Nella bottega dei sogni con Bruce Springsteen (2009)

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Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Stadio Friuli / Udine / Italia
Data del concerto: 23.07.2009
Numero di spettatori: 40
Prezzo del biglietto: 57,50€ (parterre, il giorno del concerto)

Dopo il 2006, quando Bruce “The Boss” Springsteen era passato da Udine con il tour “The Seeger Sessions” (Udine, quel posto in Italia che per noi sloveni è comodissimo da raggiungere, tanto che ci si fa un salto per un concerto anche a metà settimana), quest’anno Springsteen è tornato, e stavolta con la sua E-Street Band. Con l’album “Magic” (2007) – recensione di RockLine QUI, Bruce ha tenuto vivo il suo sound inconfondibile, quello che ne ha fatto un tempo una grande icona del (pop) rock. E al suo stato di grazia “creativamente carburato” nel mestiere di artista è rimasto fedele anche dopo. Quando sei ispirato, la cosa migliore è lasciare che il tuo genio crei il più possibile. Così non è passato nemmeno un anno e mezzo e ci è arrivato il successore di “Magic”, intitolato “Working On A Dream” (2009) – recensione di RockLine QUI. Anche a questo è seguito un tour, ma a differenza dei due precedenti, con qualche data in più in giro per l’Europa e, come detto, con una tappa “di salvezza” a Udine.

Il concerto di Udine, di cui già da un bel pezzo prima del 23.07.2009 si diceva che fosse sold out, in realtà sold out non lo era affatto. Verso le 17:30 del pomeriggio il parcheggio dello stadio Friuli, così come la zona d’ingresso diretto allo stadio (parlo degli accessi da nord), era invaso da chioschi di cibo veloce, dai tradizionali falsi “di pessimo gusto” delle magliette di Springsteen (a quanto pare non sono solo gli italiani a non farsi scrupoli a comprarli, su questo pianeta), bagarini, forze dell’ordine e, naturalmente, da una variopinta tavolozza di fan di Springsteen che si riversavano verso lo stadio. Nonostante certe fonti sostenessero con sicurezza che lo stadio fosse esaurito, i biglietti si trovavano ancora anche il giorno stesso del concerto. Anche per il parterre (57,50€ – una “modesta” sommetta).

Il parterre era diviso, con una zona lunga circa 35 m dal palco transennata. Ci potevano entrare solo i possessori di speciali braccialetti gialli e verdi. Fortunelli. Che la serata sarebbe stata pervasa dall’euforia della folla lo lasciava intuire anche il comportamento di certi spettatori, che si erano stravaccati sul prato e difendevano gelosamente il loro pezzetto d’erba sotto il culo. “Campo cosparso di cadaveri”. Poi arrivano due sloveni in mezzo a loro e subito tutti a lagnarsi che non vedono niente e che ci facessimo passare avanti, perché loro sono così “fottutamente” bassi (o forse siamo noi due a essere così “fottutamente” alti). Eh, eh, eh. Purtroppo non tutti hanno un patrimonio genetico buono come gli sloveni. Okay, scherzi a parte, saliamo sul palco dal nostro prode Boss!

In piedi passo tre ore piene, immobile, sul prato, in un mare di corpi. Nel frattempo, oltre al parterre preso d’assedio, si riempiono anche le tribune. Poi succede. Nel buio più totale entrano sul palco i due tastieristi, ma solo con le fisarmoniche. Charles Giordano e Roy Bittan attaccano l’intro di “C’era una volta il West” di Morricone, mentre sul palco sfilano uno dietro l’altro anche gli altri membri della E-Street Band: Clarence Clemons (fiati, percussioni, voce di accompagnamento), Nils Lofgren (chitarra), Garry Tallent (basso), Suzie Tyrell (violino, chitarra acustica, voce di accompagnamento), Steven Van Zandt (chitarra), Max Weinberg (batteria), Cindy Mizelle (voce di accompagnamento), Curtis King (voce di accompagnamento), per prendere posto sul palco. Per ultimo, Sua Eccellenza Bruce “The Boss” Springsteen (voce, chitarra). La band ci sorprende già all’inizio, eseguendo per la prima volta in questo tour Sherry Darling (“The River”, 1980). Lo stadio ribolle ed esplode in un unico boato quando il ritornello afferra il pezzo. Il palco, lungo praticamente quanto tutta la larghezza del prato dello stadio e alto almeno 30 m; davanti al palco principale, dove Bruce e la band hanno passato la maggior parte della serata, ne era stato montato uno extra, ancora più lungo, che correva lungo tutta la prima fila. Per non ostacolare il flusso di energia tra la band e il pubblico, tutti i “fotografi ufficialmente accreditati” sono stati sbattuti a scattare nello spazio intermedio che separava i “fortunelli con i braccialetti” sotto il palco dal resto della ciurma del parterre.

Bruce, già durante il primo pezzo, è schizzato giù per le scalette sul palco anteriore e ha cominciato a stringere le mani al pubblico in delirio. A sinistra e a destra due schermi altissimi e, sullo sfondo, dietro il palco e la band, uno speciale schermo gigante, rivolto per la maggior parte del tempo verso il pubblico. Già dopo i primi tre pezzi, quando con Sherry Darling, Badlands e Hungry Heart Bruce ha annunciato il suo assalto sfrenato, aveva portato lo stadio a esplodere insieme a lui.

Dopo un inizio incandescente, è arrivato il momento di calmare un po’ le acque. Sullo schermo dietro compare un panorama con un cactus gigante (“joshua tree”), le rocce solitarie dello Utah e la prateria, e la band va avanti con la presentazione dell’album “Working On A Dream”, attaccando Outlaw Pete. Nonostante sia di fattura più recente, il pezzo ha preso benissimo tra il pubblico, che dimostrava di conoscerne i versi a menadito. L’intensità della serata è risalita subito a un livello più alto con la potente Darlington County e i “Sha-la-la-la” all’unisono dello stadio, che sostenevano la squadra di Springsteen! Insomma. Il fuoco della passione a Udine saliva inarrestabile e divampava verso l’apice.

Bruce Springsteen come figura è incredibile. L’uomo non ha solo un carisma e un fascino fuori dal comune. Si è meritato a ragione il soprannome “Boss”. È un comandante straordinario, trabocca di energia e amore per la vita, che ha condiviso senza risparmiarsi per due ore e tre quarti con tutte le teste impazzite dello stadio. I pezzi si susseguivano praticamente senza pause. Quando ne finivano uno, Bruce si piazzava al microfono, si girava verso la band per controllare che il resto della ciurma fosse della partita e, con la Telecaster alzata in alto nell’aria, dava un colpo e il segnale di “partire” con un nuovo pezzo. Springsteen era davvero al massimo del “carburato”. Qualcosa lo fa anche l’abbondante illuminazione del palco (con altri quattro addetti alle luci, ognuno appollaiato nella sua cabina sopra il palco, che con fasci di riflettori inseguivano i membri della band che correvano là sotto) eppure Bruce Springsteen – “piccolo grande uomo” – ha sparato fuori tutto il suo massimo energetico. Dal Boss il sudore letteralmente schizzava. Prima di ogni pezzo il tecnico gli portava una Telecaster freschissima e asciutta, che lui si metteva a tracolla in un lampo e in cui letteralmente faceva il bagno con il proprio sudore. Il Boss corre, a quasi 60 anni (meno due mesi), come un ragazzino nel fiore degli anni, spinto dall’eccesso di testosterone in circolo. Di statura minuta, con i bicipiti in bella mostra, nei jeans d’ordinanza, gilet aderente, stivali “western”, con il braccio destro sollevato in alto mentre pesta gli accordi, manco fosse il più feroce “shredder” della chitarra. Mentre la E-Street Band tiene salda la scenografia di fondo, che proprio non sa tradire il suo capo nell’accompagnamento, lui corre sfrenato sul palco più basso, stringe di continuo le mani ai fan infiammati, suona la chitarra proprio per loro, in piedi accanto alla prima fila, anzi in mezzo alla gente. A un certo punto scende pure dal palco, inseguito dalla maggior parte della squadra di sicurezza. I fan lo afferrano con foga per le gambe, le ginocchia e tutto quello che riescono a raggiungere. L’energia è pazzesca e niente la ferma. Amore nell’aria. Più autentico di così non si può. Passione oltre ogni confine. Può esserci qualcosa di più bello e naturale della magia della musica?

A questo punto mi viene un pensiero: perché mai il pubblico italiano dovrebbe essere così particolarmente pazzo proprio per il Boss? In generale il Boss è diventato grande grazie alla sua “piccola umiltà”, che emana da ogni poro. È solo un “operaio di strada” che deve lottare per sopravvivere. È la voce della strada, la voce della ribellione, la voce dell’inesauribile desiderio di un domani migliore e la voce che ti rincuora anche quando sei a terra. Con la sua semplicità, con la sua naturale sincerità, supera con facilità il ponte tra la rock star e l’uomo comune, cosa che quella sera ha sentito con facilità anche la plebe italiana a Udine. Non si può paragonare direttamente, ma per un attimo mi è tornato in mente lo stesso stadio e la data del 12.09.2008, quando qui ha suonato Vasco Rossi, davanti a un pubblico altrettanto sold out dello stadio Friuli (reportage di RockLine QUI). Quest’ultimo rappresenta una specie di bonario zio di strada italiano, che non farebbe del male a una mosca, eppure subisce sempre qualche ingiustizia. Forse nel caso specifico di indovinare la psicologia delle reazioni agli stimoli della folla dei concerti in Italia, questo filo da battuta tra il Boss e Rossi non è poi così fuori luogo o infondato.  

Springsteen, con la sua accessibilità e la sua spontaneità nel condividere l’energia della propria unica presenza, ha alimentato questa esperienza irripetibile a Udine con qualche gesto in più. Il primo è arrivato durante Waiting On A Sunny Day, quando ha passato il microfono a un bimbetto che forse aveva appena imparato a camminare e che è persino riuscito a beccare correttamente due parole del titolo, “biascicandole” nel microfono tra l’entusiasmo urlato di tutta la folla. Il secondo momento (solenne) è arrivato nel bis obbligatorio durante Dancing In The Dark, quando il Boss ha tirato sul palco un’italiana “stregata”, l’ha fatta girare per qualche battuta, presa in braccio e poi riposata con cautela tra la folla (naturalmente senza dimenticare di darle un bacio d’addio e il suo plettro originale).

Di solito i concerti del Boss sono una storia a sé. Ognuno di loro. Quest’onore è toccato anche al concerto di Udine. Sotto il palco era un tripudio di cartelli di cartone sventolati, su cui erano scritti i titoli di singole canzoni di Springsteen. Bruce li raccoglieva e, tra tutta la roba, si è imbattuto persino in un pupazzo fatto in casa: un “mini lui”. Il concerto  aveva appena superato la metà d’oro. Il terzetto Summertime Blues, Be True e Streets Of Fire era la voce del popolo, brani che la band in precedenza non aveva ancora eseguito in questo tour, ed è anche per questo che l’evento di Udine è stato speciale. In una breve pausa Springsteen mostra a tutti i membri della E-Street Band cosa c’è scritto sul cartello. Quando è sicuro che tutti abbiano capito, dà di nuovo il segnale e la band si accende nella sequenza Summertime Blues, Be True e Streets Of Fire. È il vero segno di gratitudine al pubblico fedele, che ha portato il nome di Bruce Springsteen tra i più grandi del rock. In realtà non esiste canzone uscita su un album in studio di Bruce Springsteen che la E-Street Band non sappia suonare anche dal vivo. Pochi grandi artisti oggi osano farlo in tour. Di solito propongono in tutti i concerti esattamente lo stesso repertorio, evitando così possibili sfottò in caso di scivoloni da “pasticcio”. Springsteen con la sua squadra non teme davvero niente del genere e non ne conosce proprio alcun motivo.

La E-Street Band è una squadra rodata, perfettamente affiatata, di fedeli musicisti del Boss, che non sa tradirsi. Uno straordinario groove di accompagnamento, costruito dai due tastieristi (Bittan si occupa anche dell’Hammond, Giordano del vero pianoforte “bianco” classico), duelli armonizzati tra violino e sassofono, oppure tra violino e lap steel pedal guitar di Nils Lofgren, o di tutti e tre gli attori insieme (Outlaw Pete), offrono il marchio di fabbrica della cultura musicale di Springsteen, e su tutto questo funziona alla grande l’impalcatura delle voci di sottofondo stratificate, che abbraccia la voce ruvida di Springsteen (a sua volta “dosata con più o meno” ruvidezza).

Springsteen è in forma smagliante. La voce non lo tradisce. Nemmeno quando arriva un’altra grande sorpresa della serata. Con il brano Born In The U.S.A., che la band in questo tour non aveva ancora eseguito dal vivo. Con ogni probabilità a suo discapito è stata sacrificata in scaletta Glory Days. Springsteen ha mostrato a tutti un nuovo cartello di cartone con un carrettino avvolto nella bandiera americana da cui spunta la testa del Boss. Bruce ha aggiunto un commento dubbioso, indicando con il dito la sua caricatura: “Maybe Boss, maybe Boss,..!” Risate nello stadio.

Nonostante il concerto avesse superato le due ore, Springsteen ha aperto senza paura il bis con Born In The U.S.A. e l’ha cantata in modo fenomenale. Come sull’album. A pieni polmoni, dalla gola ruvida e a tutta forza. Già il delirio durante Born To Run è stato un punto speciale della serata, di per sé un apice, in cui lo stadio si è fuso del tutto e quella magia non è calata nemmeno un po’ nel proseguimento, quando la band ha eseguito il bis d’obbligo. American Land è stata quindi quanto mai benvenuta, con la band che l’ha affrontata in maniera più pacata, con il tradizionale linguaggio country. Ma pause vere non ce ne sono state, perché è partito subito un altro super hit dall’album “Born In The U.S.A.”, Bobby Jean, che tiene lo stadio sveglio anche dopo, mentre Springsteen volteggia sul palco con la ballerina durante la già citata Dancing In The Dark. La band chiude il concerto in trionfo con un’interessante cover di Twist And Shout (orig. The Beatles). Comincia però con il ritmo rallentato di una specie di La Bamba (un pezzetto di quella poi lo inseriscono davvero nell’esecuzione), solo che a fare da protagonista c’è in più l’organo Hammond.  Quel pezzo non voleva proprio saperne di finire. Verso la fine Springsteen si accascia teatralmente a terra accanto al microfono e manda il chitarrista Steven Van Zandt dritto verso il pubblico a prendere un cartello “Grandpa’s Gone Down” (è uno dei brani più vecchi di Springsteen, nato nel 1971), che doveva spiegare lo stato attuale sul palco della star, che voleva così far capire al pubblico che il nostro tempo con lui purtroppo volge al termine. Il Boss si rialza ancora una volta, dà il segnale alla band e suonano un altro giro con tanto di ritornello. E lo fanno in modo che tutti, tranne il batterista Max e il sassofonista Clarence, compaiano sul (pre)palco proprio accanto alla prima fila, dove il concerto si chiude così in tutta la sua intensità.

Springsteen ha mostrato la sua grandezza anche nel ruolo di “selezionatore” di una squadra vincente, stringendo la mano a ognuno della E-Street Band e ringraziandolo per l’esibizione mentre lasciava il palco. Si è perfino inchinato a Clarence. Springsteen ha lasciato il palco per ultimo.

Cosa dire in chiusura? Una magia straordinaria, un momento straordinario, indimenticabile, che appaga l’appassionato di musica in tutto e per tutto. A modo suo, in maniera del tutto unica. Ha il suo prezzo, il suo valore, ma offre davvero, davvero tanto. Anche qualcosa che il denaro non sa misurare. A Udine Springsteen ha riempito la sua grande passione per la vita di un amore straordinario, segno di grande rispetto per il pubblico e per la band che lo accompagna. E tutto questo si trasmetteva senza risparmio nella direzione opposta. Soprattutto mozzava il fiato rendersi conto di quanta energia abbia il Boss ancora oggi sul palco. Nonostante il concerto fiume, non hai mai avuto la sensazione che avesse fretta di scendere. Avrebbe potuto suonare e suonare e suonare… Un evento che ha lasciato un segno speciale, e dopo il quale mi sono persino detto che per un po’ non andrò a nessun concerto, perché le sensazioni che mi pervadono anche tre giorni dopo sono eccezionali e di valore inestimabile. Grazie alla magia dell’eternità e dell’immortalità della musica.

foto: Aleš Podbrežnik

Scaletta

01. Sherry Darling 02. Badlands 03. Hungry Heart 04. Outlaw Pete 05. Darlington County 06. Something In The Night 07. Working On A Dream 08. Murder Incorporated 09. Johnny 99 10. No Surrender 11. Summertime Blues 12. Be True 13. Streets of Fire 14. My Love Will Not Let You Down 15. Waiting On A Sunny Day 16. The Promised Land 17. American Skin (41 Shots) 18. Lonesome Day 19. The Rising 20. Born To Run —bis— 21. Born In The USA 22. American Land 23. Bobby Jean 24. Dancing In The Dark 25. Twist & Shout (con La Bamba)

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