Metaldays 2014 (terzo giorno) – all’insegna di Seven Churches e The Eyes of Horror!

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Location: Tolmin / Sotočje / Slovenia
Data: mercoledì, 23.07.2014


Mercoledì il meteo ha finalmente avuto un po’ di pietà di noi, così rinfrescarsi al Sotočje con una birra gelata in mano, tra un pubblico che giocava a badminton a torso nudo, era la soluzione perfetta. E la soluzione ideale per fare scorta di birra fredda, quest’anno, è stato anche il tendone Mercator proprio nell’area del festival. Quando era uscita la notizia aveva scatenato parecchie polemiche, ma l’idea si è rivelata ottima e, se la confermeranno, in futuro si svilupperà e migliorerà di sicuro. Anche l’offerta in spiaggia si è allargata con lo stand degli smoothie, e anche per i vegetariani c’era di nuovo un ottimo servizio, non solo col chiosco in spiaggia ma anche col cibo indiano, a cui quest’anno, di fronte, vicino al palco piccolo, faceva compagnia quello messicano.

Nel mezzo, sul secondo palco, sono saliti per primi mercoledì i padroni di casa Cordura, che si sono guadagnati un posto al festival vincendo la votazione su Facebook. I Cordura avevano suonato anche al warmup party ufficiale all’Orto bar, dove erano stati tormentati da problemi tecnici, che purtroppo si sono ripetuti anche stavolta. Per la maggior parte del concerto i ragazzi hanno di nuovo suonato senza la seconda chitarra, ma sono comunque riusciti a tenere il filo fino alla fine. Il death/thrash metal tecnico dei Cordura non è di certo un boccone facile da digerire, ma i ragazzi sono riusciti a far restare il pubblico attento. Anche se manca ancora un sacco di chilometraggio, i Cordura si fanno notare per gli assoli incazzati di Tim, per una sezione ritmica varia e dinamica e per la voce di Nejč, sempre più convincente, che se la cava bene sia col growl sia col canto pulito.

L’onore di aprire le danze sul palco principale del terzo giorno di festival è toccato agli stalloni del power metal sloveno Space Unicorn On Fire. Bisogna fargli i complimenti: si sono guadagnati l’esibizione sul main stage grazie alla diligente vendita dei biglietti del festival. I ragazzi, che l’anno scorso avevano già suonato al Metaldays sul palco piccolo, con questa nuova esibizione avrebbero dovuto portare, di norma, un upgrade della presenza scenica, che l’anno scorso li aveva fatti apparire sotto una luce promettente. Stavolta però la gigantesca struttura del palco li ha letteralmente inghiottiti. Non si sono trovati granché a loro agio lì sopra, anche se glielo avremmo augurato di cuore. Lo si è visto nella percezione zoppicante del gruppo sul palco, soprattutto nelle armonie vocali, che ondeggiavano di continuo un po’ a destra e un po’ a sinistra della melodia di base. Un numero invidiabile di curiosi ha accolto la band sotto il palco e i ragazzi avevano una bella occasione per presentarsi al mondo in miniatura a pieno regime e conquistare nuove simpatie. L’elemento di lucidità che in qualche modo inseriscono sempre nei loro show non è mai venuto fuori. Sembrava più d’intralcio che d’aiuto. Nonostante gli insospettabili talenti musicali dei singoli, la vera chimica da palco durante l’esibizione non si è sentita.  Peccato.  Siamo sicuri che la prossima volta andrà meglio.  Serve solo un po’ più di pratica, oltre a un po’ di esperienza sul palco da mettere a libro nel chilometraggio.

Come si serve la giusta nota di lucidità o di sarcasmo, prendendosi in giro da soli, gli Space Unicorn of Fire hanno potuto scoprirlo di persona quando dopo di loro è salita sul palco una banda di gnomi da giardino, pardon, di pelosoni ronzanti chiamati Valient Thorr. In realtà l’aria da gnomo da giardino ce l’aveva solo il cantante, per via dei «ballerini» scaldamuscoli rosso fuoco tirati sopra i collant neri aderenti, che hanno buttato ulteriore benzina sul fuoco delle smorfie teatrali del gruppo. Certo, tutta questa orgia sconclusionata, di cui è incaricato il guascone di un cantante a furia di correre sul palco, buttarsi in ginocchio e tamburellare sulla generosa pancia da birra, è più che giustificata a piene dosi. I Valient Thorr sono infatti l’indirizzo giusto per una messa di puro rock’n’roll dal tocco incredibilmente tangibile, abbondantemente dosata con una nota di sporcizia punk.  La band ha chiuso il suo set, di gran lunga troppo breve e pieno di straordinaria monelleria rock ‘n’ roll, con il brano Tough Customer, ovvero un brano da acquavite rock ‘n’ roll che all’inizio cita una strofa del classico degli AC/DC Dirty Deeds Done Dirt Cheap. Con lo sguardo dritto nel sole cocente, i Valient Thorr hanno messo in piedi uno dei picchi del terzo giorno di festival, tanta è l’energia che hanno sprigionato col loro show. Uno spettacolo che tira fuori una montagna di divertimento di cuore dal geniale senso dell’umorismo di questi «boscaioli» americani completamente fuori di testa.

Anche nel proseguimento della giornata di mercoledì il palco si è tinto dei colori sloveni, perché dopo mesi di inattività live sono tornati sui palchi gli eroi dell’heavy metal di casa nostra Black Diamond, che volano ancora alti sulle ali del fenomenale debutto Last Man Standing, accolto benissimo sia dalla critica sia dai fan. I Black Diamond si sono presentati stavolta in una formazione un po’ rinnovata: dietro le pelli Klemen Markelj è stato sostituito dal navigato Marko «Soki» Soršak (Elvis Jackson), mentre al basso Primož Pavlin ha preso il posto di Urban Medič. Visto il tempo piuttosto scarso a disposizione (e anche per via dei pezzi epicamente lunghi, ovviamente) i ragazzi hanno suonato solo quattro brani: al terzetto del debutto hanno aggiunto anche il nuovo singolo Endless Road. Si sente che i ragazzi vengono da un periodo di relativa stasi live, perché c’è stato un bel po’ di errori e pasticci (soprattutto negli intrecci di riff e assoli di chitarra, certo estremamente complicati), ma i Black Diamond hanno compensato le lacune con la voce mozzafiato di Žak, che dal vivo brilla almeno quanto su disco, e con la prestazione batteristica eccezionale mostrata da Soki, che in pochissimo tempo con la band ha già fatto completamente suo il drumming. Tra i ritornelli epici la band non ha avuto problemi a conquistare il pubblico, e durante la conclusiva Dreams of Tomorrow, soprattutto sui ritornelli fantastici, i peli si rizzavano da soli. Ragazzi, abbiamo bisogno di più concerti vostri, e spero anche che Endless Road sia l’annuncio di un nuovo disco!

I leggendari thrasher danesi Artillery sono capitati sul palco presto. Alla scorsa edizione del Bang You Head nella tedesca Balingen hanno suonato alle dieci passate del mattino, giusto un filo oltre. Insomma, una lezione da parte dei veterani scandinavi dell’euro thrash metal, le cui redini sono ancora saldamente in mano ai fratelli e chitarristi Morten e Michael Stützer. Al basso resta ancora Peter Thorslund, entrato nel gruppo già nel 1989, quando Morten è passato dal basso alla chitarra. La formazione è completata dai due membri più giovani, il batterista Joshua Madsen e il cantante Michael Bastholm Dahl, che dopo vari avvicendamenti nella ricerca del vocalist giusto si è rivelato alla fine, per gli Artillery, un uomo tutto d’un pezzo. Michael l’ha confermato con un’ottima prova anche a Tolmin! Il nuovo album intitolato «Legions» è uscito lo scorso novembre e la band ha servito alla folla, in mezzo a un tempo (ohoho!!!!) ancora soleggiato, la title track, poi l’opener Chill My Bones (Burn My Flesh) e God Feather. Naturalmente i palati fini hanno avuto di che gioire nel prosieguo di questa fantastica esibizione di 50 minuti, quando la band ha sparato qualche proiettile classico dalla sua concretissima eredità discografica! Poi ci siamo goduti una mitragliata feroce e senza compromessi, con la band che ha sfrecciato con i brani 10.000 Devils, By Inheritance, When Death Comes, Khomaniac, The Challenge e ha chiuso (in modo quasi scontato) il set con i famigerati shrapnel Terror Squad e The Almighty. Velenoso e devastante! Gli Artillery, anche in età matura, restano una belva forsennata assetata di sangue!

«Il thrash non lo puoi fermare» dicono i nostri veterani Sarcasm e hanno ragione da vendere! Dopo i pazzi danesi Artillery, infatti, il palco piccolo è stato ridotto in polvere dagli americani Havok durante il cui show, in un auditorium stracolmo, non si vedeva la fine di mosh e circle pit, e i buttafuori con gli innumerevoli crowd surfer si sono guadagnati la paga fino all’ultimo centesimo. Gli americani, come da nome, hanno seminato una vera devastazione thrash, sfrecciando senza pietà attraverso inni thrash distruttivi come D.O.A., Covering Fire, Unnatural Selection, Give Me Liberty… Or Give Me Death, Point of No Return e Time Is Up. Grazie all’ottimo suono le chitarre tagliavano come le pale di un elicottero, la sezione ritmica dinamica ruggiva come il motore di un jet, e la voce di David Sanchez ringhiava come impazzita. Se il «revival» thrash è ormai praticamente morto, una band come gli Havok dà la speranza che a portare avanti il movimento thrash non restino solo i vecchi come i Big Four, ma anche il sangue giovane, affamato di dimostrare qualcosa. E gli Havok lo dimostrano ancora e ancora. «Cry ‘Havoc!’, and let slip the dogs of war!»

Poco prima delle otto di sera è salita sul palco principale una formazione di ben otto elementi chiamata Saltatio Mortis. La traduzione del nome dal latino suonerebbe «danza della morte». Può anche essere, ma la carta d’identità musicale del gruppo è tagliata più sull’allegria che sul lutto. La Germania offre un’ampia gamma di band che portano nel metal le melodie dei trovatori medievali, e quasi per regola ci rientrano strumenti antichissimi, kilt, cuoio borchiato e altre cianfrusaglie di bronzo tintinnante e ferraglia. I Saltatio Mortis hanno in formazione ben due cornamuse, e ogni tanto sul palco ne compaiono perfino tre. Una pletora dei flauti più disparati, oltre a un tamburello, accompagna il classico arsenale metal di chitarre elettriche, basso e batteria. Il frontman del gruppo, Alea der Bescheidene, di ottimo umore, ha incitato il pubblico per tutto il tempo con grande impegno. Nel farlo ha letto con insistenza e molta efficacia dal bigliettino perfino qualche frase in sloveno, guadagnandosi in un attimo un mare di simpatie. Anche da parte di chi seguiva il concerto più da lontano, per pura curiosità di passaggio. Del resto, una pletora di visitatori ha trovato nei Saltatio Mortis il salvatore perfetto e l’alibi per travestirsi con ogni sorta di mascherata arcaica e portarsi sotto il palco gli accessori più folli che la fantasia umana possa produrre, per complicarsi al massimo la vita. La band suona benissimo, il suono era tarato in modo velenoso e la voce di Alea ha funzionato alla perfezione. La band ha offerto un’esibizione davvero ottimale e il prato davanti al palco, riempito fino all’ultimo centimetro, con tutti i suoi giocattoli viveva un vero delirio. A dire il vero in quel momento non c’era un cittadino tedesco arrivato a Tolmin per il festival che non fosse per caso lì a vedere i Saltatio Mortis. La band ha presentato l’album in studio attuale «Das Schwarze Einmaleins»! La serata di concerti l’ha aperta quindi il nuovo brano Früher war alles besse, seguito da Idol, Satans Fall, Prometheus, Uns gehört die Welt, Eulenspiegel, Wachstum über alles, Nur ein Trau, Koma, Sündenfall, Falsche Freunde e la conclusiva Spielmannsschwur.

Dopo la bomba thrash, nella depressione e nel nichilismo hanno avvolto l’altro palco gli italiani Forgotten Tomb, la prova che anche tra gli italiani si trovano ottime band. I Forgotten Tomb sono subentrati all’ultimo momento ai purtroppo forfait Cattle Decapitation, e si è rivelata una mossa eccellente. Proprio mentre faceva buio, gli italiani hanno creato sotto le chiome degli alberi una maestosa atmosfera di rovina, riuscendoci alla perfezione con un mix unico di black metal con elementi gothic e doom metal. Nel vero trance hanno portato il pubblico i riff lenti e possenti e la voce cruda e sofferente del membro fondatore Herr Morbid, che aveva fondato i Forgotten Tomb come progetto one man. Stavolta a parlare è stata solo la musica, perché il flusso atmosferico non è stato interrotto da insulsi sproloqui tra un pezzo e l’altro, e i Forgotten Tomb hanno avvolto senza grossi problemi nel buio, nella solitudine e nella depressione un pubblico piuttosto numeroso (mi riferisco al fatto che gli italiani suonano un genere piuttosto specifico, che non attira le masse).

La maggior parte del Metaldays aspettava con ansia l’esibizione dei metaller finlandesi Amorphis. Molti dei presenti erano venuti al festival per un solo giorno e con l’obiettivo di fondo di vedere gli Amorphis. Da formazione death metal degli esordi, nel corso degli anni la band ha attraversato una transizione radicale, inserendo nel suo dossier musicale una vera fusione di generi che oggi, accanto al ramo estremo che si è trattenuto, fa pendere in gran parte la bilancia a favore di elementi di power metal sinfonico, ma anche del melos folk tradizionale e perfino del metal progressivo! Il grado sempre maggiore di musicalità accessibile a tutti e la combinazione di growl e canto pulito hanno allargato la base di fan degli Amorphis, soprattutto dopo l’album «Skyforger» (2009). La principale calamita dello show degli Amorphis è ovviamente il cantante Tomi Joutsen, che stavolta il suo «strano aggeggio», in genere chiamato microfono, non l’aveva piantato sull’asta. Un paio di volte, a vedere quell’apparecchio particolare, Tomi dava l’impressione di asciugarsi i capelli col fon. Scherzi a parte. Il piccolo selvaggio, coi cordoni di dreadlock che gli penzolano quasi fino a terra, si è dimostrato ancora una volta un grande frontman. Soprattutto grazie al grande carisma e alla capacità di sfruttare l’ampio palco, sul quale il cantante, di ottimo umore, correva teatralmente per tutto il concerto. «Circle», cioè l’album in studio attuale della band, ha aperto il concerto con l’intro e il nuovo brano Shades of Gray, mentre per il resto il gruppo ha impastato un repertorio di tanti brani più vecchi, durante i quali hanno avuto il loro anche quelli a cui piace ricordare gli Amorphis come una delle band death metal più interessanti apparse sul pianeta negli anni subito dopo la nascita del genere (per esempio l’esecuzione di Into Hiding subito dopo lo strumentale Thousand Lakes e proprio sul finale Black Winter Day). La band non ha tralasciato nemmeno il disco d’esordio, attaccando nella seconda metà del set Vulgar Necrolatry, mentre sentire dal vivo un brano come My Kantele dall’album «Elegy» (1996) è sempre un’esperienza unica, piena di vera perfezione atmosferica. La band è in forma smagliante. Si sente che gli Amorphis suonano e si esibiscono continuamente e che si lasciano alle spalle un’altra delle tante tournée, che si chiude con quella estiva dei festival in corso. Il pubblico mangiava letteralmente dalla mano a Tomi. Gli Amorphis hanno lasciato il palco nella loro aura di straordinaria perfezione esecutiva. Visto il successivo disastro degli «Elvis metaller» Volbeat, gli Amorphis si sono di fatto presi lo status di vincitori del main stage del terzo giorno di festival.

Il festival di quest’anno era cucito un pelo più addosso ai deathster, visto che fino a mercoledì ci eravamo già goduti ottime esibizioni di Mephistophelian, Grave, Aborted, Immolation, Obituary e Vader, ma sembrava che il vero apice del death metal fosse arrivato solo mercoledì (e poi ancora venerdì), quando sul palco piccolo si sono susseguite due formazioni leggendarie. Il primo colpo l’hanno sparato i veterani death/doom olandesi Asphyx, che sono tra le prime band death metal europee, visto che seminano orrore e morte dal 1987. Sembrava che già col primo accordo del classico The Quest of Absurdity il cielo sopra Tolmin si fosse tinto del rosso minaccioso dell’orizzonte di guerra: l’effetto di guerra totale, infatti, ce l’hanno i riff apocalittici, le voci malate di Martin Van Drunen (che era già entrato nella storia con lo strillare sui primi due album di culto dei Pestilence) e il fragore da cannone di una sezione ritmica devastante. Le bombe cadevano da tutte le parti, mentre gli Asphyx infilavano un demolitore dopo l’altro, dai classici M.S. Bismarck, Asphyx (The Forgotten War) e Vermin fino ai massacri brutali dall’album Death… the Brutal Way, Scorbutics e title track, e agli ammazzatori dell’album attuale Into the Timewaste e Deathhammer. Il pubblico mangiava dalla mano al carismatico Van Drunen e il caos sotto il palco non accennava a placarsi fino all’ultima nota dell’inno Last One On Earth. L’esibizione degli Asphyx ha più o meno lo stesso effetto che stare in mezzo a un campo di napalm. «This is true death metal you bastards!»

Dopo l’ottima esibizione degli Amorphis, lo spazio davanti al palco principale si è riempito ancora di più per l’headliner di mercoledì Volbeat. Ai danesi negli ultimi anni è riuscito il salto tra i gruppi più richiesti, così la loro presenza al Metaldays non è stata una sorpresa. Ma purtroppo non è andato tutto secondo i piani. I Volbeat hanno aperto il concerto con la potente Doc Holiday dall’album attuale e hanno continuato nello stesso stile con le più vecchie Hallelujah Goat e Boa [JDM]. È seguita la danzereccia Lola Montez, dove però i frequenti colpi di tosse del cantante lasciavano già intuire dei problemi. La chitarra acustica sul palco poi significava una cosa sola – la leggendaria Ring of Fire di Cash, con la partecipazione fragorosa della folla sotto il palco, seguita proprio da Sad Man’s Tongue, dedicata a Cash, probabilmente il più grande successo di questo gruppo. Purtroppo qui si è visto che Michael non era in grado di scendere nelle profondità vocali come solo lui sa fare, e durante Sad Man’s Tongue ha addirittura lasciato perdere le parti alte e durante l’assolo di chitarra è andato dietro le quinte. La speranza che andasse tutto bene si è riaccesa con il ritorno di Michael sul palco, ma purtroppo già dopo un paio di versi di Heaven nor Hell la sua figura è sparita dal palco, e il resto del brano è stato concluso dagli altri in versione strumentale. Al pubblico deluso, al posto di uno dei membri della band, si è scusato uno degli organizzatori, il che ha lasciato un ulteriore retrogusto amaro. La dichiarazione ufficiale del gruppo è che Michael ha perso la voce a causa di un’infezione batterica alle corde vocali e che promettono un rapido ritorno in Slovenia.

Per la chiusura perfetta del terzo giorno, dopo il disastro dei Volbeat (a causa del quale gli organizzatori hanno fatto un bel gesto, prolungando di un giorno la validità dei biglietti di mercoledì), ci hanno pensato i leggendari Possessed, probabilmente la più grossa leccornia del festival di quest’anno. I Possessed sono una formazione nata nel 1983 che è entrata per sempre nella storia con il debutto di culto Seven Churches. Sul leggendario debutto c’è anche il pezzo che ha dato il nome a un intero genere. Death Metal! Quello che sono i Venom per il black metal lo sono i Possessed per il death metal: gli ha reso omaggio durante il concerto degli Asphyx anche Van Drunen, e oltre a lui li citano come influenza nomi come Chuck Schuldiner e i Death, David Vincent e i Morbid Angel, i Cannibal Corpse e tanti altri. Nel corso della loro attività i Possessed hanno pubblicato anche l’album Beyond the Gates (1986) e l’EP The Eyes of Horror (1987), poi nel 1987 si sono sciolti. I membri sono andati per la loro strada (il chitarrista Larry LaLonde, per esempio, oggi suona nei Primus), e nel 1990 il cantante Jeff Beccera è stato colpito da un colpo di pistola e da allora è paralizzato dalla vita in giù. Ciononostante, nel 2007 Jeff ha trovato un coraggio incredibile e una volontà di ferro e ha rimesso in moto la macchina Possessed con gli amici della band death metal californiana Sadistic Intent. I Possessed sono un culto e di conseguenza l’area sotto il secondo palco era stracolma, e il pubblico è esploso per la prima volta già durante l’intro sinistro. Gli Ossessi hanno offerto una buona ora e mezza di death metal malvagio, occulto e satanico a livelli di volume davvero infernali, e la raffica di vero death metal non si è fermata fino all’ultimo secondo di un’esibizione straordinaria, dominata soprattutto da Beccera, esempio di incredibile volontà e ottimismo, con cui Jeff ispira anche quando ci parli (l’intervista con lui potrete vederla presto). Jeff non ha dimostrato solo una voce ottimamente conservata, che è ancora brutale e cruda, ma ha incitato il pubblico per tutto il tempo, e lui stesso si dimenava di continuo e ha sfruttato il palco per quanto poteva. Attraverso gli immortali classici Pentagram, Evil Warriors, Seven Churches, Twisted minds, Evil Warriors, The Heretic, Tribulation, My Belief e The Eyes of Horror la band ha strappato e sfrecciato come Cerbero, come ospite speciale dietro le pelli ha demolito in modo animalesco nientemeno che Nick Barker, e hanno presentato anche un pezzo nuovo, The Crimson Spike, che sarà anche sul prossimo disco del ritorno. Senza dubbio una delle esibizioni migliori (e al tempo stesso più sincere) del Metaldays di quest’anno, che può fare da esempio a tutte le band più grosse che con il loro comportamento hanno perso il contatto con i loro fan e con l’essenza stessa del metal. I Possessed potevano chiudere il loro set solo in un modo, che era anche la chiusura perfetta della giornata – Death Metal!

Nina Grad (foto): Cordura, Valient Thorr, Black Diamond, Artillery, Havok, Saltatio Mortis, Forgotten Tomb, Asphyx, Possessed
Sebastijan Videc (foto, video, testo su Volbeat): Space Unicorn on Fire, Amorphis, Volbeat
Aleš Podbrežnik (testo): Space Unicorn on Fire, Valient Thorr, Artillery, Saltatio Mortis, Amorphis, Volbeat
Rok Klemše (testo): Cordura, Black Diamond, Havok, Forgotten Tomb, Asphyx, Possessed


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