Ocean in gran spolvero alla Gala hala (2013)!

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Autore: Rok Klemše, Primož Novak
Foto: Nina Grad
Video: Primož Novak

Luogo: Gala hala, Lubiana
Data del concerto: 11.11.2013
Presenze: 350

La stagione concertistica autunnale è già nel pieno e ci ha regalato una varietà di generi fuori dal comune: abbiamo avuto concerti black, death e thrash metal, e stavolta a Lubiana è arrivato un tour che da queste parti non si ferma proprio spesso. Anche i generi proposti dalle band in cartellone non sono una presenza fissa sui nostri palchi, ma almeno metà delle formazioni salite sul palco della Gala hala ha onorato il proprio ruolo più che bene. A far scattare il concerto di lunedì scorso è stato il nuovo disco degli svizzero-tedeschi The Ocean, ma forse ancora più allettante era la loro band di supporto, i matti jazz/metal norvegesi Shining.

Il concerto è partito con il quartetto francese Hacride, che quest’anno ha pubblicato il nuovo album Back To Where You’ve Never Been, accolto con reazioni miste, ma forse più positive che negative. Dal vivo, però, con gli Hacride non si capiva bene cosa volessero suonare. L’accento era su ritmi groovy, atmosfera e un pizzico di tecnicismo. Un retrogusto un po’ amaro lo lasciava la voce, che sembrava un prolungamento di qualche nu-metaller incazzato anni Novanta, con il solito mix di urla e cantato. Gli Hacride si potrebbero definire nu-metal tecnico, anche se probabilmente l’etichetta nu-metal se la beccano soprattutto per la voce, nonostante questa non andasse a pescare dalle linee hip-hop. Potevano mostrarsi sotto una luce migliore. Dal nuovo album sono state suonate Introversion e Overcome, non proprio la scelta ideale per promuovere un disco più che solido. Poi la band ha pescato dal passato con Perturbed e da lì l’accento è passato sull’atmosfera, con i pezzi dell’album Lazarus. Gli Hacride hanno il senso della tecnica e del groove, ma non nella misura dei Gojira, restando in tema di band francesi. I loro pezzi non hanno abbastanza momenti interessanti da conquistare un pubblico più ampio. Con una scaletta migliore potrebbero dimostrare di più. Il potenziale c’è, ma bisognerà metterci più impegno.

Se per logica la curva della qualità avrebbe dovuto risalire con la band successiva, è rimasta piatta o è addirittura scesa. Sul palco è salita la formazione post rock polacca Tides From Nebula, nome a me del tutto sconosciuto, ma a volte anche agli sconosciuti vale la pena dare più attenzione. Non stavolta. Già l’aspetto dei ragazzi, con i ciuffetti leccati e un look per nulla metallaro (senza che ci sia niente di male), faceva capire che sarebbero state le pecore nere della serata. E l’hanno confermato con le prime note: hanno servito lunghe parti strumentali ripetitive e quindi anche disperatamente noiose, che saranno pure l’essenza del post rock, ma dal vivo è stata una noia mortale. Se nelle band come l’headliner di questa serata le parti più calme e sognanti sono il momento per approfondire l’atmosfera e solo una fetta del tutto, qui tutto quello che hanno offerto i Tides of Nebula è stato un’unica noia sognante. Rompeva anche il chitarrista con i suoi saltellamenti, che starebbero meglio in qualche club urbano hipster.

Alla terza va sempre bene, e che verità è stata questa volta! E stavolta ha trovato conferma anche quel detto dei Monty Python »And Now For Something Completely Different!«, perché sul palco sono saliti gli psicopatici musicali norvegesi Shining. A sentirne parlare non avrei mai creduto che questo polpo musicale d’avanguardia fosse partito come quartetto jazz acustico(!), perché quello che suonano oggi gli Shining è la messa in musica perfetta di una mente schizofrenica diagnosticata. In quello che gli Shining buttano nel frullatore e versano direttamente nell’orecchio medio si sentono pura avanguardia jazz alla John Zorn e gite di free jazz totalmente improvvisate, rock progressivo, musica classica e (black) metal. Gli Shining hanno esplorato fino in fondo questo mix unico sul disco della svolta Blackjazz (2010), mentre One One One, uscito quest’anno, ne è il naturale seguito. Ma niente poteva prepararci a quello che gli Shining hanno combinato alla Gala hala. Già l’attacco con I Won’t Forget è stato puro caos musicale, finito a rotoli nel momento in cui il frontman Jørgen Munkeby si è infilato il sax al collo e ci ha trascinati in una psicosi free jazz estrema, mentre i suoi compagni torturavano i propri strumenti come se li stessero portando in un gulag siberiano – la martellata sui tasti bianchi e neri ha raggiunto dimensioni quasi apocalittiche, e il batterista cambiava stile come niente: una volta menava puri trucchi jazz, poi dal cilindro tirava fuori dei blast beat. Pazzesco. Nella follia totale gli Shining ci hanno portati sul finale con un’interpretazione superba, di undici minuti, di un classico dei King Crimson, 21st Century Shizoid Man. Gli Shining sono stati il vertice assoluto della serata e mi dispiace quasi per i The Ocean, che ogni sera del tour devono sudare sette camicie per raggiungere l’impressione dei predecessori, anche se questi hanno suonato solo tre quarti d’ora. Troppo corto, ma geniale!

Come headliner è salito sul palco un vecchio conoscente dei nostri palchi, il collettivo svizzero-tedesco The Ocean, che in tour presenta il sesto album in studio appena uscito, Pelagial. Fin dalla nascita la band veste i suoi album di un carattere marcatamente concettuale, esplorato fino al midollo. Se su Precambrian hanno toccato la nascita della Terra, e sul doppio Heliocentric/Anthropocentric astronomia e critica del cristianesimo, con Pelagial si avventurano in territori ancora inesplorati del globo – nelle zone più profonde degli oceani. The Ocean hanno suonato Pelagial per intero, facendoci scendere piano piano attraverso le zone di profondità oceanica. In linea con tutto questo c’era anche l’illuminazione blu-verde del palco, che ha rafforzato la nota cupa della musica. The Ocean hanno dimostrato ancora una volta che con la loro sperimentazione e il comporre progressivo sono ancora una delle formazioni »post metal« più uniche in circolazione, e si sono distinti anche con una performance estremamente energica – il batterista Paul Seidel da un set minimalista strappava possenti onde distruttive, mentre il chitarrista Jona Nido con acrobazie chitarristiche »alla Gers« non di rado ha quasi buttato giù tutte le luci dal soffitto. Il solitamente energico vocalist Rossetti stavolta è rimasto più nelle retrovie, ma soprattutto per l’impronta principalmente strumentale del nuovo disco; è comunque emerso nei momenti giusti, ha convinto con una buona prova vocale e ha animato con successo il pubblico (anche se il pubblico era addirittura un filo meno numeroso che durante gli Shining). Il collettivo oceanico in un’ora e un quarto, con ritmi spezzati, strutture insolite e approcci complessi, ci ha portati sul fondo stesso dell’oceano e, se su Heliocentric/Anthropocentric sotto il palco si strappavano i capelli dalla gioia Copernico e Galileo, su Pelagial se li sarebbero strappati Verne e Cousteau. Nonostante un concerto buono, anzi ottimo, anche i The Ocean sono un po’ sbiaditi rispetto ai sublimi Shining. 

Su Hacride ha scritto: Primož Novak

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