Nine Below Zero questa volta mettono in ginocchio Jamski dvorec (2010)

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Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Jamski dvorec / Postumia
Data del concerto: 20.01.2010
Numero di spettatori: 300
Prezzo del biglietto: 14 €

Non facciamo prigionieri! Dopo l’esibizione di Ana Popović (report di RockLine qui), il terzo atto del festival blues di Postumia ci ha servito un atterraggio attesissimo, che ha finalmente riposato gli occhi e ridato la parola, come si conviene alla buona musica, ai sensi il cui compito primario è captare le onde sonore! L’esibizione degli eroi del blues rock britannico Nine Below Zero ha rimesso al centro della scena la musica come una delle forme essenziali di espressione artistica. Qui non c’è spazio per pompa mediatica, trucco e parrucco o lustrini di qualche kitsch da palco imparentato con tutto questo. La faccenda è semplicissima: con i Nine Below Zero contano solo una presenza scenica costruita sulla semplicità, spogliata di ogni boria da star, una qualità musicale indiscutibile e carattere. Una combinazione che è garanzia di successo.

I Nine Below Zero si presentano come un quartetto di stalloni musicali scafati, che non perdono tempo in chiacchiere. Ci avrà di sicuro a che fare il fatto che i signori, attraverso una fitta peluria nasale, respirano sfacciatamente da decenni i vapori del blues, che negli anni hanno domato con successo aggiungendo gli aromi riconoscibili dei approcci musicali più popolari. Suona come la ricetta perfetta per un’esperienza musicale da pazzi e i Nine Below Zero sono senza dubbio l’indirizzo giusto. Dennis Greaves e Mark Feltham, dopo Bluesiana (report di RockLine qui) e Pirano (report di RockLine qui), hanno convinto anche a Postumia con un gioco melodico di prima qualità a base di blues, che per grana e piccantezza regge il confronto con i protagonisti più convincenti del genere. Ovviamente non bisogna dimenticare l’altra metà del quartetto, non meno imponente, anzi: tra un bocconcino blues vorace e l’altro, si carica sulle spalle la maggior parte del peso della band. La fonte della straordinaria coesione musicale dei Nine Below Zero sta in una sezione ritmica compatta come un blocco, che probabilmente è anche la parte più famosa del gruppo, almeno di nome. La formano Gerry McAvoy e Brendan O’Neil, vecchi compagni che vi ricorderete dai tempi in cui facevano girare gli ingranaggi ritmici di una delle formazioni blues più accattivanti, e, per autenticità del messaggio musicale, probabilmente anche di una macchina blues rock dalla fama ancora oggi insuperata. Parliamo ovviamente del famigerato collettivo di Rory Gallagher. Gerry e Brendan hanno mostrato ancora una volta di conoscersi in ogni minimo dettaglio. Ogni svolta, per quanto imprevedibile, del primo veniva accompagnata da una risposta improvvisa ma al tempo stesso spontanea del secondo, e viceversa. Via i giochini ritmici esagerati: il duo è rimasto sempre piuttosto essenziale, il che è comprensibile. Una perfezione ritmica succosa e, di conseguenza, subito contagiosa, di dubbia moralità, da cui fa capolino volentieri anche l’immancabile ruvidezza primordiale, che non nasconde il potenziale di far rivoltare i calcoli biliari dell’ascoltatore! Il duo, cinto anche da una generosa dose di ottimi cori di accompagnamento, in questa maniera serviva una base musicale omogenea, sulla quale Dennis e Mark hanno brillato senza pensieri, ciascuno con le proprie armi.

I Nine Below Zero sembrano fatti apposta per i palchi dei concerti. La combinazione elementare di rock, blues e boogie, che non nasconde l’occhiolino alle tendenze new wave dell’alba degli anni 80 del secolo scorso, è un ibrido di genere energico, che respira e cresce di continuo e a ogni passo risucchia a grandi sorsate l’attenzione del pubblico presente. Lo svolgersi di tutto quello che accade sul palco segue il diktat dell’energico Dennis Greaves, ottimo chitarrista dalla voce piuttosto presentabile, che senza sforzo apparente padroneggia anche il carattere di classici come “On The Road Again”, “I Can’t Quit You Baby” o “Call It Stormy Monday” di Walker. La maggior parte del repertorio preparato per la serata dei Nine Below Zero era comunque di composizione propria. L’atmosfera si è fatta particolarmente vivace durante la presentazione dei pezzi dell’ultimo album, dove, grazie all’energico Mark, a svettare è stata “I’m So Alone”. Il modo di suonare l’armonica di Mark è sublime, non tanto spettacolare quanto soprattutto essenziale e carico di emozione e di personalità, e in ogni caso speziato quanto basta per il linguaggio espressivo di Dennis Greaves, che da cima a fondo scoppiettava di acrobazie chitarristiche servite d’impulso. Sotto questo aspetto, giovedì sera non c’è stato niente di più bello dell’esecuzione di prima categoria dello standard “Ridin’ On The L & N”, in cui Dennis e Mark si sono dati dentro bombardandosi con entusiasmo di frasi e motivi di una malizia diabolica (Dennis, per l’occasione, si è lucidato persino qualche briciola del Crossroads di Clapton).

L’esibizione dei Nine Below Zero ha senza dubbio offerto qualcosa di eccezionale, almeno per quanto riguarda la cultura concertistica sul versante soleggiato delle Alpi. Una performance sul palco piena di partecipazione e rodata fin nel minimo dettaglio, accompagnata per giunta da un suono eccellente e da un pubblico bello numeroso (in queste circostanze l’ottima atmosfera, ovviamente, non può mancare): sono queste le carte su cui si può costruire con coraggio tutte le prossime avventure di Postumia. In chiusura, due parole di lode vanno anche alla direzione artistica del festival, che quest’anno porta avanti il programma di Postumia con coraggio, a colpi di nomi musicali attraenti, grazie ai quali le discese mensili a Postumia si fanno sempre più attese.

Foto: Mojca Perdih

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