Nocturnes of Hellfire & Damnation
Autore: Aleš Podbrežnik
Artista: Virgin Steele
Etichetta: SPV Records
Uscita: 2015
Durata: 79:06
Voto: 2.5/5
I Virgin Steele, longevi power metaller newyorkesi della scuola »savage – romantic«, sono considerati un vero fenomeno musicale. Da sempre coltivano uno stile tutto loro e da sempre, nonostante l’eccezionale qualità musicale della loro opera, restano ignorati, snobbati dal mondo della musica. Li conosce solo un pugno di veri appassionati.
Dopo il 2000, anno di »The House of Athreus pt. II«, gli intervalli tra un disco e l’altro della band hanno iniziato ad allungarsi in fretta. Il nuovo lavoro è infatti appena il terzo uscito dopo il 2000. Stando alle dichiarazioni del capobanda, compositore principale, visionario, produttore, cantante e polistrumentista David DeFeis, il nuovo album “Nocturnes of Hellfire & Damnation” avrebbe dovuto riportare la band ai suoi primi tempi, quelli del terzo e del quarto disco. Parliamo quindi degli anni Ottanta, e DeFeis pensava soprattutto a »Noble Savage«, che a suo dire è l’album più importante della carriera della band, e al suo successore »Age Of Consent«.
La squadra, che ha avuto bisogno di ben cinque anni dall’uscita del predecessore »The Black Light Bacchanalia« (2010) per registrare e pubblicare il nuovo disco, resta invariata. La voce di DeFeis rimane il marchio di fabbrica della band. Nel nuovo album viene usata e sfruttata in tutte le varianti possibili e immaginabili, e DeFeis spesso la considera uno strumento in più. Il disco è pieno di urla di ogni tipo: dalle più brutalmente malvagie a quelle angelicamente cristalline e pulite, che toccano altezze estreme, ai limiti delle capacità umane. DeFeis resta un cantante eccezionale, che continua a evolversi e a crescere nella potenza dell’interpretazione vocale. L’altro elemento che garantisce l’unicità della band è il suono e lo stile della chitarra di Edward Pursino, che in combinazione con la voce di DeFeis funziona ancora una volta alla perfezione. La simbiosi tra frasi di chitarra, ornamenti di passaggio, approccio unico agli assoli, il suono retrò e ciccione della Gibson SG e l’approccio vocale variabile di DeFeis resta impeccabile anche nel nuovo album.
La prima parte del disco è quella che noi fan della band ci aspettavamo un po’ tutti, senza dirlo troppo ad alta voce. È sfrenata, appassionata, altamente bombastica, vorace nella tipica musicalità Virgin Steele, piuttosto movimentata e, come dice DeFeis, epicamente e romanticamente scatenata! Sviluppa una vera esposizione del metal dei Virgin Steele. Fino a Devilhead compresa. L’unica cosa che disturba fin qui è, ancora una volta, la produzione sottile della batteria e le linee di basso quasi impercettibili, ma questo è il tallone d’Achille anche dei tre lavori precedenti dei Virgin Steele.
Considerando che l’ottimo e ambizioso predecessore aveva spinto l’espressività della band a un livello nuovo e ancora inesplorato, le aspettative sul nuovo album erano di nuovo alte. Eppure.
La seconda parte del disco si annacqua. L’entusiasmante sviluppo iniziale viene interrotto già da Queen of the Dead. È il brano più lungo, di marca hard rock, quindi con questo pezzo la band torna davvero ai tempi di »Age of Consent«. Il pezzo è decisamente troppo lungo e annuncia anche una serie di brani da medio tempo a ballata, che nel resto del disco annoiano più che entusiasmare (il riff portante di The Plague And The Fire, sei minuti e mezzo, non si schioda proprio da nessuna parte). Lì a regnare è DeFeis con la sua voce e con tutte le possibili variazioni nel suo sfruttamento. Al musicista non c’è nulla da rimproverare, è un grande maestro. Ma stavolta ce n’è troppo. Semplicemente troppo, ovunque. Il suo ego vocale è spinto troppo in primo piano. Detta papale papale, la seconda parte del disco è troppo complicata. Senza motivo. L’impronta hard rock dell’album la rafforza We Dissapear, poi c’è la goffissima e cupa Glamour, che riporta sì il disco su territori metal, ma è piena di passaggi poco compatibili tra le frasi portanti (cioè: arrangiata in modo un po’ maldestro), e il pezzo suona di nuovo come un campo di prova per le caratteristiche vocali di DeFeis. Gli ultimi tre brani, Delirium, Hymns to Damnation e Fallen Angels, vanno da calmi a medio tempo, e con loro il disco si placa del tutto, mentre in primo piano tornano la voce di DeFeis e gli arrangiamenti di tastiera. Questi tre non portano niente di nuovo né di mai sentito e danno una sensazione di »superfluo«. Il disco è semplicemente troppo lungo, almeno di mezz’ora.
“Nocturnes of Hellfire & Damnation” non è un brutto album, ma non è il disco dei Virgin Steele che avrebbe dovuto raccogliere l’eredità dell’ottimo predecessore »The Black Light Bacchanalia«. Soprattutto dopo cinque anni di »tira e molla«. Per DeFeis e compagni sarebbe bastato affrontare le cose in modo più semplice. L’hard rock non è mai stato il loro forte, e stavolta nel disco ci sono troppe parti da ballata e brani a medio tempo: il vero cuore del metal dei Virgin Steele si perde in un minutaggio chilometrico.
Formazione
David DeFeis – voce, tastiere
Edward Pursino – chitarra
Joshua Block – basso
Frank Gilchriest – batteria
Produzione
David DeFeis
Tracklist
1. Lucifer’s Hammer
2. Queen of the Dead
3. To Darkness Eternal
4. Black Sun-Black Mass
5. Persephone
6. Devilhead
7. Demolition Queen
8. The Plague and the Fire
9. We Disappear
10. A Damned Apparition
11. Glamour
12. Delirium
13. Hymns To Damnation
14. Fallen Angels