Motorizer: i Motorhead alzano il volume e i Saxon invadono la Baviera (2008)
Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Zenith Halle / Monaco di Baviera / Germania
Data del concerto: 07.12.2008
Numero di spettatori: 5
Prezzo del biglietto: 40,00€
I Motorhead per tradizione calcano i palchi tedeschi a dicembre. Ogni anno, di norma, non si fanno mancare nemmeno una tappa nella capitale bavarese, che di solito è anche il punto più a sud del tour annuale. E, guarda caso, il più vicino alla Slovenia, quindi ancora “normalmente” raggiungibile con una gita in giornata.
Il meteo era a dir poco variopinto. Il lato soleggiato delle Alpi stavolta ha fatto onore alla fama dell’aggettivo lusinghiero usato all’inizio di questa frase, mentre a chi viaggiava lungo la sequenza di autostrade A10-A8-A99-A9 quel giorno si è presentato un quadro tutt’altro che soleggiato, poco prima di Flachau, dove i fiocchi di neve hanno cominciato a cadere allegramente dal cielo. Le precipitazioni, che si alternavano tra pioggia e neve, non hanno mollato nemmeno quando Monaco di Baviera era ormai a un passo! Dopo una “leggera” perdita dell’orientamento, quando per sbaglio ho imboccato la direzione Norimberga, mi do una svegliata, faccio inversione e arrivo così nella zona industriale di Monaco, a nord della città, poco prima delle 18.00. Orde di rocker e metallari si stanno già riversando a tutta birra verso la Zenith Halle.
Stavolta il tour dei Motorhead non era proprio quello di tutti i giorni. A fargli compagnia (oltre ai meno rilevanti cuccioli canadesi del rock n’ roll Danko Jones) c’erano i leggendari veterani della n.w.o.b.h.m. Saxon! Insomma, due grandi band che a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta e per tutta la prima metà di quel decennio hanno dettato legge nella popolarizzazione del suono heavy metal distorto, con una manciata di riff di chitarra indimenticabili. Il loro genio e la loro unicità sono impagabili ancora oggi, e l’energia imprigionata nei dischi in studio e nelle registrazioni live attira ogni nostalgico come una calamita. E se il nostalgico non riesce a resisterle, può ammalarsi della sindrome da concerto, di cui soffro anch’io da quasi tre anni. Anche se è inverno, il tempo è una schifezza e la festa con le due band dista “appena” 450 km, non puoi mica startene a casa in poltrona! Rock N’ Roll e gas a tavoletta!
DANKO JONES: 19.00-19.40
I tedeschi non sarebbero tedeschi se non fossero precisissimi. Così, alle 19.00 in punto, come da programma, i giovani canadesi Danko Jones sono saliti sul palco. Si tratta di rock n’ roll che rotola a tutta velocità, e che ha praticamente sostituito gli Skew Siskin dell’anno scorso, che aprivano i concerti tedeschi di “Kiss Of Death” dei Motorhead. Il cantante e chitarrista, il capo della band, Danko, è lubrificato con tutti gli unguenti possibili! In effetti la lingua gli gira a mille e con quella sa agganciare in fretta le emozioni del pubblico. Stavolta gli sono serviti almeno 4 pezzi per riuscire a scaldare un pubblico all’inizio freddissimo e riservato. Anzi, mento. Gli ha dato una mano qualcun altro! Più o meno a metà del quarto pezzo hanno cominciato a volare sul palco degli aeroplanini di carta, che all’inizio hanno dato fastidio al batterista. Da dietro le quinte spuntava il cantante dei Saxon, anzi, proprio il boss in persona dei Saxon, il leggendario Biff Byford, che evidentemente ammazzava la noia costruendo origami di ogni tipo. La gente, soprattutto sul lato destro del palco, l’ha riconosciuto e ha iniziato a fare più casino. Era interessante osservare la sorpresa del cantante Danko, a cui all’inizio non era per niente chiaro perché la gente fosse improvvisamente “impazzita” nel bel mezzo di un pezzo in cui, fino a pochi secondi prima, se ne stava tranquillissima. Biff ha pure rovesciato sulla band due ciotole colme di popcorn, spargendoli a turno su tutti e tre i membri. Da dietro le quinte volavano i “pop corn”, e i Danko Jones si godevano visibilmente l’attenzione ricevuta. Il concerto di 40 minuti si è infiammato parecchio, oltre le aspettative, e alla fine i ragazzi si sono presi ovazioni fragorose.
La storia dei Danko Jones ruota attorno al cantante e chitarrista Danko. Lui è il capo. Lui è il carisma, lui è l’energia, lui è la macchina della band. All’inizio ho pensato che, per una vaga somiglianza, sul palco ci fosse il cantante dei Fine Young Cannibals, Roland Gift. Danko Jones non riusciva a smettere di far andare la lingua, il che durante il concerto a tratti risultava fastidioso, perfino forzato o invadente. Dalle litanie di omaggi a tutti i rocker defunti (in mezzo a tutta quella schiera di scomparsi si è dimenticato proprio del più geniale di tutti, Frank Zappa, una gaffe pazzesca per un musicista professionista) fino agli eccessi sessuali espliciti. Un mucchio di aiutini con cui ha cercato di comprarsi il favore del pubblico. A un certo punto mi è venuta voglia di urlargli: “Chiudi quel becco una buona volta e suona, cazzo!”
Però i ragazzi sono bollenti. La festa gli è riuscita. In questo tour la band ha presentato anche il repertorio del suo ultimo album in studio “Never To Loud” (2008). Certo, si sente che riprendono roba già inventata, che prendono in prestito. È questo il destino della generazione di oggi, che praticamente non può più inventare niente. Però può essere molto convincente nel rielaborare le invenzioni altrui, ed è questo l’essenziale. Un’energia rock n’ roll quanto basta rimaneggiata ma al tempo stesso autentica, con una chitarra rumorosissima, un suono quasi leggermente sporco e impastato e una linea ritmica penetrante. Affiatamento esemplare. Il suono della chitarra un po’ più debole non dava neanche fastidio, perché i ragazzi compensavano la mancanza con un’attitudine da festa sfrenata. Sarebbe stato tutto perfetto se Danko avesse chiacchierato un po’ meno e la band, invece, avesse suonato qualche pezzo in più. I ragazzi hanno chiuso provocatoriamente l’ultima esibizione europea dell’anno con un’uscita ripresa dalla parte iniziale dello strumentale classico dei Rush YYZ (l’intro che si regge su una sola nota). L’hanno suonata per quanto le loro capacità gli permettono di impararla, ma è bastato per ricordare ai loro connazionali canadesi, e a quei tre spettatori con un EMŠO più vecchio che se ne stavano a bere birra in qualche angolo in fondo alla sala, le proprie radici canadesi attraverso i loro grandi concittadini. Speriamo che, almeno sotto questo aspetto, siano stati fonte d’ispirazione.
SAXON: 20.00 – 21.00
Un’ora con i Saxon! I veterani sono garanzia di un concerto eccellente. Anche dopo quasi 30 anni tondi, che compiranno il prossimo anno! Che la Germania sia la loro nuova patria dagli inizi degli anni Novanta era chiaro fin dal primo istante, visto che i fan nelle prime file li chiamavano a gran voce sul palco: “Saxon! Saxon!…”
Anche per i Saxon la serata di Monaco era l’ultima data con i Motorhead! I Motorhead poi si sposteranno a nord, in Scandinavia, mentre i Saxon probabilmente torneranno a casa in Gran Bretagna, dove proveranno con impegno il nuovo materiale, visto che a febbraio 2009 hanno già annunciato un nuovo tour da headliner (stavolta arrivano addirittura in Slovenia!). La macchina ben oliata non ha tentennato. Ha colpito subito dritto in faccia con Motorcycle Man. Veloce e chiaro. Biff e compagnia. Mah. Come fanno a non stufarsi mai!?? E a gennaio esce già il nuovo disco “Into The Labyrinth”. I Saxon hanno mescolato il vecchio materiale col nuovo. Tra i classici hanno infilato pezzi di “The Inner Sanctum” (2007), che non si sono ancora scordati di suonare dal vivo (le date dei festival di quest’estate non sono poi così lontane), hanno curato con successo la promozione del nuovo album con la freschissima Live To Rock (un titolo che è tutto tranne una rappresentazione colorita della fantasia della band), che i ragazzi hanno appena pubblicato come “singolo”, e con la forse ancora più audace e sul palco ancora più efficace Hellcat! Era anche questo lo scopo della band. Non tirare troppo la corda, ma farsi vedere ancora in qualche concerto prima del nuovo anno per assicurarsi visibilità e guadagnare qualcosa. Insomma, un riscaldamento sfruttato alla grande in vista del tour di febbraio! Un fiore interessante della setlist è stato Witchfinder General (“LionHeart”, 2004), con un doppio pedale di basso devastante e l’eruzione di riff più notevole del concerto della band. I punti vincenti, come sempre, li hanno portati ovviamente i classici. Il concerto ha toccato l’apice soprattutto con Denim And Leather, dove la band ha trovato una risposta intensa dal pubblico che cantava insieme a lei, e poi nel finale con Princess Of The Night.
Per il resto, non si trovano parole che si possano intendere in altro modo se non che i Saxon sono una garanzia di eccellenza sul palco. Sparano il loro repertorio con una grandezza intatta. Con routine e grande esperienza. Tutto il suono ha due palle così e un’energia rock maestosa. A fine concerto Biff aveva una faccia piuttosto arrossata. Le spiegazioni possibili sono più d’una. Opzione uno, ovviamente, il raffreddore; opzione due, “qualche sguardo ravvicinato a bicchierini di gradazione alcolica elevata”, visto che era l’ultimo giorno di tour e la band, in formazione a cinque, era di ottimo umore per scherzi di ogni genere. I Saxon hanno organizzato una bellissima sorpresa ai Motorhead durante l’esecuzione di Wheels Of Steel. Quando la band attacca il riff principale, sul palco compare all’improvviso un disabile in carrozzina, che regge un foglio con la scritta “Wheels Of Steel”, accompagnato da Mikkey Dee e dallo stesso cancelliere di ferro dei Motorhead, Lemmy Kilmister. La sala salta in aria, e nemmeno i membri dei Saxon hanno nascosto lo stupore.
Biff è un tipo scaltro. Nel finale ha infiammato il pubblico chiedendogli quale pezzo volesse. Ha fatto crescere le domande così. “Cosa vi suoniamo? Strong Arm Of The Law? Non è un bel pezzo?” Il pubblico si sveglia e risponde a tono. Segue la domanda: “Princess Of The Night?” Si scatenano ancora più decibel di risposta. E infine l’ultima domanda, in realtà una provocazione attesa: “Crusader?” Nelle prime file la gente comincia a perdere la testa. Il diplomatico Biff, ovviamente, risponde subito in modo difensivo che non c’è tempo per tutti e tre e i Saxon attaccano con Strong Arm Of The Law. In linea con le provocazioni di prima, anche l’interazione del pubblico con la band è andata a gonfie vele. Princess Of The Night ha spazzato via i presenti, tanto è “sparata” in modo totale ed efficace. Un’esplosione per chiudere il concerto, con un intreccio di assoli eccellente tra il signor Paul Quinn e Doug Scarratt.
I Saxon sul palco non invecchiano per niente. Restano vincenti e affilati! Suonano i pezzi a tutta birra e per la loro età hanno anche una bella dose di cinetica scenica, con l’icona rock Biff Byford che anche sul palco continua a guidare con successo i suoi crociati! I Saxon riaffileranno le spade all’inizio del nuovo anno, quando partiranno per una nuova crociata europea. Stavolta con un repertorio di due ore. Fatevi vedere tutti a Lubiana al loro concerto del 20.02.2009!
MOTORHEAD: 21.30 – 23.15
Niente da dire! Questa storia proprio non vuole finire. Una figura che oggi, meglio di chiunque altro, personifica l’immagine unica e autentica dell’icona rock. Lemmy Kilmister. Tutti vorremmo essere dei Lemmy, ma non abbiamo lo stile. Che dramma. Riusciremo mai a superare questo malfunzionamento dell’ego? Lemmy è un rocker scolpito nel legno, vive la missione del rock, la vende! Trionfalmente. E la storia non è finita. Per niente!
Passa un anno, ne passano due, e i Motorhead nel frattempo scrivono un nuovo disco. Seguono i tour e nel mezzo nasce nuovo materiale. La vita on the road. Senza pause! Così il 2008 ci ha portato il nuovo album “Motorizer”. In linea con il design della copertina, anche il palco era “addobbato”.
Si può essere ancora più diretti di Iron Fist? Difficile, se non impossibile! Ed è esattamente quello che fanno i vecchi marpioni quando ci attaccano. Il “mosh pit” è ormai diventato una parte obbligata del repertorio dei concerti della band e davanti agli occhi si dipingono le solite immagini. Come se Asterix e Obelix avessero pestato un plotone di Romani. Il pubblico perdeva un pezzo dopo l’altro dei propri vestiti. Le gambe volavano in aria, la ragione era venduta. Energia a pieno regime. I primi 10 metri sotto il palco. Guerra e caos totale. Ancora peggio è andata tra la erogena Stay Clean e il momento in cui la band presenta la fresca “pagnottella” di “Motorizer” Rock Out, a cui segue la classica domanda di Lemmy: “È abbastanza forte?!?!” In questa parte del concerto (durante la pausa) i Motorhead alzano ulteriormente l’impianto audio a una potenza d’uscita ancora superiore! Lemmy continua: “Questa è una canzone per la parte più anziana del pubblico di stasera!” Lui e Phil si lanciano in un valzer introduttivo e i Motorhead sparano la civettuola Metropolis.
Per uno che si è un po’ calmato ma segue regolarmente quel che succede sulla scena rock, non è difficile arrivare alla conclusione che i Motorhead stanno diventando pericolosamente ripetitivi nei loro tour. L’unica cosa che cambia rapidamente sono i prezzi dei biglietti, che salgono a picco. Il che non è proprio una consolazione, vero? Per fortuna quest’anno il prezzo, rispetto all’anno scorso, è salito solo di 2,50€, quindi evidentemente anche il trend di aumento dei prezzi dei biglietti per i concerti rock/metal in Europa si sta calmando. Per il nuovo tour i Motorhead si limitano a sostituire i pezzi del disco precedente con quelli dell’album attuale, che presentano nel nuovo tour. Perciò anche i pezzi più vecchi sono rimasti in repertorio praticamente invariati. Hanno tolto la dedica ai Thin Lizzy, Rosalie, cancellato Born To Raise Hell (al suo posto è tornata in scaletta Civil War) e spostato Iron Fist dalla coda all’inizio del concerto. Tutto ciò che c’è di nuovo o interessante da segnalare nella setlist di “Motorizer” è l’inclusione di Another Perfect Day (dall’album “Another Perfect Day”, 1983). Da qui si può dedurre che Lemmy abbia finalmente imparato ad amare anche questo leggendario album dei Motorhead, ingiustamente sottovalutato. Tra il materiale nuovo funziona alla grande The Thousand Names Of God, aperta dall’assolo di Campbell che si trasforma in un riff velenoso, metallizzato, che anche nel resto del concerto manda in un rotolamento incontrollato tutta la fauna sotto il palco. A fare da equivalente di Sacrifice nella setlist resta In The Name Of Tragedy, con l’assolo di Dee implementato. Il pezzo funziona in modo fenomenale e ha fatto presa alla grande anche sulla folla, che lo padroneggiava benissimo! È incredibile quanto il pubblico sia legato ai Motorhead. I pezzi di “Kiss Of Death” hanno dimostrato uno dopo l’altro come il pubblico tedesco segua fedelmente anche tutte le uscite recenti della band.
Come i Motorhead si sono presi in giro i Saxon durante la loro esibizione, così i Saxon hanno fatto uno scherzo ai Motorhead durante il loro concerto, dopo che Byford, Scarrat e Glocker, accompagnati dal bassista e dal cantante/chitarrista dei Danko Jones, hanno fatto una sfilata sul palco all’inizio del concerto con lo slogan “We Are Motorhead, And We Play Golf”
Quando i Motorhead attaccano la loro rapsodia in blu intitolata Killed By Death e Lemmy comincia a ruggire “Eat your heart out!”, capisci che la festa con la band leggendaria si avvia lentamente alla fine. Per il gran finale piomba sulla sala anche Bomber, che fa impazzire ancora una volta la folla, poi i ragazzi spariscono dietro le quinte.
Uno ancora ancora sopporta che i ragazzi rinfreschino di rado il loro repertorio dal vivo (alla fine l’essenziale è solo quell’energia irripetibile per cui vai al concerto), ma quando in scaletta compare Whorehouse Blues, la faccenda comincia a sfiorare il limite del buon gusto. In fondo, col pezzo in sé non c’è niente che non va. Il problema è che spunta fuori a un concerto dei Motorhead. Sapete, Phil e Mikkey alle chitarre folk, Lemmy nei panni dello chansonnier che soffia nell’armonica. L’unica cosa che resta legata ai Motorhead è, stavolta, la “scioccanza”, purtroppo in senso negativo. Meglio sarebbe stato se si fossero buttati su una versione “unplugged” di Orgasmatron. I Motorhead semplicemente non sono una band “blues”. E all’inizio dell’esecuzione, per giunta, c’è stato un piccolo inconveniente. Il tecnico si era dimenticato di “chiudere” uno degli amplificatori, così che mentre Phil e Mikkey strimpellavano innocenti, quello ha vomitato fuori un rumore sfacciato. Lemmy, di sua iniziativa, nei panni del tecnico, ha girato la manopola giusta su “off”. È incredibile come abbia capito in un attimo dove stava il problema! Esperienza pazzesca! A fine pezzo ha fatto una battuta sul tecnico. Ma in quella battuta c’era mezza verità. I Motorhead infatti hanno sfruttato quella pausa per alzare un’ultima volta il volume dei monitor alla massima potenza d’uscita!
La furia e la dissolutezza tornano in pieno sul palco con l’indimenticabile Ace Of Spades, dove Lemmy si diverte a “fare la scimmia”, come se strizzasse con la sinistra le note sul manico del basso. È dura quando con gli anni la cosa diventa noiosa. Ma questo è il sacrificio della fama! Per chiudere, ancora Overkill con la triplice ripetizione del classico “fade out” finale, dove i Motorhead spremono dal pubblico gli ultimi atomi di forza, mentre questo ricomincia a scontrarsi l’uno con l’altro e tutto sotto il palco si trasforma in un selvaggio sciame di calabroni infuriati.
Ecco qua! Lemmy ha cantato di nuovo benissimo. L’anno scorso Killed By Death lo metteva un po’ in difficoltà, quest’anno era di nuovo indistruttibile. Sul palco, durante questo pezzo, si è unito a lui Danko Jones (che nome stupido: se il tizio sapesse lo sloveno, probabilmente si cambierebbe nome subito), che ha cantato i cori nel ritornello. Quando questi ha lasciato il palco, Lemmy l’ha presentato così: “Questo tizio l’avrete probabilmente già riconosciuto da soli?” Efficace, non c’è che dire.
I Motorhead uccidono. Ancora oggi. I Motorhead restano i Motorhead. Né a destra, né a sinistra. Rock N’ Roll sporco, arrogante e dannatamente rumoroso. Il bello è guardare i Motorhead ai festival, quando davanti a loro cadono in ginocchio tutte le band. Questa è la band che porta la versione più ostinata e autentica del rock n’ roll. Ne ha sviluppato la forma più rumorosa. Funziona in tutto. Prendetevela almeno una volta nella vita! Fate parte di questa energia irripetibile! La storia quindi è tutt’altro che finita.
foto: Aleš Podbrežnik
Setlist
SAXON: 1. Motorcycle Man 2. Let Me Feel Your Power 3. Wheels Of Steel 4. Live to Rock 5. Heavy Metal Thunder 6. Witchfinder General 7. Denim and Leather 8. Ashes to Ashes 9. Hellcat 10. Strong Arm Of The Law 11. Princess of the Night MOTORHEAD: 1. Iron Fist 2. Stay Clean 3. Be My Baby 4. Rock Out 5. Metropolis 6. Over The Top 7. One Night Stand 8. I Got Mine 9. The Thousand Names Of God (Guitar Solo) 10. Civil War 11. Another Perfect Day 12. In The Name Of Tragedy (Drum Solo) 13. Just ‘Cause You Got The Power 14. Going To Brazil 15. Killed By Death 16. Bomber —bis— 17. Whorehouse Blues 18. Ace Of Spades 19. Overkill
Galleria fotografica
















