Mojo Hand portano lo Zlati zob a ebollizione (2015)
Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Lubiana / Etno klub Zlati zob / Slovenia
Data del concerto: 18.12.2014
Numero di spettatori: 300
Prezzo del biglietto: 10,00€
L’esibizione dei Mojo Hand prima della fine del 2014 annuncia la nuova resurrezione di una delle formazioni slovene più apprezzate e riconoscibili, di quelle che coltivano con cura l’eredità mondiale del blues e delle sue varianti di genere più vicine. Dal 1995 in poi! La band è entrata dunque nel suo invidiabile ventesimo anno di attività.
Il ritorno ormai vicino sui palchi sloveni era stato annunciato sottovoce dall’esibizione della band lo scorso ottobre a Novi Sad, in Serbia, davanti ai Šinobusi, e dalle apparizioni di Slaven Kalebič ai concerti dei Šinobusi durante il loro breve tour sloveno, quando presentavano il loro nuovo lavoro in studio »Nebo od skaja« (tra l’altro proprio otto mesi fa anche al club Zlati zob – reportage di RockLine QUI). I Mojo Hand sono amici dei Šinobusi da una vita.
I Mojo Hand si sono presentati allo Zlati zob in una formazione rinnovata, una squadra di otto musicisti, e cioè: Azra Alibegić (voce), Slaven Kalebić (chitarra), Miha Friedrich (batteria), Matej Tekavčič, Marko Petrušič (tastiere), Romina Ponti (seconda voce), Špela Zajc (seconda voce) e Janja Gomboc (seconda voce).
Sul posto si erano radunate ben 300 persone, e la band è salita sul palco verso le nove e mezza (di sera, ovviamente). All’inizio senza cantante. In formazione da quartetto, cioè solo la parte maschile della squadra, che si scaldava con calma dita e membra e dove, nella parte iniziale, a farla da padrona era il lavoro di chitarra di Kalebič. Ancora prima che il maestro della chitarra blues riuscisse ad ambientarsi per bene sul palco dello Zlati Zob, un guasto inatteso alla sua Fender Stratocaster l’ha costretto a cambiarla con la riserva (d’oro). Così è rimasta fino alla fine della serata e Slaven da lì in poi ha suonato esclusivamente con la sua Gibson LP. Si è sentito, ovviamente, anche sul suono della chitarra, soprattutto negli assoli. La Gibson ha prodotto infatti un suono un po’ più grasso, ruvido e corposo, più rockeggiante.
Dopo la parte introduttiva, in cui la band ha infilato anche l’esecuzione dello strumentale di propria composizione Slow Blues, subito dopo I Just Wanna Make Love To You di Muddy Waters, sul palco sale la figura sicuramente più marcante della serata. La celebre prima donna della band, Azra. Azra, la cui carriera da cantante era stata messa seriamente in dubbio non molto tempo fa, ha dato come previsto il suo massimo. Sul palco letteralmente scoppiava di tutto quel positivismo ribollente e di quella gioia che sa regalare al pubblico. Azra ha fatto crescere la sua performance di brano in brano, di minuto in minuto. Il suo approccio infuocato, esplosivamente marcato, irriducibilmente passionale e carico di emozioni all’estremo ha letteralmente stregato il pubblico, che ha cominciato subito a dondolare nei ritmi languidi e civettuoli della vibrazione erotogena creata dalla band. Che il diavolo mi porti se non ho scambiato per sbaglio, più di una volta durante il concerto, la sua voce per quella di Aretha Franklin. Un attimo prima diabolica, con il veleno sulla lingua, quello dopo dolce come un ruscello e piena di tenero struggimento. Azra ti seduce in un attimo! Davanti alla performance di Azra resti di sicuro a bocca aperta, senza parole, e il terreno ti scappa involontariamente da sotto i piedi! Tanta è l’energia ribollente che produce questa cantante dall’altissimo carisma, e tanta è la carica e la vibrazione che sprigiona per tutto il tempo. Hanno dato di sicuro il loro contributo anche le tre coriste, non meno estremamente simpatiche, che con un benefico ancheggiare laterale, nel fascino della cinetica ritmica, nell’abbraccio del calore vellutato degli organi e dei riff blues corposi di Slaven, che il tipo completava in modo fantastico con la finissima meccanica dei suoi assoli – i quali riflettevano, oltre al talento, un’esperienza incredibile, un senso affilato della morbidezza, della potenza e del sapere di questo brillante chitarrista – aggiungevano col loro »cinguettio« quel puntino sulla »i« di cui c’era un gran bisogno, quando il continuo civettare dell’esecuzione salta nell’esperienza di una vera estasi da concerto.
Uno show di una compattezza esecutiva eccezionale e di una beatitudine convincente ha infilato, lungo un set maratona, anche l’esecuzione dei brani propri Raw Blues, Glad I’m Dead, Some Questions e Big Bang, ma soprattutto ha sorpreso con una pletora di cover di pezzi che non sono per forza standard blues, soul e R&B noti a tutti. Tra questi ha fatto sicuramente entusiasmare i buongustai l’esecuzione del brano degli The Eagles intitolato Take it to the Limit, mentre la band si è buttata ancora una volta su Let the Good Times Roll di BB King in chiusura di concerto.
Una bomba di concerto! Né più né meno. Un’intesa esecutiva straordinaria che, visti i concerti non proprio frequenti della band ultimamente, fa venire ancora più entusiasmo. Speriamo che per il primo ventennale dei Mojo Hand quest’anno preparino una sorpresa speciale, e magari salti fuori anche del nuovo materiale proprio. Un album in studio sarebbe infatti più che necessario. Soprattutto per una band con una tale anzianità, un tale sapere e un gioco così convincente! In una parola. Diabolico!
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