Nothing Is Written
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Galahad
Etichetta: Avalon Records
Uscita: 1991
Durata: 56:43
Voto: 3/5
Galahad, nelle leggende inglesi, era quel leggendario cavaliere della tavola rotonda alla corte di re Artù a cui fu concesso di vedere il Santo Graal, la coppa miracolosa piena del sangue di Cristo che, secondo la tradizione, Giuseppe d’Arimatea avrebbe portato sull’isola britannica. Stando alla leggenda originale, lo videro anche i cavalieri Bors e Percival, ma più tardi fu solo Galahad il più nobile tra i cavalieri, colui che si vide toccare il massimo onore possibile secondo le credenze delle leggende medievali. Nei tempi moderni Galahad ha ‘prestato’ il nome a una band inglese appartenente alla seconda ondata del progressive rock, anche se è comparsa sulla scena solo nel 1985, cioè con un certo ritardo, quando formazioni affini come Marillion, IQ, Pendragon, Pallas e Twelfth Night erano già nomi più che affermati.
All’inizio i Galahad, partiti nel 1985, facevano per lo più da gruppo spalla, senza coltivare grandi ambizioni, ma nel 1991, quando uscì il loro esordio »Nothing Is Written«, si erano accorti di non essere in fondo peggiori dei musicisti delle formazioni neoprog più celebrate. Fu allora che passarono definitivamente al professionismo e cominciarono a ‘maturare’ come compositori seri. Nei primi anni di carriera, come si sente chiaramente nella maggior parte dei brani di »Nothing Is Written«, i Galahad avevano un approccio musicale simile a quello delle band neoprog più note citate sopra, con la differenza importante che all’inizio degli anni Novanta avevano aggiornato la tecnologia dei sintetizzatori e la produzione, allontanandola in modo convincente dagli anni Ottanta. La produzione è comunque il lato più debole di »Nothing Is Written«, perché suona piuttosto sottile, e questo si nota soprattutto nel suono dei tamburi di Spencer Luckman, troppo poco dinamico e incisivo.
Inoltre questi grandi fan dei Genesis (quelli classici) hanno sempre coltivato un approccio un filo più duro della maggior parte delle band neoprog: alcune frasi di chitarra firmate Roy Keyworth sconfinavano quasi nell’hard rock, cosa che si sarebbe accentuata ancora di più nei dischi successivi. Il cantante Stuart Nicholson, con il suo timbro, era abbastanza carismatico e diverso dagli altri vocalist neoprog da dare ai Galahad una buona dose di riconoscibilità. Nonostante qualche somiglianza vocale con Fish (ex-Marillion) e Peter Nicholls (IQ), si è impegnato abbastanza da far suonare il suo modo di cantare diverso. Pur trattandosi di musicisti piuttosto dotati e di autori di arrangiamenti interessanti, e pur essendo maturati come compositori di qualità solo gradualmente, fino a oggi sono rimasti una band piuttosto oscura ma di culto, con una base di fan piccola ma fedele.
»Face To The Sun«, un’apertura più che dignitosa per l’album, contiene interessanti abbellimenti ambient che, sulle ali di un’improvvisazione di chitarra brillante e di sottili texture di sintetizzatore, allargano piano piano un’atmosfera enigmatica che avvolge tutto. La voce teatrale di Nicholson alimenta la drammaticità generale, mentre con il primo cambio di tempo arriva una svolta in una sezione piena di temperamento, con passaggi di chitarra taglienti. Keyworth, con le sue improvvisazioni di chitarra, dimostra di essere già allora un chitarrista eccellente, mentre i due tastieristi che hanno partecipato all’album, Mark Andrews e Karl Garrett, erano già agli albori dei Galahad due abili artefici di arrangiamenti sinfonici maestosi.
In »Chamber Of Horrors« si sentono anche alcune linee di basso melodiche firmate Tim Ashton, grazie alle quali la band costruisce una base solida per intrecciare un’atmosfera misteriosa e carica di tensione, in cui il ruolo chiave tocca all’approccio vocale melodrammatico di Nicholson. »Evaporation« è una ballata malinconica in cui Nicholson, sostenuto da raffinati arrangiamenti di pianoforte, si dimostra maestro nel trasmettere emozioni toccanti. »Motherland« è una creatura dinamica, con vivaci sfumature ritmiche, passaggi di chitarra combattivi e texture di sintetizzatore stratificate, mentre Nicholson si trasforma ancora una volta in un ‘narratore’ teatrale e sensibile di storie di critica sociale. Nella parte finale, quando entrano passaggi di chitarra ‘sporchi’, per un attimo la band viene spinta di nuovo verso acque un po’ più dure. »Room 801« suona quasi retrò per l’uso di tappeti di sintetizzatore new wave ed è, in generale, una delle poche tracce dell’album che per pulsazione guarda alla produzione neoprog degli anni Ottanta, mentre il ritornello e l’intreccio melodrammatico ricordano un po’ il classico dei Marillion »He Knows You Know«.
Uno dei momenti più pittoreschi di »Nothing Is Written« è l’epic intriso di atmosfera orientale »Aqaba (A Matter Of Going!)«, dove Keyworth alla chitarra elettrica suona anche qualche scala araba, sostenuto alle tastiere da un maestoso sfondo sinfonico. La battaglia storica tra Saraceni e Crociati per Aqaba, importante città portuale giordana, viene descritta in modo vivido dal canto di Nicholson, mentre il tastierista si fa onore con una generosa offerta di passaggi drammatici di organo e sintetizzatore.
»Bark In D Minor« è un breve strumentale d’organo dal clima sacrale che fa da introduzione al brano »Legacy«. È un altro esempio di brano neoprog classico, in cui i Galahad, in modo intelligente, con texture sinfoniche stratificate, canto teatrale e svolte drammatiche, costruiscono un’atmosfera tesa in cui non ci si annoia mai. »The Atomaton« è una creatura dall’impostazione spiccatamente melodica, in cui i Galahad si divertono perfino con qualche elemento AOR, per cui non sorprende il ritornello commerciale con arrangiamenti raffinati. I Galahad sono sempre stati una delle formazioni neoprog più orientate alla melodia, quindi da questo punto di vista nessuna sorpresa particolare.
»Don’t Lose Control« è una ballata d’amore un po’ ‘sdolcinata’, tutta pianoforte, che starebbe meglio a un gruppo di rock melodico che ai Galahad, anche se offre una splendida proposta di arrangiamenti sinfonici accanto a un’ottima prova vocale di Nicholson. Il titolo di miglior brano dell’album se lo merita invece l’ambizioso epic simfoprog conclusivo, »Richelieu’s Prayer«, in cui hanno steso in modo interessante strati sacrali di organo, creando indirettamente l’atmosfera barocca che si addice all’immagine storica dell’ultima preghiera del famigerato cardinale Richelieu, abile manipolatore e principale cattivo dei racconti di Dumas sui tre moschettieri, anche se il testo del brano, con il suo contenuto pacifista, non ha alcun vero legame con lui. All’introduzione elegiaca, tutta pianoforte, segue una svolta drammatica in una sezione battagliera comandata dalla voce infuriata di Nicholson, mentre le variazioni melodiche di chitarra accanto all’organo sacrale fanno crescere un’atmosfera maestosa. L’inserimento dell’organo da chiesa è stata senza dubbio un’idea brillante e la mossa più innovativa dell’intero album.
I Galahad forse non erano tra i nomi più ambiziosi della scena neoprog britannica, ma con »Nothing Is Written« hanno firmato un esordio solido, tirato giù soprattutto da una produzione debole. Alla band non si poteva proprio rimproverare la mancanza di idee compositive interessanti, anche se »Richelieu’s Prayer«, »Aqaba« e forse anche »Face To The Sun« sono gli unici brani dell’album che per qualità e profondità d’atmosfera spiccavano tra le composizioni solide e nella media di »Nothing Is Written«. In ogni caso i Galahad ebbero abbastanza coraggio da pubblicare il loro esordio in condizioni praticamente impossibili, quando la seconda ondata del progressive rock (britannico) era ormai finita e l’interesse per queste forme musicali era piuttosto basso.
Formazione
Stuart Nicholson – voce
Roy Keyworth – chitarra
Spencer Luckman – batteria
Karl Garrett – tastiere
Mark Andrews – tastiere
Neil Pepper – basso
Tim Ashton – basso
Produzione
Steve Darrell Smith, Neal Smith e Galahad
Tracklist
1. Face To The Sun (7:58)
2. Chamber Of Horrors (5:23)
3. Evaporation (6:37)
4. Motherland (6:58)
5. Room 801 (7:00)
6. Aqaba (A Matter Of Going) (5:33)
7. Bark In D-Minor (0:45)
8. The Automaton (4:33)
9. Don’t Lose Control (5:33)
10. Richelieu’s Prayer (8:23)