubus si occupa della batteria. Gli arrangiamenti orchestrali e di tastiere sono preregistrati (uso di basi sonore). A fargli compagnia sul palco ci sono due teste colossali. Di capra e di bue. E naturalmente un sacco di nebbia. Stava calando il crepuscolo e il momento del concerto dei grandi messaggeri di Satana è arrivato a puntino. Il duo ha presentato il suo album attuale, il sesto in totale, »Obscure Verses for the Multiverse« (2013), e l’area del palco era molto affollata. È incredibile rendersi conto di quanto spazio sonoro riescano a coprire con la loro attività sul palco appena due membri del gruppo. Solo un duo. È una delle eccitazioni di base che attirano all’ascolto anche il curioso musicale profano. L’altro elemento molto importante, che in realtà colloca gli Inquisition in un posto speciale sulla mappa del black metal, è il particolare approccio vocale di Dagon. Non è il tipico growl black metal, ma una specie di approssimazione al »gracchiare robotico«. Sempre sulla stessa frequenza. Senza particolari accentuazioni e senza marcare i versi. Senza produrre nemmeno la minima traccia che si possa dichiarare melodia. Affascinante. Perché finché non senti questa voce, non puoi credere che un corpo umano sia capace di produrre una cosa simile. Un’ora di atmosfera unica, che per autenticità ed elementarità dell’eredità musicale primordiale del black metal non poteva funzionare meglio, è girata in un attimo. La band ha lasciato l’area del palco stracolma con un semplice saluto di Dagon. Si è avvicinato al microfono per l’ultima volta, ha alzato la sinistra con il polso modellato nel »malocchio« di Dio dicendo con »affetto«: »For the Satan! Good evening and thank you!« Dopodiché, attraverso le fitte nebbioline in cui era avvolto il palco, hanno cominciato a diffondersi melodie ssataniche preregistrate con la premessa di un male che può nascere solo in una voragine infernale, dove regna il venerato signore delle mosche. La folla è rimasta piantata davanti al palco pensando che la band sarebbe tornata. Ma il concerto era finito così. Un’esperienza speciale, di una band speciale. Adoratori del purismo black metal! Questa è una band che dovete assolutamente andare a vedere.

E per il finale sul palco grande, i patriarchi del thrash metal Megadeth. Da qualche anno tengono duro con una formazione solida, il che è lodevole. La band, che appena arrivata si è concessa un piccolo scivolone esecutivo quando le chitarre erano leggermente indietro rispetto alla sezione ritmica nel riff iniziale di Hangar 18, con la scelta del brano d’apertura ha fatto centro in pieno, per quanto riguarda la scarica immediata di adrenalina con cui ha reagito il pubblico, impazzito in un istante. Il pezzo, tra l’altro, mostra con grande audacia la grande forza di Mustaine come songwriter. Anzi, quando parliamo della band, non è sbagliato parlare direttamente al singolare. Il boss Dave Mustaine irradiava un ottimo umore. E da quello dipende tutto, in un concerto dei Megadeth. Qualcuno magari osserverebbe da canaglia che l’entusiasmo dipende dal fatto che i W.A.S.P. siano da qualche parte nei paraggi di Mustaine. Comunque. Andiamo al concerto.  In estate, ai festival, la band porta un repertorio »best of«! Cioè un vero set »di ferro« che col passare del tempo non riesce ad arrugginire. Naturalmente con una scenografia completa, che comprendeva ricche proiezioni cinematografiche legate al messaggio del materiale stesso eseguito dai ragazzi. Anche se l’esibizione dei Megadeth è di natura piuttosto prevedibile, visto che i dipendenti di Mustaine devono muoversi sul palco come ordina il loro amato capo, a compensare tutto ci pensa l’eccezionale carisma dei brani di origine pionieristica che i Megadeth hanno snocciolato uno dopo l’altro quella sera.

Okay, Mustaine non riesce più a stare dietro vocalmente a tutta la faccenda Megadeth, ma resta indiscutibile il fatto che i Megadeth non hanno mai avuto bisogno di una voce particolarmente allenata. Meglio ascoltare un Dave vocalmente spento, in età matura, e divertirsi con il suo »brontolio« che cerca di spaventare i bambini piccoli, piuttosto che finire per caso con un qualsiasi sostituto vocale. Dave resta un’icona! Basta che non finisca sulle orme del suo omonimo, il capo dei Whitesanke Coverdale, che la band avrebbe dovuto mandare in pensione definitiva già da un pezzo. Dave Mustaine non sarebbe Dave Mustaine se durante il concerto non esprimesse almeno un pizzico di autocompiacimento. »I know that you love me, as much as i love you!« è stato uno dei suoi discorsi al pubblico! Dave naturalmente parla in prima persona singolare, il che equivale a dire che con il pubblico parlasse la band chiamata Megadeth. La vista sulle distese di prato zeppe di spettatori entusiasti piaceva immensamente al grande capo, mentre la band passeggiava tra i classici della ricca discografia dei giorni classici. Un’introduzione particolarmente interessante Dave l’ha fatta prima di eseguire She-Wolf. La sua ultima frase era una richiesta al gentil sesso di farsi sentire. Dopo aver ricevuto la risposta in forma di strilli femminili, ha chiosato cinico: »Now I know why I will neveerr had children again!« Il saggio sa il fatto suo.

Chris Broderick non è una figura di palco particolarmente carismatica, ammesso che lo sia, ma il suo modo di suonare è manna dal cielo per le orecchie. Vera poesia di perfezione impeccabile. La band non ha saltato nemmeno il primo brano che Mustaine abbia mai scritto per i Megadeth, cosa che ha annunciato teatralmente in apertura. Un brano che ha attraversato una lunga evoluzione ed è finito sul terzo lavoro in studio del gruppo »So Far, So Good, So What«, intitolato Set the World Afire. Dopo l’omaggio al grande padrino dell’ispirazione musicale della prima giovinezza di Mustaine, Scott Gorham, e l’esecuzione della cover dei Thin Lizzy Cold Sweat, la band è passata come previsto al gran finale e ha piazzato la mini sinfonia di »Countdown To Extinction« attesa a lungo dalla folla, intitolata più o meno come? Symphony of Destruction, ovvio.

Per il bis ancora i mancanti Peace Sells e dopo di lei Holy Wars.., Valanga finale di rabbia ribelle, prodotta in modo così sincero da Mustaine nei suoi giovani anni dei Megadeth classici, e il Metaldays per il quarto giorno era compiuto (beh, quasi compiuto, come leggerete più avanti). Tutto a posto. Anzi, a parte la voce di Dave, proprio tutto. Anche troppo a posto. A posto al punto che tutto il »lustrino« scenico di una produzione gigantesca non va d’accordo con l’eredità primordiale della ribellione thrash metal che ha cambiato per sempre il mondo musicale con l’arrivo dei Megadeth sulla scena. Voglio dire che uno show dei Megadeth non ha bisogno di una produzione così abbondante e dispendiosa, perché i riff di chitarra stessi sono così carismatici e, nella tradizione, unicamente asciutti, che la musica parla già abbastanza da sola. Certo, rispetto ai Metallica e alla loro paccottiglia di scena e ai riti giganteschi, i Megadeth sono ancora dei veri »bebè« (per fortuna). Ciononostante, ci si accontenterebbe pienamente di una produzione come ce l’hanno oggi gli Slayer o gli Anthrax.

La domanda: Mustaine è andato a vedersi dopo il concerto l’esibizione dei Riot V sul palco piccolo del festival? Pare che non l’abbia incrociato nessuno. Magari lo avrebbe scosso, facendogli ritrovare la strada verso l’essenza musicale originaria e la sacra semplicità. Quello che hanno evocato i Riot V sul palco piccolo dopo il concerto dei Megadeth è l’esatto opposto. Cinque persone, formazione classica base da quintetto, accordatura senza alcun lustrino, protesi cosmetiche, nascondigli dietro gli effetti o ritocchi di bellezza. Cinque persone affiatate e in forma smagliante con un suono pieno su Tolmin. L’esibizione dei Riot V. Dopo la morte del fondatore dei Riot, Mark Reale, i suoi ex compagni proseguono la carriera con il nome Riot V, ovvero una versione approssimata della classica formazione Thundersteel dei Riot, guidata dal chitarrista Mike Flyntz e dal bassista Don Van Stavern, mentre gli altri posti sono occupati dal veterano batterista rodato Frank Gilchriest (Virgin Steele), da un fantastico »sosia« di Tony Moore alla voce che si chiama Todd Michael Hall, e dal posto di secondo chitarrista, che spetta alla giovane speranza della chitarra Nick Lee. La band ha tirato fuori un set una volta e mezza più lungo di quello di 13 giorni fa al festival tedesco Bang Your Head!!! a Balingen – reportage di RockLine QUI.

I Riot V erano di conseguenza carichi a molla. Ancora più rilassati, accoglievano con entusiasmo salve di vibrazioni positive di ritorno dal pubblico. Hanno suonato fino a notte fonda, verso il mattino presto. Con tutta la forza e senza mollare fino all’ultimo istante dell’esibizione. Compresa la voce del fenomenale Todd Michael Hall, Erano quasi le due di notte e i festeggiamenti non accennavano a calare. La gente si strappava i capelli. I Riot V sono stati una delle poche band del festival di quest’anno che possono vantare un’attività »precambriana«. Un’anzianità da pionieri. Ma siccome il gruppo è modesto, pochi lo sanno. Una band che ha influenzato anche Dave Mustaine come musicista e che in carriera non ha mai ricevuto il giusto riconoscimento per la sua opera e la sua visione musicale. Si tratta infatti di un gruppo di formazione heavy metal classica da pionieri, come ce n’erano già negli anni Settanta, in un modo che in seguito ha influenzato in maniera rivoluzionaria i primi Crimson Glory, Fates Warning, Queensryche, Vicious Rumors, Helstar, Agent Steel, Liege Lord, persino la falange delle band della Bay Area,… La band ha composto una scaletta »best of« ed è difficile indicare i momenti migliori dell’esibizione. I brani funzionano ovviamente in modo unico. Inconfondibile. Tutti, uno dopo l’altro, compreso il nuovissimo Warrior, che è un’ottima promessa per il nuovo album in studio del gruppo. I Riot V hanno portato i veri intenditori al settimo cielo, e allo stesso tempo hanno conquistato con la loro genuinità e la spiccata sincerità esecutiva anche una borsa di curiosi che prima non conoscevano la band. Suonato a manetta, suonato con grande perfezione esecutiva e la potenza di un grande impegno. Mike Flyntz presidente degli assoli di chitarra! Speriamo che i Riot V arrivino in Slovenia per qualche concerto in un club, magari già la prossima primavera. Insomma. Riot V! Un’esibizione che ha portato sicuramente uno dei vertici di questa edizione del Metaldays. E, non da ultimo, ha portato finalmente sul palco una vera voce rifinita, un canto classico ben allenato. Un vero balsamo per tutte quelle orecchie che cercano melodia e un canto autorevole, melodicamente curato, con un grande trasferimento di potenza vocale anche nei registri estremamente alti. Niente eccessi da »cookie monster«, di cui il festival era pieno e che, diciamocelo, con la loro “deformazione” suscitano spesso grottesco. La voce di Todd Michael Hall è stata quindi una delle poche voci di vecchia scuola del festival, che oggi nell’universo metal diventano sempre più rare. Una chiusura eccezionale del quarto giorno del festival, insomma! E ha ricominciato a piovere.

Nina Grad (foto): Alpha Tiger, In Solitude, Kadavar, Prong, Moonsorrow, Megadeth
Sebastijan Videc (foto, video): Skelfir, Inciter, Metalsteel, Inquisition, Riot V, più video: Alpha Tiger & Megadeth
Aleš Podbrežnik (testo): Drakum, From the Depth, Skelfir, Darkfall, Torture Pit, Sapiency, Alpha Tiger, In Solitude, Villainy, Kadavar, Metalsteel, Benighted, Moonsorrow, Inquisition, Megadeth, Riot V
Rok Klemše (testo): Inciter, Prong

Scaletta

BENIGHTED:
1. X2Y
2. Noise
3. Let the Blood Spill Between My Broken Teeth
4. Collapse
5. Experience Your Flesh
6. Carnivore Sublime
7. Prey
8. Collection of Dead Portrait
9. Jekyll
10. Slaughter/Suicide
11. Slut
12. Asylum Cave

INQUISITION:
1. Force of the Floating Tomb
2. Nefarious Dismal Orations
3. Command of the Dark Crown
4. Those of the Night
5. Embraced by the Unholy Powers of Death and Destruction
6. We Summon the Winds of Fire (For the Burning of All Holiness)
7. Desolate Funeral Chant
8. Master of the Cosmological Black Cauldron
9. Astral Path to Supreme Majesties
10. Infinite Interstellar Genocide

PRONG:
1. Eternal Heat
2. Beg To Differ
3. Lost And Found
4. For Dear Life
5. Carved Into Stone
6. Turnover
7. Unconditional
8. Revenge…Best Served Cold
9. Power Of The Damager
10. Another Worldly Device
11. Whose Fist Is This Anyway?
12. Snap Your Fingers, Snap Your Neck

MOONSORROW:
1. 1065: Aika
2. Muinaiset
3. Kinenkantaja
4. Pimeä
5. Sankaritarina
6. Kuolleiden Maa

MEGADETH:
1. Prince of Darkness (taped intro)
2. Hangar 18
3. Wake Up Dead
4. In My Darkest Hour
5. Tornado of Souls
6. Sweating Bullets
7. Skin o’ My Teeth
8. Dawn Patrol
9. Poison Was the Cure
10. Set the World Afire
11. She-Wolf
12. Trust
13. A Tout Le Monde
14. Public Enemy No. 1
15. Kingmaker
16. Cold Sweat (orig. Thin Lizzy)
17. Symphony of Destruction
–bis—
18. Peace Sells
19. Holy Wars… The Punishment Due
20. Silent Scorn (taped outro)
21. My Way (taped outro)

RIOT V:
1. Narita
2. Fight Or Fall
3. On Your Knees
4. Metal Soldiers
5. Wings Are For Angels
6. Johnny’s Back
7. Hard Lovin’ Man
8. Fire Downunder
9. Metal Warrior
10. Sign Of The Crimson
11. Angel Eyes
12. Still Your Man
13. Altar Of The King
14. Flight Of The Warrior
15. Bloodstreets
16. Roadracin’
17. Swords and Tequila
18. Warrior
19. Thundersteel
20. Outlaw

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