Mono: la magia contagiosa che arriva dal Giappone (2010)

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Luogo: Menza pri koritu, Lubiana
Data del concerto: 19.02.2010
Numero di spettatori: 0

I Mono sono una formazione giapponese a quattro (per lo più due chitarre, basso e batteria) che nel nuovo millennio ha sfornato una sfilza di album. Dischi dotati di un forte senso dell’epica e dell’emotività, d’accordo, ma più che altro derivativi: suoni già noti, presi in prestito da post rocker affermati di un calibro un po’ più grosso. Ciononostante hanno tenuto duro con la loro missione e ben presto hanno cominciato a raccogliere consensi da ascoltatori di tutto il mondo – non tanto per l’originalità, quanto per quell’essenza che si nasconde nella musica e che è difficilissimo ricreare.

Per paura dei virus gli americani (da loro «mono» è il termine colloquiale per la mononucleosi) volevano vedere la band prima in Europa e, se non ci fossero stati sacrifici eccessivi, l’avrebbero invitata anche a casa propria. Nelle loro migrazioni europee i giapponesi hanno infettato davvero la maggior parte di chi è andato ai loro concerti, gente che non è mai più stata la stessa, perché il loro suono ti si infila in tutto il corpo e ti riempie ogni cellula. Nemmeno Lubiana è stata al sicuro, e i Mono speravano di sicuro che anche la Slovenia si prendesse il contagio della loro missione.

L’anno scorso i Mono hanno pubblicato un album eccellente, Hymn to the Immortal Wind, che è stato al centro della scena anche al concerto di sabato alla Menza. Ovviamente i signori e la signora (la bassista) non hanno trascurato nemmeno l’eredità del passato: da ogni album in studio hanno suonato almeno un pezzo, solo l’ultimo lavoro era rappresentato molto più abbondantemente. Ma andiamo con ordine.

A portarci per primi in un giro sfrenato sono stati Balžalorsky / Drašler 3o, che con la loro versione di jazz rock non meritano proprio di essere ignorati in modo così ingiusto in Slovenia. Le dita veloci del chitarrista ti annebbiano la ragione in un attimo, tanto che ti ritrovi davanti John McLaughlin, mentre le vagonate più lente e demoniache ci mostrano addirittura il volto del dittatore scontroso Robert Fripp. La musica è piuttosto sciolta e lascia un sacco di spazio all’espressione personale di ciascun membro del trio, anche se a tratti un po’ più di disciplina compositiva ci sarebbe stata bene.

Poi qualche minuto di pausa, giusto il tempo di prepararci all’estasi giapponese chiamata Mono. Chi conosce la loro musica e l’etichetta post rock che gli è rimasta appiccicata addosso negli anni sa bene che i giapponesi non possono proprio vantare chissà quale originalità in questo campo. Prendono parecchio in prestito da Godspeed You! Black Emperor e Sigur Ros, e c’è anche chi vuole affibbiargli una parentela con gli scozzesi Mogwai. Il post rock, in effetti, è un genere che si basa molto sul costruire incertezza e tensione fino a una liberazione finale drammatica. È un tratto comune a tutti i nomi più grossi della scena e i Mono, ovviamente, non fanno eccezione. Cominciano a costruire le loro strutture con calma e, poco a poco, tra nirvana di distorsioni di chitarra, arrivano al punto di ebollizione.

La loro musica non è matematica superiore e non offre duelli tecnici troppo evidenti tra i singoli membri: si tratta piuttosto di abbandonarsi a una trance musicale, che i giapponesi sanno creare cambiando in modo drammatico la nostra percezione delle regole musicali – ma solo se finora non hai mai sentito nessuna band post rock. Nella ricerca del loro spazio espressivo i giapponesi non sono davvero originalissimi e anche il loro show è abbastanza prevedibile, ma lasciarsi andare alle loro sequenze inebrianti e nobili chiede a chi ascolta di partecipare su basi non proprio scientifiche. Letteralmente devi rilassarti, come se ti sdraiassi su una nuvola soffice. Questa musica fa appello soprattutto alle nostre emozioni, al nostro emisfero cerebrale destro, e se si analizza troppo scientificamente la loro mancanza di ego e di abilità tecniche, la magia semplicemente evapora.

I Mono dispongono dei tipici attrezzi da rocker che sugli album di solito condiscono ulteriormente (anche con qualche strumento ad arco). Stavolta hanno dovuto affidarsi solo alla forma base del loro sapere. Ma ce l’hanno fatta alla grande, perché quella primordialità ha dato al loro show un tocco di autenticità ancora maggiore. I due chitarristi, che spesso suonano perfino seduti, ci predicano le loro meditazioni, così intense che da un momento all’altro potrebbero avere una rivelazione e crollare giù dalla sedia. Un piccolo peccato i Mono però l’hanno commesso, ricorrendo a qualche orpello come campanellini e pianoforte, che ha infiammato ancora di più il pubblico.

Magari qualcuno ha storto il naso per la mancanza di comunicazione col pubblico, ma a me è sembrata una scelta azzeccata. I musicisti, nascosti dietro i loro lunghi capelli, sembravano in uno stato di estasi, e troppe chiacchiere avrebbero forse rovinato l’atmosfera magica che avevano creato. La più animata era la bassista, che ondeggiava con convinzione sui ritmi di una trance sensuale.

Chi ha saputo rilassarsi e abbandonarsi alle emozioni (e naturalmente ascolta volentieri questo genere di musica) dal concerto non è sicuramente uscito indifferente, perché i giapponesi sono tra i migliori costruttori di grandiosi paesaggi sonori. L’esperienza live è stata arricchita ancora di più da una band di supporto promettente che, a livello di genere, forse non combaciava granché con gli ideali dei Mono, ma proprio grazie a lei la serata ha guadagnato in varietà. Le stelle della serata, i Mono, in un’ora e mezza di show hanno soddisfatto ogni aspettativa e, nonostante la prevedibilità, hanno saziato l’appetito dei buongustai musicali a Metelkova. Magari lì vicino non c’era nessun pollaio, ma di pelle di gallina non ne è mancata.

Foto: Mojca Perdih

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