Number the Brave

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Wishbone Ash
Etichetta: MCA Records
Uscita: 1981
Voto: 3.5/5

Nel 1981, poco prima di registrare l’album »Number the Brave«, i maestri inglesi dell’art/hard rock Wishbone Ash si trovarono a un bivio importante della carriera. Dopo »Just Testing« (1980), lodevole ritorno alle radici sonore, la MCA voleva che il leggendario collettivo veleggiasse verso acque un po’ più commerciali e tenesse più in conto le tendenze musicali del momento. Così cominciarono a ragionare seriamente sull’idea di portare in band un cantante solista, mentre il membro fondatore Martin Turner, secondo il piano iniziale, avrebbe fatto solo il bassista. Turner non era d’accordo e alla fine preferì lasciare i Wishbone Ash piuttosto che rinunciare al canto dopo tutti quegli anni e ‘farsi da parte’.

Gli altri membri della band, cioè il chitarrista/cantante Andy Powell, il chitarrista/cantante Laurie Wisefield e il batterista Steve Upton, presero al suo posto l’allora già leggendario John Wetton (ex-Mogul Thrash, Family, Renaissance, King Crimson, Uriah Heep, Roxy Music, UK), che sulle prime sembrava un acquisto davvero enorme e la miglior sostituzione possibile per Turner. Ironia della sorte, alla fine Wetton cantò solo un brano di »Number the Brave«, »That’s All«, anche se ne aveva proposti molti altri, decisamente migliori, scritti all’inizio degli anni Ottanta, tra cui »Here Comes The Feeling«.

Powell e Wisefield se ne infischiarono del invidiabile prestigio prog di Wetton e del suo status da star, e si presero la maggior parte delle parti vocali di »Number the Brave«, mentre i cori come ospite toccarono di nuovo alla cantante Claire Hamill, che nel 1981 accompagnò i Wishbone Ash in tour come membro a pieno titolo (anche se per poco). Un errore, perché »Here Comes The Feeling« e le altre proposte di Wetton diventarono grandi hit quando, un anno dopo, fondò il supergruppo prog/AOR Asia. Curioso che su »Number the Brave« Wetton abbia contribuito anche con qualche texture di synth.

Nonostante alcune scelte compositive discutibili, »Number the Brave« resta nel complesso un album solido. Sul piano della qualità è un po’ discontinuo, visto che ha un avvio piuttosto fiacco, ma più avanti la situazione migliora sensibilmente, mentre la title track, il brano di chiusura e »Open Road« rientrano addirittura tra i migliori risultati dei Wishbone Ash in assoluto. I veterani, temprati da anni di carriera e guidati dal produttore Nigel Gray (noto soprattutto per il lavoro con The Police e Godley & Creme), che collaborò a tutti i loro album di inizio anni Ottanta, un po’ più hard rock, non toccarono granché la loro formula collaudata e di successo, fatta di armonie di chitarra doppie e di melodie epiche, pur variando parecchio lo stile da un pezzo all’altro di »Number the Brave«.

L’opener »Loaded«, fissata su un riff di chitarra blues mentre in sottofondo si sente un coro femminile di qualità ma usato in modo fuori luogo in questo contesto sonoro, ha un ritornello parecchio fastidioso. Nonostante qualche buona improvvisazione chitarristica, a livello di atmosfera il brano non va da nessuna parte. Questo disperato tentativo di suonare moderni risulta piuttosto forzato e non promette nulla di buono per il resto del disco. Anche il boogie/blues rocker stanco »Where Is The Love«, in cui Powell e Wisefield si completano bene alla voce solista e nell’incastro delle armonie di chitarra, è un pezzo noioso per ritmo e atmosfera, nettamente sotto i soliti standard compositivi dei Wishbone Ash.

La cattiva impressione lasciata dai due brani d’apertura si dissolve piano piano con la solidissima ballata »Underground«, il primo pezzo di »Number the Brave« in cui la band torna a sembrare i Wishbone Ash ‘veri’. Ci riesce grazie alle armonie di chitarra malinconiche e alle melodie epiche a più voci, cioè i loro marchi di fabbrica di sempre. Stavolta Powell entusiasma soprattutto alla voce solista, mentre Wisefield sfodera qualche tocco etereo alla slide. Anche »Kicks On The Street«, dove si fondono con successo le due anime tipiche dei Wishbone Ash, quella epico-pastorale e quella bluesy-hard rock, è tutt’altro che da buttare. Ottime armonie vocali sorreggono una melodia vivace, mentre i passaggi di chitarra dal suono epico creano un dramma atmosferico tutto particolare. Anche la sezione ritmica qui lavora a pieno regime: Upton piazza qualche passaggio di batteria da urlo, mentre le linee di basso complesse di Wetton trovano finalmente tutto il loro spazio.

»Open Road«, con la sua atmosfera desertica del (Medio)west americano e dei saloon polverosi da cowboy, è un classico e l’unico brano di »Number the Brave« che ancora oggi finisce volentieri nel repertorio live dei Wishbone Ash, il che dice tutto sulla sua qualità. Powell entusiasma di nuovo nel ruolo di cantante solista, mentre in primo piano c’è un arguto giro di chitarra dal retrogusto blues, che prepara il terreno alle armonie doppie nostalgiche. Di tutti i pezzi dell’album, »Open Road« è quello che ha retto meglio alla prova del tempo. Per di più, nel prosieguo della carriera i Wishbone Ash hanno scritto parecchi brani dalla ricetta sonora simile. »Get Ready« è una cover del cantante americano Smokey Robinson, il che indica una mancanza di idee compositive proprie, ma anche la pressione che la casa discografica esercitava allora perché suonassero il più commerciali possibile e magari centrassero qualche hit. Anche se si tratta di una cover di qualità, con tutte le finezze sonore tipiche dei Wishbone Ash, resta un retrogusto amaro, soprattutto pensando che il tutto avrebbe potuto andare molto diversamente se avessero dato retta alle proposte compositive di Wetton.

Nell’hard rock di »Rainstorm«, dove il tempo lo dettano passaggi di chitarra affilati che già annunciavano la svolta quasi metal dei due album successivi dei Wishbone Ash, alla voce solista c’è Wisefield, che gode di un ricco supporto degli altri due compagni di canto. Nella parte centrale arrivano le tipiche armonie doppie, che ravvivano bene la natura incisiva e senza compromessi del pezzo. »That’s That« è stato, come detto, l’unico brano con Wetton alla voce solista, che ne era anche l’autore. Il suo unico exploit da cantante e compositore, piazzato su un tempo accelerato, non ha niente di speciale, soprattutto se si pensa a quanti pezzi migliori ha scritto per l’omonimo debutto degli Asia. Tra le possenti sventagliate di chitarra non trova neanche molto spazio per le sue pur ottime doti vocali, e in più il brano ha un ritornello anonimo, senza alcun potenziale commerciale.

La solida »Roller Coaster«, con i suoi passaggi bluesy e ottimi contributi vocali, ha un’atmosfera simile, un po’ sonnolenta e nostalgica, a quella di »Open Road«, mentre il duo di chitarre entusiasma ancora con armonie perfettamente sincronizzate che non possono lasciare nessuno indifferente. La sorpresa positiva è la title track di chiusura, una creatura epica sotto la chiara influenza di certi classici dei Wishbone Ash anni Settanta, anche se contiene le texture di synth di Wetton, che appartenevano in tutto e per tutto agli anni Ottanta. In questo contesto sonoro, però, non stonano affatto e anzi rafforzano l’atmosfera maestosa, con linee vocali cantate in modo fenomenale sotto la guida di Powell, mentre le armonie a tre voci stavolta sono davvero una delizia per le orecchie. Questo ottimo brano di chiusura lascia un’ottima impressione e alza il giudizio complessivo sul disco di almeno un gradino, ed è un peccato che nei concerti non se lo ricordino più spesso.

Con »Number the Brave«, un lavoro che pur nella sua natura di transizione è senza dubbio sottovalutato, i Wishbone Ash hanno fatto coraggiosamente il loro ingresso in una nuova fase. L’album nel complesso entusiasma ancora, nonostante qualche momento meno ispirato in cui hanno tentato, senza successo, di svecchiare il loro sound. Wetton, come c’era da aspettarsi, non rimase a lungo nei Wishbone Ash e se ne andò ancora prima dell’inizio del tour di »Number the Brave«, per dare il via alla sua incredibile storia di successo chiamata Asia. Agli altri tre membri, che sotto l’influenza della NWOBHM di allora scelsero una svolta breve e un po’ più metal, non restò che cercare un nuovo bassista, trovato in Trevor Bolder (purtroppo scomparso; Uriah Heep, David Bowie, The Spiders From Mars).

Formazione

Andy Powell – voce, chitarra, voce
Laurie Wisefield – voce, chitarra, slide
John Wetton – voce, basso, tastiere
Steve Upton – batteria

MUSICISTI OSPITI:
Claire Hamill – cori
Gasper Lawal – percussioni

Produzione

Nigel Gray

Tracklist

1. Loaded (4:10)
2. Where Is The Love (3:20)
3. Underground (4:10)
4. Kicks On The Street (4:15)
5. Open Road (5:15)
6. Get Ready (3:15)
7. Rainstorm (4:50)
8. That’s That (3:00)
9. Rollercoaster (3:20)
10. Number The Brave (4:55)

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