“Mio Dio, è pieno di stelle!” (2013)
Autore: Rok Klemše
Foto: Nina Grad
Luogo: Tvornica kulture, Zagabria, Croazia
Data del concerto: 29.04.2013
Che bello è stato mettersi in viaggio in un soleggiato lunedì verso la capitale croata, dove ci aspettava un evento musicale che prometteva grandi cose. A Zagabria si è infatti fermato un doppio show di tecnici con la T maiuscola: i death metaller polacchi Decapitated e i colossi svedesi Meshuggah. Nella seconda parte del tour The Ophidian Trek hanno fatto tappa alla Tvornica kulture, che si trova nel cuore della capitale croata, lungo uno dei viali principali, dove in una serata già quasi estiva e afosa era tutto un brulicare di nero. Dopo qualche piccola difficoltà a trovare parcheggio, poco prima delle nove siamo entrati in sala, dove, ben prima dell’orario annunciato, sul palco c’erano già i primi a suonare.
I Decapitated, formazione polacca di technical death metal, nella prima parte del tour con i Meshuggah hanno già girato un bel pezzo d’Europa e si sono evidentemente fatti voler così bene dagli svedesi che li hanno invitati anche per la seconda. Dopo l’uscita del potente album del ritorno Carnival Is Forever, i Decapitated suonano dal vivo senza sosta e dimostrano che il dolore partorisce nuova forza. L’ultima cosa a cui avresti creduto è che, dopo la tragica e prematura morte del batterista Vitek, i Decapitated potessero mai tornare tra i vivi. E per di più con una vitalità incredibile, che dal palco erutta come un vulcano. Di recente i polacchi hanno sì perso lo straordinario batterista Krimh, una brutta notizia per i fan: il suo drumming tecnicamente sbalorditivo dal vivo era una vera libidine per gli occhi, e si era fatto valere anche con ottime idee e una prova dinamica sull’ultimo disco. Dopo la sua partenza si è seduto dietro le pelli Pawel «Paul» Jaroszewicz (ex-Vader), che fa il suo lavoro con sicurezza, ma a tratti fatica a stare dietro al predecessore, cosa che si è sentita bene soprattutto nei pezzi tecnicamente impegnativi A View From A Hole e Spheres of Madness. Ciononostante, dal vivo i Decapitated sono una vera bestia! I riff veloci che escono dalle mani di Vogg volano come da un tritacarne, e un suono davvero ben calibrato ha fatto sì che finalmente anche il basso venisse a galla. Peccato che non succeda più spesso, perché la chitarra di Vogg è accompagnata da linee di basso interessanti e variegate. In una vera belva si è trasformato anche Rafal, il frontman che all’arrivo nella band era timido. Non solo ha guadagnato presenza scenica, con cui comanda il pubblico senza fatica, ma ha fatto passi avanti enormi anche sul lato vocale. Che non è per niente monotono, anzi: è chiaro, ora profondo, ora urlato e brutalmente ringhiato. Grazie al suono ottimo, a una super scaletta, alla buona energia e alla precisione tecnica, i Decapitated hanno alzato l’asticella parecchio, e per raggiungerla i Meshuggah, subito dopo, hanno dovuto impegnarsi sul serio. E se c’è qualcosa che li descrive, i Decapitated sono la prova vivente del detto di Nietzsche: «Ciò che non mi uccide mi rende più forte!»
I giganti svedesi Meshuggah non sono cresciuti per caso, negli ultimi due o tre anni, fino a diventare un nome così forte, capace di riempire senza troppi problemi i palazzetti con i tour da headliner e di suonare ai festival in posizioni altissime. Dietro a tutto questo successo (ne è la prova anche l’ottima vendita dell’ultimo disco Koloss) c’è soprattutto un sacco di lavoro, di fatica e di sperimentazione audace. Ed è anche il motivo per cui i Meshuggah sono un gruppo del tutto unico a livello di genere, il cui suono si riconosce a chilometri di distanza. Anche se parecchie band «djent» provano a imitarli, praticamente non esiste un gruppo che arrivi ai maestri del mestiere più su delle ginocchia. I matematici svedesi della musica hanno salutato Zagabria con uno sciame di locuste dal nuovo disco, Swarm, mentre il quartetto formato da Jens Kidman (voce), Fredrik Thordendal (chitarra), Mårten Hagström (chitarra) e Dick Lövgren ha preso posto proprio ai margini del palco. Vestiti completamente di nero, sotto un getto di luci spettacolari sembravano quattro monoliti neri della Odissea di Kubrick, 2001: Odissea nello spazio, e anche musicalmente i Meshuggah sono qualcosa che si può descrivere solo con la parola ultraterreno. Un suono davvero grasso e massiccio, il ruggito delle chitarre a otto corde, ha quasi scoperchiato la Tvornica, mentre gli svedesi macinavano senza pietà riff enormi, tra il rumore industriale del basso e il drumming disumano del metronomo vivente Thomas Haake. Quello che quest’uomo fa sulla batteria sta del tutto al di là delle capacità umane! Una particolarità dei Meshuggah è senza dubbio anche la voce di Kidman, che a prima vista è tutto tranne che movimentata e varia, ma con il suo urlo monotono dà ai Meshuggah la sensazione di essere, in fondo, una specie di macchina ultraterrena. Una macchina che ti spacca il collo e ti storce la percezione della realtà quando ti avvolge in una fitta nube di poliritmi, strutture complesse e spezzate, continui cambi di tempo e di metrica scritti nelle frazioni più impossibili. Stavolta i Meshuggah hanno dedicato parecchio tempo alla presentazione del nuovo album: oltre alla già citata Swarm ci hanno rotto il collo anche con la brutale I Am Colossus, con The Hurt That Finds You, Do Not Look Down e con la maestosa Demiurge, mentre con gli altri brani ci hanno riportato, più o meno indietro, nel passato. A esaltare sono stati soprattutto gli hit (per quanto si possa appiccicare questa etichetta a una musica così complessa e impegnativa) Rational Gaze, Bleed e New Millenium Cyanide Christ. Dopo una buona ora i Meshuggah hanno lasciato il palco e vi sono tornati con un gioco di luci da lasciare a bocca aperta (le luci hanno brillato in realtà per tutta la sera, e che anche il tecnico luci della band sia una vera bestia puoi vederlo QUI) e con l’inizio sinistro della suite di quasi venti minuti dall’album Catch Thirtythree, Mind’s Mirrors/In Death – Is Life/In Death – Is Death, alla cui fine non potevi che ripetere la celebre frase del dottor Dave Bowman in 2001: Odissea nello spazio: «Questa cosa è vuota — va avanti all’infinito — e — oh mio Dio — è pieno di stelle!»
Dopo un’ora e mezza la sensazione era davvero quella del finale di 2001: Odissea nello spazio, come se avessimo assistito alla nascita del Bambino delle Stelle. E in effetti i Meshuggah hanno portato l’evoluzione musicale su livelli del tutto nuovi, mai sentiti prima. Una piccola critica si potrebbe fare alla scelta un po’ goffa dei pezzi, per lo più groove, con pochissimi momenti più scatenati. Proprio per la mancanza di ritmi più veloci, come ad esempio Combustion, verso la fine del set la cosa si è un po’ trascinata, ma come dico, la colpa è soprattutto di una scelta dei brani un po’ monotona. Ciononostante i Meshuggah servono il loro piatto al massimo livello qualitativo, sempre concentrati su un’esecuzione eccelsa di un materiale difficilissimo. Il che è la prova vivente che tutti gli imitatori dei maestri sono e resteranno solo apprendisti.
Scaletta
DECAPITATED:
1. Silence
2. Mother War
3. Pest
4. 404
5. A View From A Hole
6. Homo Sum
7. Carnival Is Forever
8. Spheres of Madness
9. Day 69
MESHUGGAH:
1. Swarm
2. Combustion
3. Rational Gaze
4. obZen
5. Lethargica
6. Do Not Look Down
7. The Hurt That Finds You First
8. I Am Colossus
9. Bleed
10. Demiurge
11. New Millenium Cyanide Christ
12. Dancers to a Discordant System
— bis —
13. Mind’s Mirrors/In Death – Is Life
14. In Death – Is Death
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