Nubi nere di rovina sulla capitale croata! (2010)
Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Boogaloo / Zagabria / Croazia
Data del concerto: 28.09.2010
Presenze: 900
Prezzo del biglietto: 170,00HRK (prevendita) / 190,00HRK (il giorno del concerto)
Ogni volta il pianeta Terra si veste di un nero nero come il carbone, quando comincia a colargli addosso il veleno letale e corrosivo di una rabbia totale, che non sceglie le vittime e insegue un unico, sacro obiettivo. La nascita e la creazione dell’inferno. Il regno di Lucifero è casa loro. La fede è morte e la morte è fede. I capoccia del black metal Dimmu Borgir, nel nuovo tour europeo, con il nuovo – nono – album in studio “Abrahadabra” (Nuclear Blast Records, 2010) sottobraccio, sbarcano nella capitale croata, Zagabria.
Il cielo piangeva e la terra si sfaldava sotto il peso di tutta quella pioggia. Era una giornata nera. La più nera! Nonostante i Dimmu Borgir abbiano accompagnato nella maggior parte dei concerti Enslaved e Sagh, e nonostante i re del black metal abbiano a volte diviso il ruolo di headliner con i para-metallari alla moda Korn, a Zagabria le cose sono andate diversamente. Non molto prima dell’inizio del tour è successo che i Triptykon, la nuova formazione dell’ex capo dei Celtic Frost Tom Warrior, siano subentrati in tre rare date previste per l’esibizione dei Dimmu Borgir senza Enslaved, Sahg e/o Korn. Una di quelle giornate del tour è stata la tappa in Croazia. I Triptykon sono una nuova band che ha appena partorito il suo debutto in studio “Eparistera Daimones” (2010), e la sua promozione da parte del gruppo è più che benvenuta. L’onore speciale di scaldare il palco per l’occasione è toccato agli sloveni Noctiferia, che possono vantare la fresca, settima uscita “Death Culture” (2010).
La giornata non è stata proprio tutta rose e fiori. Il secondo giorno di sciopero del settore pubblico in Slovenia ha avuto un effetto negativo sul passaggio dei mezzi di trasporto attraverso il confine tra Slovenia e Croazia. Naturalmente se ne sono accorte anche le auto private, con i loro ritardi. I Dimmu Borgir, che quel giorno viaggiavano da Milano (Italia), non hanno potuto evitare questa sfortunata situazione. Così si sono beccati due ore di ritardo.
Sono le nove e sul palco ci sono già i Noctiferia. I ragazzi, che nelle loro cellule primordiali black metal hanno inciso, oltre agli estremi del death metal, anche un solido sostegno industrial, hanno deciso di dedicare i minuti a disposizione alla promozione pura e semplice dell’album “Death Culture”. Alle spalle hanno una bella gavetta, esperienza e sicurezza. Con le loro uscite suonano attuali, accattivanti e allargano di continuo il raggio espressivo del loro principio creativo. Ed è questo a tenere la band sempre interessante. Sul palco, ovviamente, lo spazio maggiore se l’è preso il cantante Gianni, che a un certo punto si è trasformato in una macchina inarrestabile quando è passato dietro le percussioni e ha cominciato a tirarne fuori ritmi tribali, che si incastravano alla perfezione nel cuore dell’esibizione. Il suono ha raggiunto un livello di qualità accettabile. Non era l’ideale, perché Gianni non si distingueva abbastanza attraverso il “fruscio” di riff del duo Nardin/Fileš. I Noctiferia hanno lasciato un’impressione di vigore sfrenato, di ribellione, di una visione chiaramente definita e di un’arte riconoscibile, tutta loro, giustificando così il ruolo di prima donna delle correnti estreme del metal in Slovenia.
I Triptykon sono saliti sul palco del tour dei Dimmu Borgir in tutto tre volte. Oltre alla data di Zagabria, avevano suonato il giorno prima a Milano e a questa hanno aggiunto la tappa in Lussemburgo. La figura centrale dei Triptykon è Thomas Fischer Gabriel, ex capo, visionario e motore creativo dei defunti Celtic Frost. Tutto ciò che è rimasto dei Celtic Frost oggi si incarna nei Triptykon. Il debutto in studio “Eparistera Daimones” è il logico proseguimento della visione artistica di Fischer e, in sostanza, il successore dell’album dei Celtic Frost “Monotheist” (2006). Un’apoteosi di dark e doom metal, con occasionali deviazioni verso death e black, e come per i Celtic Frost vale anche per i Triptykon il fatto di essere dei tipi espressivi fuori dagli schemi. Con Fischer è passata nella musica quella nota di avanguardia per cui i Celtic Frost sono sempre stati famosi, anche se nel caso dei Triptykon la parola “diversi” – metal alternativo – calzerebbe meglio. Sul palco non è stato molto diverso. Fischer ha un carisma incredibile. Nei Triptykon ha portato perfino l’incarnazione della maggior parte dell’iconografia dei Celtic Frost. Ci siamo goduti l’atmosfera scura. La figura statica di Fischer, invece, emanava un carisma straordinario, una concentrazione solida e la fede nel sermone musicale della sua nuova formazione. Eppure, appoggiarsi ai Celtic Frost in questo caso è più una maledizione che una benedizione. Ai Triptykon sul palco farebbe un gran bene un po’ più di cinetismo da parte dei protagonisti. Nonostante la grande presenza di Fischer e la sua voce convincente, lo sguardo è finito troppe, troppe volte sulla bassista Vanja. Non solo perché la ragazza è una bella creatura, ma soprattutto per il suo approccio scenico e per quanto si immedesima nel suonare, tanto da mettere quasi in ombra il resto del terzetto maschile. La ragazza era talmente nel suo elemento che durante il concerto le si è spezzata una corda, ma i tecnici l’hanno sistemata in un attimo, con grande professionalità.
Comunque sia, i fan dei Celtic Frost sono stati decisamente serviti. Oltre a presentare il proprio materiale (Goetia, Abyss With My Soul, Synagoga Satanae, The Prolonging, Descendant), hanno reso felici gli amici dei Celtic Frost soprattutto con i classici del debutto “To Mega Therion”, come Circle Of The Tyrants e Necromentical Screams, aggiungendo il vero gioiellino dei Celtic Frost da “Into The Pandemonuim”, Babylon Fell, e coronando il tutto con i brani di “Monotheist” Synagoga Satanae e Winter. Un’aggiunta straordinaria a una serata di concerto che già di per sé (Dimmu Borgir a parte) attirava a Zagabria gli amanti del metal pesante e delle gite da incubo con un tosaerba attraverso il tratto digerente umano. E sono stati ripagati.
Quello che è seguito, però, non sono stati i Dimmu Borgir, bensì due ore di attesa straziante. Il motivo? Il ritardo al confine. La band non c’entrava niente. Ma l’attesa è valsa la pena. Siccome i Dimmu Borgir sono dei perfezionisti scandinavi, in quel lasso di tempo hanno fatto anche il soundcheck prima dell’esibizione. Mi spiego meglio. La band era già al Boogaloo, mentre al confine avevano bloccato il rimorchio con la loro attrezzatura. Così i membri del gruppo, insieme al personale tecnico, si sono ammazzati il tempo firmando autografi ai fan nel club. Con questo atteggiamento si sono più che fatti perdonare l’attesa estenuante e, anzi, si sono guadagnati una dose extra di rispetto. Finalmente scocca la mezzanotte! Le porte si aprono, la massa si riversa nella sala. Un blu scuro, un sacco di nebbia impenetrabile, Xibir! La band attacca, gli stroboscopi cantano, le legioni dell’inferno tornano in vita! Il suono? Forte, fortissimo, dal fracasso ti tremano le mutande. E buono, molto buono! Il pizzicare infernale delle chitarre, calibrato con la dinamica ritmica, i blast. Un’affiatamento incredibile! Quella proverbiale pignoleria scandinava, di cui ancora una volta non potevamo che essere più che grati. La band era in splendida forma sul palco e si è presentata come se il ritardo non ci fosse mai stato. Anche il pubblico ha sentito che i castelli oscuri si levano dall’inferno con tutta la loro veemenza, e così non ha faticato a staccare la spina e a dare un contributo importante all’atmosfera travolgente.
La scenografia ha offerto un ricco travestimento, in linea con l’eredità del nuovo album in studio “Abrahadabra”. La band si è “bagnata” in un’intensa veste coloratissima fatta di diverse combinazioni di luci e riflessi dinamici, che non è venuta meno nemmeno per un attimo nel corso di un’ora e 40 minuti di show. Peccato che nella band non ci sia più Vortex. La formazione si è così aiutata con basi registrate per le voci pulite, maschili e femminili (per esempio in Gateways). I Dimmu Borgir appena rinnovati sono quindi privati del carisma audace di Vortex, ma a rimediare ci pensa con successo, oltre ai principali visionari della band Silenoz e Shagrath, l’ottimo chitarrista Galder, tra l’altro cofondatore degli Old Man’s Child, che nei Dimmu Borgir non potrebbe starci meglio con la sua spavalderia scenica.
I Dimmu Borgir hanno proposto anche una scaletta eccellente. Il pubblico è stato catapultato in aria già nella prima parte dall’unico classico Spellbound (By The Devil) da “Enthrone Darkness Triumphant” (1997). La guerriglia black metal “scafata” ha tenuto l’atmosfera a un livello altamente ipnotico e, allo stesso tempo, ha insaporito il concerto come si deve nei punti più importanti. Soprattutto combinando i classici degli album “Enthrone Darkness Triumphant” e “Puritanical Euphoric Misanthropia” (2001). All’altezza era anche il finale del concerto, che ha regalato pure il suo culmine, quando i Dimmu Borgir si sono lanciati con Progenies of the Great Apocalypse sul classico Mourning Palace e infine Perfection Or Vanity. Ai presenti non hanno lasciato prendere nemmeno un filo di respiro, ma li hanno tenuti magistralmente sotto ipnosi nel loro universo musicale unico, che solo così può vivere la vera creazione da concerto. Perfino i nuovi pezzi dell’album “Abrahadabra”, che non sembra più così ispirato e succoso come, per dire, i primi cinque album dei Dimmu Borgir, hanno rivelato sul palco il loro vero splendore bestiale e si sono incastrati a pennello nel resto del repertorio. Quel marchiare a fuoco, incandescente e senza pietà, da parte della band a Zagabria ha lasciato un’impressione straordinaria, che ha imposto uno stato di estasi per un bel po’ di momenti post-concerto. È stata la prova lampante che i Dimmu Borgir, anche oggi, nel loro campo di genere stanno tra gli esecutori più grandi e importanti. Mantengono l’energia creativa, mantengono la fede nella visione, mantengono la fame di live e, naturalmente, le vele ben spiegate in onore del loro unico capo. Il Dio degli inferi, della tentazione e della rovina: Lucifero. Il concerto ha dimostrato che i Dimmu Borgir, nonostante la formazione rinfrescata, mantengono tutta la loro attualità dal vivo e che anche nel 2010 sono sinonimo di qualità collaudata, che chi va ai loro concerti se la vede ripagare eccome.
foto: Boštjan Kepic
Scaletta
NOCTIFERIA: 1.Intro 2.Terror 3.Delluders And Followers 4.Monarch 5.Democracy 6.Demagog 7.Catarsis 8.Samsara 9.SM 02 DIMMU BORGIR: 1.Xibir 2.Spellbound (By the Devil) 3.The Chosen Legacy 4.IndoctriNation 5.Dimmu Borgir 6.Gateways 7.Chess With the Abyss 8.Born Treacherous 9.A Jewel Traced Through Coal 10.The Blazing Monoliths of Defiance 11.Vredesbyrd 12.The Serpentine Offering 13.Puritania 14.Progenies of the Great Apocalypse 15.Mourning Palace 16.Perfection or Vanity
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