Minstrel In The Gallery
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Jethro Tull
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1975
Voto: 5/5
I trovatori indomabili del folk rock progressivo stavolta sono andati a cercare l’ispirazione creativa nell’epoca barocca del teatro elisabettiano e nel folklore popolare, cosa che calzava a pennello all’immagine consolidata del loro geniale capoccia Ian Anderson, che ormai da tempo si portava dietro la fama di trovatore scatenato, capace con il suo flauto, proprio come il flautista folklorico di Hamelin, di incantare sempre tutti gli amanti delle forme progressive del rock e i buongustai della musica in generale. Nonostante la brutta esperienza delle registrazioni all’estero (vedi la recensione di “A Passion Play”, 1973), stavolta hanno puntato su Monte Carlo, dove hanno registrato una sorta di logico successore del precedente “Warchild” (1974), l’album in cui per la prima volta avevano usato in misura più ampia gli arrangiamenti orchestrali. “Minstrel In The Gallery”, però, in pieno stile Tull, è di nuovo un album completamente diverso dal predecessore: si distingue per una presenza ancora maggiore di arrangiamenti orchestrali sotto la bacchetta di David Palmer, stavolta diventati ancora un filo più raffinati. È aumentato in modo sensibile anche l’uso della chitarra acustica di Ian, che regala a certe parti e sezioni un respiro celtico. E questo è quasi un paradosso, perché si tratta al tempo stesso del loro album più acustico e di uno dei più duri che avessero mai fatto fino ad allora, quello in cui tornano a ripescare gran parte del sound hard rock dei primi anni, quando erano tra i gruppi più pesanti dell’epoca. Una svolta importante rispetto al predecessore, relativamente scherzoso e leggero, è anche l’atmosfera molto più seria e cupa, che si riflette nella struttura della maggior parte dei pezzi e in alcuni dei testi più insoliti della carriera di Ian, soprattutto nel magnifico epico finale “Baker St. Muse”, con cui per un attimo sono tornati ai lunghi brani progressivi che avevano caratterizzato i loro capolavori del passato.
Come detto, stavolta Ian usa molto di più la chitarra acustica, ma ovviamente non dimentica mai il suo strumento principale, cioè il flauto, con cui dimostra ancora una volta chi è il miglior flautista tra i rocker, e viceversa. Martin Barre alla chitarra è di nuovo eccellente e, come sempre – apparentemente “in secondo piano”, ma sempre deciso quando c’è da “far partire il motore” e sfoderare passaggi hard rock di prima qualità e riff spiritosi e originali. John Evans alle tastiere è abbastanza standard, e il suo grande momento arriva nel super epico finale, mentre la sezione ritmica Hammond/Barlow è sicuramente una delle più dinamiche e speziate dell’epoca. Proprio lì, poco dopo l’uscita dell’album, ci fu un cambiamento importante nella formazione classica, con l’addio dell’ottimo bassista Jeffrey Hammond-Hammond, burlone di prima categoria, a cui è dedicata anche la ristampa dell’album. Quell’indimenticabile “marinaio” (quasi sempre vestito con una camicia da marinaio), a cui sono dedicate ben tre canzoni del loro catalogo, dopo la sua uscita ha abbandonato del tutto l’attività musicale per dedicarsi completamente alla pittura.
La title track “Minstrel In The Gallery” è un classico che ancora oggi entusiasma con la sua struttura epica ed energica, piena di svolte spiritose. Dopo l’invito iniziale ad assistere allo spettacolo, la voce sempre carismatica di Ian, tra chitarra acustica e flauto, ci introduce nell’atmosfera epica. Seguono ottimi passaggi alla chitarra di Martin e i colpi massicci della batteria di Barrie, che crivellano l’ascoltatore con la loro intensità. In mezzo si alternano continuamente, con bella fluidità, parti più tranquille di chitarra acustica e tastiere, che grazie a un ottimo ritornello si occupano della melodia. Dopo i bei passaggi di chitarra arriva l’assolo di flauto e un crescendo che dura fino al finale epico. Anche se è l’unico vero classico dell’album, non è affatto l’unico capolavoro, perché il meglio arriva solo più avanti.
“Cold Wind To Valhalla” è un ottimo pezzo folk-prog rock con un’atmosfera davvero fredda, gelida. Si apre sulla chitarra acustica, che tira fuori un suono freddo e malinconico. Il tutto prende vita alla grande in combinazione col flauto e con ottimi arrangiamenti orchestrali, che creano un’atmosfera celtica mistica e misteriosa. Qui Ian con la voce sale parecchie volte piuttosto in alto, pur sapendo benissimo, ogni momento, dove stanno i limiti della sua estensione, da sempre subordinata a carisma e succosità. Ottimi passaggi energici, in cui entusiasma la ritmica spiritosa, soprattutto la grossa linea del basso di Hammond, mentre flauto e chitarra affilata garantiscono per tutto il tempo una dinamica eccezionale a questo pezzo davvero molto buono. La chitarra di Barre qui in certi punti ha un suono quasi da violino, e l’assolo di chitarra finale è una leccornia per tutti i suoi fan.
“Black Satin Dancer” è un pezzo dalle mille atmosfere, anche se in prevalenza domina un clima misterioso e persino un po’ cupo. I passaggi di flauto di Ian e il buon uso di pianoforte e arrangiamenti orchestrali nell’introduzione creano un’autentica atmosfera elisabettiana. Il glockenspiel sullo sfondo costruisce per tutto il tempo un mistero eccezionale. Segue un assolo da sogno alla chitarra di Martin e un ottimo crescendo su una ritmica dal suono massiccio. Dopo il magistrale e spiritoso assolo di flauto di Ian, nella seconda parte i riff di chitarra, soprattutto quelli tetri, creano un’atmosfera leggermente inquietante, che ricorda la danza di un’apparizione folklorica nelle buie notti d’inverno. È uno degli esperimenti più insoliti dell’album, che convince davvero solo dopo avergli dato più possibilità.
“Requiem” è di nuovo una di quelle ballate semplici, tranquille e acustiche, dal colore folk rock, che hanno sempre amato fare, in cui voce pacata, chitarra acustica e begli arrangiamenti orchestrali (soprattutto i violini) creano un’atmosfera sognante e romantica. Anche se resta all’ombra dei pezzi migliori dell’album, non è affatto un riempitivo.
“One White Duck/0^10 = Nothing At All” è un’altra deliziosa ballata dal taglio pastorale, che però ha un ritornello molto migliore del precedente. Anche stavolta possiamo goderci in abbondanza una deliziosa chitarra acustica, una voce piena di trasporto e un’atmosfera eccellente, costruita sullo sfondo da ampi arrangiamenti orchestrali. Qui colpisce soprattutto lo straordinario ardore della voce con cui Ian costruisce il brano e il suo ritornello principale, così come l’ottimo testo, leggermente ironico, che nonostante il titolo insolito non ha nulla a che fare con i “Kons” di Kosovel. Nonostante la semplicità, entra negli annali come una delle ballate più piacevoli del folk rock progressivo. Di sicuro non è uno dei picchi dell’album, ma resta un buon momento per bersi un tè e prepararsi al meglio.
Segue infatti il fantastico epico “Baker St. Muse”, una delle cose più grandiose della loro storia e il grande culmine dell’album, con cui hanno dimostrato ancora una volta che, dopo “Thick As A Brick” (1972) e “A Passion Play” (1973), non si sono scordati come si serve un epico progressivo, pieno di variazioni, svolte insolite e imprevedibili e magnifici passaggi strumentali. “Baker Street Muse” è un’incredibile suite divisa in quattro sezioni, che si distingue per la brillantezza delle parti vocali e strumentali, per i colpi di scena imprevedibili e per l’umorismo pungente di Ian, che nel testo descrive eventi surreali di una celebre strada (con una sfilza di figure grottesche), dove nella letteratura abitava anche il famoso Sherlock Holmes. Anche l’atmosfera stessa in certi punti evoca il battito della Londra vittoriana, carica di falsa morale e ipocrisia. Dopo un’introduzione semplice ma estremamente sottile alla chitarra acustica arrivano una voce pacata e un ritmo in cui col tempo irrompono di gusto gli arrangiamenti orchestrali. Segue un ottimo passaggio e poi un ritornello che, tra voce, passaggi energici, riff di chitarra elettrica particolarmente fantasiosi e ritmo complesso, crea un’atmosfera che cambia di continuo, dal drammatico e cupo allo spiritoso e rilassato. Per tutto il tempo assistiamo anche ad alcuni assoli eccellenti di flauto e chitarra elettrica, perché Martin si sfoga ogni volta che Ian chiude i suoi gustosi passaggi di chitarra acustica, che placano l’andamento dell’intera composizione. Il genio lirico e l’umorismo nero di Ian emergono soprattutto nella sezione beffarda “Pig Me And The Whore”, che è una specie di metafora della vivace vita dei vicoli bui e malfamati della Londra vittoriana e una versione un po’ rovesciata dell’espressione “io sono un porco”. Qui il battito della composizione si calma quasi del tutto ed entra “Nice Little Tune”, una sezione strumentale rilassata dal colore natalizio, con percussioni che creano un suono di sonagli e bei arrangiamenti orchestrali. Poi, con il nuovo ingresso della voce di Ian (e il suo insolito cambio di timbro), arriva un’altra sezione tranquilla, “Crash-Barrier Waltzer”, che grazie agli arrangiamenti orchestrali ti fa venire davvero voglia di ballare un valzer. A seguire il grande finale “Mother England Reverie”, in cui Ian si sfoga un’ultima volta alle spalle della falsa morale della società inglese. Di nuovo assistiamo al suo cinismo sconfinato, che la sua voce introspettiva porta così bene nella maggior parte dei suoi pezzi migliori. Mi piace in particolare quel verso in cui prende in giro i critici musicali di allora. Poi arriva anche la parte migliore dell’epico: dopo un ottimo passaggio di chitarra acustica e arrangiamenti orchestrali (i violini sono una delizia) entra la sezione celtica di chitarra elettrica e flauto, con un ottimo verso poetico, che è uno dei miei preferiti di tutta la loro carriera. Il ritmo crescente, i riff di chitarra incalzanti e i passaggi malinconici del violino sono un dieci pieno e chiudono in modo meraviglioso uno dei pezzi migliori della loro storia e del rock progressivo in generale. Ma Ian non sarebbe Ian se alla fine, mentre canta il ritornello, non si accorgesse di essere rimasto chiuso nel teatro.
L’album si chiude con il brano più breve della loro storia, la bellissima ballata acustica “Grace”, che nonostante l’estrema semplicità è un finale azzeccato dopo un capolavoro epico come “Baker St. Muse”.
Le bonus track della ristampa non portano nulla di sconvolgente: nonostante i passaggi gustosi sono estremamente semplici, ma suonano bene accanto alla maggior parte dei pezzi dell’album e due di loro avrebbero potuto tranquillamente farne parte. La prima è “Summerday Sands”, un’altra semplice ballata acustica su chitarra acustica e arrangiamenti orchestrali, con anche una leggera atmosfera tropicale e un testo atipico che racconta di un’avventura estiva andata male, senza però risparmiare il cinismo. “March The Mad Scientist” è un’altra breve ballata dal colore natalizio, anche questa niente di speciale. “Pan Dance” è un pezzo un po’ più interessante, in cui Ian con i passaggi di flauto collabora benissimo con l’orchestra. Danno meno gioia le due registrazioni dal vivo, “Minstrel In The Gallery” e “Cold Wind To Walhalla”, di cui nessuno sentirebbe la mancanza, perché per motivi a me ignoti le hanno accorciate al punto che restano senza finale. Chi mai potrebbe godersi versioni mozzate che durano poco più di due minuti? Comunque questo non rovina l’atmosfera generale dell’album.
“Minstrel In The Gallery” è un altro autentico capolavoro dei Tull, che ha tutto ciò che la maggior parte dei fan apprezza di più: svolte progressive, imprevedibili e spiritose, passaggi hard rock e pathos celtico da folk rock. Nonostante sia uno degli album più amati dai fan, troppo spesso viene dimenticato quando si elencano i loro dischi migliori. Allo stesso tempo è uno degli album più equilibrati della loro storia e una sorta di fase di transizione tra il prog sinfonico di colore elisabettiano e il folk rock progressivo che seguirà negli album successivi. Con questo album e con l’addio di Jeffrey, la prima tappa dell’incessante evoluzione sonora dei Jethro Tull si era chiusa, e iniziava la successiva, non meno entusiasmante.
Formazione
Ian Anderson – voce, flauto, chitarra acustica
Martin Barre – chitarra elettrica
Jeffrey Hammond-Hammond – basso, contrabbasso
Barriemore Barlow – batteria, percussioni
John Evans – pianoforte, organo
OSPITI:
David Palmer – arrangiamenti orchestrali e direzione, membri dell’orchestra London Philomusica
Produzione
Ian Anderson
Tracklist
1. Minstrel In The Gallery (8:13)
2. Cold Wind To Valhalla (4:21)
3. Black Satin Dancer (6:53)
4. Requiem (3:45)
5. One White Duck/0^10 = Nothing At All (4:39)
6. Baker St. Muse (16:42)
7. Grace (0:37)
Durata dell’album: 45:10
Bonus track della ristampa (2002):
8. Summerday Sands (3:44)
9. March Of The Mad Scientist (1:40)
10. Pan Dance (3:22)
11. Minstrel In The Gallery (live) (2:11)
12. Cold Wind In Valhalla (live) (1:30)