MOONSTONE PROJECT – Time To Take A Stand
Artista: Moonstone Project
Etichetta: Majestic Rock Records
Uscita: 2006
Cantanti magnifici come Glenn Hughes (Deep Purple, Trapeze, Black Sabbath), Kelly Keeling (Blue Murder, Baton Rogue, MSG, Carmine Appice’s Guitar Zeus e altri,…) Eric Bloom (Blue Oyser Cult), Steve Walsh (Kansas), Paul Shortino (Rough Cutt/The Cutt, Quiet Riot, Bad Boyz, Shortino e altri,…), Graham Bonnet (Rainbow, Alcatrazz, Forcefield, MSG e altri,…) e James Christian (House Of Lords). E come se non bastasse, dietro le pelli ci sono due leggende: Ian Paice (Deep Purlpe) e Carmine Appice (Vanilla Fudge)!
Non ti parlerei così se il tutto non fosse venuto fuori in modo tanto riuscito. Moonstone Project è la creatura dell’ottimo chitarrista italiano Matt Filippini, uno dei pochi fortunati che sono riusciti a coinvolgere alcuni nomi che hanno lasciato un segno indelebile nella musica rock, perché quella cultura l’hanno vissuta e l’hanno anche contribuita a creare.
L’album si apre con il rockaccio bollente di Slave Of Time con Keeling: il pezzo ha una carica erotica che va dal “alla Whitesnake” fino allo “zeppeliniano”, e sia Plant che Coverdale sarebbero stati in questo punto alternative ideali, ma non ce n’è affatto bisogno, perché Keelling è perfetto e pieno nell’esecuzione vocale. Not Dead Yet ti avvisa già dal titolo che il nostro vecchio amico dei Rainbow Graham Bonnet è ancora vivo e vegeto e scalpita alla grande; il suo attuale collega negli Alcatrazz Howie Simon (JSSB, Talisman,…) ci mette pure un assolo di chitarra – accidenti, il pezzo viene fuori davvero “arcobaleno”. Sull’album è particolarmente interessante la rimpatriata di membri della formazione Mk. III e IV dei Deep Purple – cioè Glenn Hughes e Ian Paice. Soprattutto la semi-ballad Where Do You Hide The Blues You’ve Got, che è sicuramente uno dei picchi del disco. Il tocco soul di Glenn Hughes in questo pezzo si stacca in modo così diabolico da tutti gli standard noti dell’hard rock che, se mi è concesso esagerare, è come se Stevie Wonder fosse nato nella pelle di un bianco. Proprio in questo brano la maestria di Hughes brilla in tutta la sua pienezza – semplice e irraggiungibile allo stesso tempo! Filippini è riuscito a tirare fuori l’essenza da entrambe le leggende! Cioè un’espressione ben riuscita delle qualità dei due, che in realtà non è nemmeno così lontana dal battito del disco dei Deep Purple “Come Taste The Band” (1976). L’album è condito da un’ottima cover del classico dei Free, Fire & Water, dove nel ruolo di Rodgers spicca il cantante italiano Enrico Madidini – senza una sbavatura!
Molto interessante è il brano City Of Lites, con il pezzo grosso dei Kansas Steve Walsh alla voce. Buffo, perché Steve lo conosciamo per lo più solo per i suoi contributi con i Kansas. Eppure la sua voce più sottile e leggermente “cartavetrata”, che dà una nota così particolare alla musica dei Kansas, è incastonata in modo brillante anche in questo classico hard rocker, e a lasciare di stucco è proprio il ritornello, dove Walsh ricodifica il pezzo in un modo che richiama incredibilmente la sua band madre. City Of Lites risulta il brano più classico, con la minor dose di blues, praticamente zero, ma incredibile è che, dall’altra parte, il pezzo guadagna proprio grazie all’elemento Kansas. Posso azzardarmi a dire che è il più orientato al prog rock? Questo conferma soltanto che grande manager sia Matt Filippini. A rimettere le cose sul giusto binario bluesy rock ci pensa Pictures Of My Lonely Days con Appice alla batteria e Paul Shortino alla voce. Il pulsare rock più solido del disco, però, è in realtà Beggar Of Love con James Christian alla voce, dove l’escalation dell’elemento funk ti porta di secondo in secondo su una strada sempre più pericolosa, e particolarmente seducente è il magistrale, affilatissimo dialogo di assoli incrociati nell’interludio centrale tra l’organo hammond e la chitarra!
Il pregio di Matt Filippini sta nel lasciare respirare a pieno gli ospiti: lui si adatta con dedizione e non cerca di stancare con sfoghi di autoesaltazione della propria bravura alla chitarra, che spesso è il tallone d’Achille di questo tipo di progetti solisti. Tra l’altro, uno di questi tentativi completamente fallimentari è stato il disco simile degli MSG dell’anno scorso, con una valanga di ospiti leggendari. Superare la maestà di Michael Schenker con questo approccio, peraltro, non è cosa da poco. Allo stesso modo Filippini, che ha senza dubbio imparato parecchio da Blackmore, e si sente, negli assoli non prova minimamente a imitare la leggenda, ma fa il suo mestiere in modo del tutto personale. Al centro di “Time To Take A Stand” infatti non c’è il chitarrista, anche se è il suo progetto: a lui è riuscito, sia nella produzione dei singoli brani che nell’esecuzione, di ridare la sensazione che il disco l’abbia suonato un’unità compatta, quella che in piena misura sanno esprimere quasi solo le band (con il cantante in un ruolo centrale)!
Filippini ha distribuito con cura i ruoli tra i partecipanti! Così è riuscito a creare contrasti straordinari tra i pezzi. Da ogni cantante ha tirato fuori il massimo, collocandolo con attenzione in un registro espressivo in cui quelle qualità possono scintillare nel modo più bello possibile e per cui questi cantanti, in base alla loro carriera, oggi vengono considerati tra i più grandi del mestiere rock. A ogni cantante, insomma, è stato concesso un ampio spettro di libertà per l’improvvisazione soul, senza la quale questo disco si sarebbe di certo annacquato.
“Time To Take A Stand” non porta nessuna sensazione musicale! Solo nove brani conditi per tutti i buongustai dell’eredità dei giganti dell’hard rock e, ovviamente, per i nostalgici. La nota blues è quindi sempre fortemente presente. Funk blues, drive R&B e, naturalmente, la succosità di hammond e chitarra di Rainbow e Deep Purple. Eh, non c’è niente di più bello, cari camerati! Filippini è affiancato da una solida combriccola di strumentisti italiani che formano il nucleo dei Moonstone Project, mentre gli ospiti speciali “di grido” portano sull’album le spezie essenziali. Filippini si è così dimostrato un direttore d’orchestra esperto, che è riuscito davvero a tirare fuori il massimo dai partecipanti e a sfruttare al massimo il suo poker d’assi. “Time To Take A Stand” è un ottimo album hard rock “da anni Settanta”. Non vedo l’ora di sentire la seconda parte!
Formazione
Matt Filippini – chitarra (tutti i brani)
MUSICISTI OSPITI:
Kelly Keeling – voce su #1
Graham Bonnet – voce su #2
Glenn Hughes – voce su #4 e #6
Steve Walsh – voce su #7
James Christian – voce su #5
Paul Shortino – voce su #8
Eric Bloom – voce su #9
Enrico Madidini – voce su #3, cori
Howie Simon – chitarra su #2
Carmine Appice – batteria su #8
Ian Paice – batteria su #4 e #6
Chris Catena – cori su #9
Moira Raineri – cori su #1
Max Numa – chitarra su #6 e #8
Gianluca Tagliavini – organo Hammond
Alessandro Del Vecchio – tastiere su #7
Nik Mazzucconi – basso (tutti i brani tranne #2,#6,#9)
Johan Niemann – basso su #9
Maurizio Corriga – basso su #2, #6
Alex Mori – batteria (tutti i brani tranne #4,#6,#8)
Daniel Flores – batteria su #9
Matt Norberg – arrangiamenti per le percussioni, arrangiamenti per gli archi, tastiere su #9
Produzione
Matt Filippini & Max Numa
Tracklist
1. Slave of Time
2. Not Dead Yet
3. Fire & Water
4. Rose in Hell
5. Beggar of Love
6. Where Do You Hide the Blues You’ve Got
7. City of Lites
8. Pictures of My Lonely Days
9. On the Way to Moonstone
Durata dell’album: 49.21