Nonstop
Artista: Sick Of It All
Etichetta: Century Media
Uscita: 2011
Durata: 38:04
Voto: 4.5/5
L’HC nella sua forma più nobile non ha bisogno di ritocchi cosmetici, e i Sick Of It All, anche dopo un quarto di secolo di gavetta, portano avanti la loro eredità nel modo più evidente: con concerti, sudore, sangue, fatica e la loro tipica testardaggine. Anche per questo la linea temporale di 25 anni della band è una costante di crescita e sviluppo, e la musica picchia più forte del martello di Thor. Dato che le scorciatoie non le hanno mai amate, il quartetto newyorchese, formato dai fratelli Lou e Pete Koller (un po’ invecchiati, ma sempre pronti all’azione), dal batterista Armand Majidi e dal membro più giovane, il bassista Craig Setari, per il tondo quarto di secolo ha preferito rimboccarsi le maniche e, invece del solito best of, si è fiondato nell’Antfarm studio in Danimarca – con al fianco il mago metal della produzione Tue Madsen – per uscire dalla fucina dei suoni con un lavoro che fa saltare le scarpe senza fatica anche al purista metal più esigente.
Nonstop è un proiettile di mezz’ora di energia rinata e un mucchio di vecchi pezzi pescati da nove album, che sfoggiano una nuova lucentezza, un vestito sonoro di prim’ordine, punchline sempre attuali, testi eccellenti e una rabbia articolata, stavolta molto più rifinita e decisamente più convincente di quando, quindici anni fa, mi hanno crivellato a raffiche di HC grezzo. Le persone cambiano, i Sick Of It All invece sono semplicemente come il vino pregiato: più vecchi e migliori, e l’esperienza si sente in tutti e venti i brani, ognuno con la sua spina dorsale solida, che insieme si intrecciano in una ghirlanda infernale di veri standard da mosh. Le chitarre sono grasse, accordate più in basso, e l’arma massiccia tra le mani dell’energico e sempre sincero Pete rimbomba alla grande, le voci sono più marcate che mai, i testi chiari e affilati come un bisturi e critici verso il sistema. La batteria è bilanciata e succosa il giusto, senza risultare troppo pretenziosa, il basso svolazza quanto basta. Tue ha quindi fatto davvero un lavoro eccezionale, e i pezzi sono, insomma, lo specchio autentico del genuino orgoglio NYHC senza compromessi.
La mancanza di soldi avrà pure potuto privare di una perfezione sonora dischi come Blood, Sweat and Tears, Just Look Around, Scratch The Surface e Built To Last, e nemmeno Fat Wrack Records è riuscita a dare alla band il suono giusto. La nuova epoca è iniziata solo il giorno in cui Century Media ha messo mano alla faccenda, e ovviamente i fedelissimi del vecchio, rudimentale approccio DIY alla produzione si schiereranno in difesa del vecchio sound sporco. Non senza ragione: quella faccia solcata, devastata e spappolata ha sempre avuto una bella carnagione e una bella patina, ma con una produzione così sottile i dischi si potevano paragonare a fatica ai brillanti – semmai a diamanti grezzi, che però dal vivo hanno sempre superato le aspettative e saziato anche i viziati più chiusi e rigidi. Nonstop è infatti il riflesso di come suonerebbero i SOIA già allora, se avessero avuto qualche soldo in più nel portafoglio, anche se non scommetterei che, avendo da sempre avuto il culo pieno di tutto, sarebbero riusciti a servire tanta rabbia e rivolta sincere quante ne hanno sparse in 25 anni di storia nei loro testi e nella loro musica.
Lo status iconico dei SOIA non è un caso, ma il frutto di un’evoluzione dura e spietata, e il nucleo coeso della band è, a differenza di tanti pappamolle convinti che per il successo bastassero la pettinatura giusta, un po’ di colore sotto la pelle e pose da mal di mondo con sfumature di nero sotto gli occhi. I Sick Of It All sono lo specchio del nesso della metropoli americana New York. Di questa immagine fanno parte rapper, polizia violenta, disuguaglianza sociale e povertà, scontenti in rivolta e rivoluzionari del tempo libero, e tutto si ritrova nello stesso mazzo, proprio sul podio musicale di venti brani scelti e vignette vocali che Madsen ha limato con precisione fino all’ultimo dettaglio. Lou Koller non è mai suonato così rifinito, centrale e marcato, eppure la voce è sempre d’acciaio, bruciata e gonfia al punto giusto.
Dopo l’annuncio a voce di KRS-One che i veterani sono pronti per il colpo compatto dell’apocalisse del 2012, con il proclama »Fresh for 2012 you suckers!«, arriva il vero proiettile di adrenalina con la traccia conclusiva dell’eccezionale esordio Blood Sweat And Tears Injustice System. La strofa “There are those who change the laws / For gain and furthering their needs / A small group possesse the power / A minority dictating what’s good for the majority / Money has the real influence / Without it what we say don’t make a difference / I won’t tell you to give in / But to me there’s got to be a better way to fight for our rights / And to have our say / To choose for ourselves / And not be led around blindly on a short leash” anche 23 anni dopo la prima incisione su supporto musicale non perde né mordente né attualità. Dopo la lotta e la sfida al sistema, Sanctuary è un leggero riparo melodico prima di verificare quanto regga la tecnologia moderna. Il pezzo portante dell’album Scratch The Surface è finalmente risplendito della lucentezza di un hit HC nel senso pieno del termine, e una nuova dose di aggressività dimostra che la belva può sempre rimettere un nuovo paio di zanne affilate, anche se per via degli anni qualcuna era un po’ traballante, mentre la struttura muscolare, per i ragazzacci di New York, non è mai stata in discussione.
I muscoli servivano per combattere contro l’ingranaggio corrotto delle etichette, che li avrebbe volentieri pettinati come l’ennesimo Green Day, ma loro sono rimasti fedeli all’odore dell’asfalto e al sudore e, coi medi alzati, sono andati all’attacco con il brano Us Vs. Them, che anche nella nuova versione ringiovanita è forse una parola d’ordine ancora più sensata per la rivolta di oggi, una rivolta che dovrebbe traslocare dagli USA anche nelle strade delle nostre putride fogne prealpine. Perché i salvatori abusivi non se la diano a gambe davanti al dunque, bisogna dare ascolto anche all’atteggiamento d’opposizione rabbiosa di The Deal, e personalmente posso sottoscrivere il testo di Just Look Around, quando Lou canta “As the rich get richer, the poor goin’ hungry / i’ve seen the toll it takes on the workingman’s family / education system that’s obsolete / can’t hold a kid’s interest or keep ‘em off the street / see a father’s fear, hear a mother’s cry / what kind of a nation lets their children die / government’s corrupt and full of red tape / then you’re gonna ask me why i hate” e mi chiedo se la Slovenia sia all’altezza di una rivolta a colpi di uova. “Sono solo testi e l’HC è solo musica …” replicherebbe qualche idiota devoto alle mode, ma la verità sta altrove, al polo opposto. Per sopravvivere e restare in piedi devi stare con orgoglio al fianco dei tuoi compagni di lotta e saperti sacrificare senza egoismo: è questo il senso di Ratpack, dall’eccezionale disco Scratch The Surface, che come una macchina del tempo ti riporta splendidamente al 1994. Pochi istanti dopo si torna al punto zero del big bang e all’esordio. World Full Of Hate dimostra che buona parte delle munizioni migliori si forgia sempre nel tempo dell’onestà, dell’odore di garage e dei mosh pit sanguinosamente seri, e a questo si aggiunge anche Pushed To Far. I Sick Of It All erano già nel 1989 gli Hatebreed, quando di questi ultimi non c’era ancora traccia; dopo il dilemma se sia metal o no e le rumorose diffamazioni dei puristi punk su cosa sia o non sia la loro tazza di tè, è chiaro che anche la nuova versione rinnovata del pezzo è più tagliente di molto di ciò che produce oggi la mondana combriccola metal, per non parlare dei punk imborghesiti in BMW e coi Rolex …
Dopo GI Joe Headstomp penso di essermi sbagliato e di avere tra le mani una versione un po’ rimescolata dell’esordio dei SOIA, non una raccolta di hit, come annunciava il comunicato ufficiale prima dell’uscita del disco. Never Measure Up, più giovane di soli due anni, spezza il legame col primo passo e serve l’esplosività, riarrangiata in modo eccezionale, del brutale secondo disco. Lo spettro melodico di Built To Last, che a mio avviso è l’album più melodico della discografia dei SOIA, non sarebbe completo senza l’eccezionale gemma punkeggiante Chip Away, mentre a dimostrare che la base del DNA della band è soprattutto il tempo selvaggio e sfrenato dell’hardcore ci pensa il momento d’autore luminoso di Setari, il brano breve ma pieno Busted. Locomotive suona come una versione d’urto dei Cro-Mags sotto steroidi, Lou con le sue parole d’ordine chiama alla rivolta tutti i proletari del nuovo mondo, e dopo arriva al mondo il primo brano mai scritto dai SOIA – My Life, dopo il quale difficilmente resterà intatto tutto il vetro di casa vostra, se siete ancora vivi. Friends Like You è la resa dei conti con tutti i subdoli sedicenti figli di puttana che si spacciano per amici e poi ti piantano coltelli nella schiena, alla Bruto, nella schiena. Tra i brani più recenti c’è Relentless, uno dei picchi più alti di Life On The Ropes. L’unico vero punto debole di questa raccolta, o meglio dei primi quattro album con un’aggiunta satellite, è No Labels, che in compagnia di pezzi eccezionali è un solido pezzetto punk NYHC, ma senza la giusta incisività concettuale; il gran finale invece, con il mio brano preferito del mio disco preferito – Built To Last – è un bel cerotto classico per l’anima. Una versione del classico più dura e, rispetto all’originale, senza dubbio più curata e tagliente mette la ciliegina su una serie eccezionale di momenti d’ascolto estremi, senza che nessuno possa lamentarsi di niente.
Questa scuola di standard NYHC, condotta con mano sicura, è un “corso accelerato” per tutti quelli che i SOIA li hanno convinti durante le lezioni regolari degli album e cercano la dispensa giusta per prepararsi al loro nuovo sbarco dalle nostre parti. No, non è un lavoro fatto a metà, ma resta il fatto che tutta la parte più recente della loro storia viene trascurata, benché sia nonostante tutto eccezionale e meriti almeno una menzione. La fonte della creatività non si è infatti prosciugata già nel 2003, ma i SOIA, nella loro narrazione di 25 anni ininterrotti di attività, sono padroni del proprio continuum spazio-temporale. Gli è concesso perfino di dimenticare qualcosa di proposito, di metterla da parte o almeno di relegarla per un attimo o due in secondo piano, perché per accontentare tutti avrebbero dovuto pubblicare almeno un triplo album, se non ri-registrare tutti i pezzi di tutti i dischi. Sarebbe interessante, ma pensateci e ditelo onestamente – chi l’ha mai fatto, e perché qualcuno dovrebbe sforzarsi di riscrivere da capo la propria storia? È prerogativa solo di chi comanda senza essere mai stato eletto. Ed eccoci di nuovo alla politica, verso cui sono critici anche i SOIA. Nonstop! Ed è proprio per questo che è sempre così fresco e piacevole ascoltarli, e un giorno forse avremo pure abbastanza coraggio da trasformare le parole in fatti? Solo un dubbio, che spunta sempre quando le orecchie sono piene di buona musica e idee eccezionali …
Formazione
Lou Koller – voce
Pete Koller – chitarra, cori
Craig Setari – basso, cori
Armand Majidi – batteria
Ospite:
KRS-One – intro in Clubbering Time
Produzione
Tue Madsen
Tracklist
1. Clobberin’ Time
2. Injustice System!
3. Sanctuary
4. Scratch The Surface
5. Us Vs. Them
6. The Deal
7. Just Look Around
8. Ratpack
9. World Full Of Hate
10. Pushed Too Far
11. GI Joe Headstomp
12. Never Measure Up
13. Chip Away
14. Busted
15. Locomotive
16. My Life
17. Friends Like You
18. Relentless
19. No Labels
20. Built To Last