Octavarium
Autore: Aleš Podbrežnik
Artista: Dream Theater
Etichetta: Atlantic Records
Uscita: 2005
Voto: 3.5/5
“Octavaruim” è un album rock “progressivo alla Dream Theater” da cima a fondo, ma andarci a cercare “Images And Words” (1992) è una vera sciocchezza! Possiamo ritenerci fortunati che quel rottame indegno del nome della band, “Train Of Thought” (2003), sia ormai passato. I nuovi Dream Theater non vanno più fuori di testa senza meta con assoli ultrasonici sparati a cannonate, ma mettono in fila motivi più compatti: i pezzi hanno un filo rosso, non sono frammentati e da questo punto di vista il disco è coerente. Lo apre The Root Of All Evil, che chiude la trilogia su Mike Portnoy e sugli anni della sua dipendenza dall’alcol (per chi conosce la band più a fondo, i primi due capitoli della trilogia di “Mike l’alcolista” sono The Glass Prison e This Dying Soul). Il pezzo porta con sé una massiccia cortina di distorsione, con drammatiche linee vocali nel pre-ritornello che nel ritornello sfociano in una melodicità sospetta, tipo Ana Lee di “Falling Into Infinity” (1995). Se “Train Of Thought” era un metalleggiare incazzato in cui Rhudes non si riconosceva affatto, sul nuovo disco le tastiere danno un contributo importante al linguaggio dei nuovi Dream Theater. Le sognanti The Answer Lies Within e le un filo più ruvide These Walls (quella usata come pezzo promo, passata nelle radio prima dell’uscita del disco) sono gemelle sia nello stile che nell’atmosfera e smorzano del tutto i toni del disco. Sono delicate e, in generale, sonoramente un insieme raffinato e ben arrotondato, con capo e coda. Sul piano tecnico, per dose di innovazione e spirito esplorativo, però, nessuna delle due ha nulla di speciale. Il solo ritornello di These Walls forse è quello che più di tutti riporta in vita i vecchi tempi “early nineties” della band. Segue I Walk Beside You, sparata in chiave pop rock, che è la prima vera sorpresa del disco. Il riff di chitarra, spinto un po’ sullo sfondo come il ticchettio di un orologio nel pre-ritornello, viene coperto dal basso con un bel contrasto in produzione. Poi arriva un ritornello leggero e ottimo (LaBrie lì è fenomenale), che ti entra nell’orecchio al primo ascolto. Probabilmente piacerà perfino a quelli di voi fissati con gli U2.
Poi arriva il vero schiaffo prog metal con Panic Attack. Un suono di chitarra sporco, ammodernato in stile nu-metal, copre buona parte dello spettro sonoro, e il pezzo ha una dinamica brillante, con quei ritmi spezzati e lavorati con arte, tipici dei “Dream Theater”. In pratica, sul disco si sveglia e si stiracchia a dovere per la prima volta anche il doppio pedale di Portnoy. Ottima svolta d’umore, in una canzone dove i motivi spontanei scorrono fluidi e sono suonati con una virtù incredibile, in una marcia superiore! Una novità è anche l’uso dei sample sonori, o come li vogliamo chiamare? L’uso di “soundscape elettronici”, soprattutto in entrata e in uscita dai pezzi, che prima nei Dream Theater non c’era, è una bella variazione nel linguaggio della band: dopo il mare di note consumate in tutta la carriera, i Dream Theater hanno praticamente un bisogno disperato di una ventata di freschezza, e questa è una delle strade che in questo gli salva perfettamente la pelle. Never Enough è un pezzo altrettanto prog metal fino al midollo, pesante e rotolante, in cui James LaBrie fa un’ottima prova vocale e con il suo straordinario feeling porta nel pezzo il vero dramma. A volte è fastidioso, perché negli assoli fai fatica a distinguere il suono della chitarra di Petrucci da quello del giocattolo di Rhudes, che il tizio stesso chiama “the continuum fingerboard”.
Il disco cresce di qualità da un pezzo all’altro e alla fine tocca il vertice. Sacrified Sons è il brano che richiama di nuovo in vita il “radere al suolo le Torri Gemelle” in mezzo a New York. Sul piano dei testi qui la band perde decisamente in serietà e intelletto, ma i Dream Theater, in fin dei conti, sono solo dei “proud citizens of USA”, quindi per queste puerilità che vendono oggi possiamo solo compatirli. Il pezzo, che all’inizio si sviluppa pigro, è condito con gusto per tutta la durata di orchestrazioni. Poco prima della metà i ragazzi si scatenano e iniziano a smontare pericolosamente la strumentazione. Solo in questo pezzo ci imbattiamo nel classico fuoco incrociato di assoli tra Petrucci e Rhudes. Il brano sarebbe il momento più imponente del disco, se non fosse seguito dall’epica title track di 24 minuti. Un’epica nel vero senso della parola, sia per l’incredibile senso della melodia e i ribaltamenti d’atmosfera, sia per il senso di costruzione di una composizione solida. L’epica si apre in modo scoperto “floydiano”, con la chitarra “glissando” di Petrucci al centro. L’atmosfera iniziale in cui si trova LaBrie è gelida e basta: il ragazzo canta attraverso una serie di effetti stereo chorus echo, a tratti quasi parlando, coperto da colori trascendentali di suoni di chitarra e linee di pianoforte. Il pezzo è Dream Theater a più strati da cima a fondo. Bravuroso sotto ogni aspetto. Come ho detto. Per l’eccezionale fusione di motivi compatti, melodie ben condite e umori di mille colori che passano l’uno nell’altro senza il minimo intoppo. I ragazzi non allentano mai il pezzo con qualche assolo tirato per le lunghe da “battibecco malato” e così non gli tolgono consistenza. Mamma mia! E hanno aggiunto pure il flauto. Qui i ragazzi, sorprendentemente, hanno lasciato spazio in primo piano anche a John Myung, il cui basso, più o meno a metà del pezzo, comincia a ronzare e a sferragliare lungo tutta la canzone.
I pezzi sono vari. Stavolta non si può parlare di un focus stilistico chiaro e solido della band. Il lato positivo è che i Dream Theater hanno sfornato un album di una maturità eccezionale, che l’integrazione di Rhudes nella band ha finalmente portato in qualche modo i frutti giusti, perché stavolta il ragazzo ha uno dei ruoli integrali nel suono dei Dream Theater, che Petrucci finalmente non si fa più i suoi assoli per conto suo e la sua chitarra sta nel linguaggio della band in modo costruttivo e finalmente alla pari, che Portnoy è nella norma, meno sul doppio pedale rispetto al passato e più su piatti e tom di passaggio, e che James LaBrie, come già detto, dopo il crimine che ha commesso su “Train Of Thought”, brucia con la voce come non faceva da un pezzo. Insomma, ai Dream Theater è finalmente riuscito di tirare fuori la giusta combinazione di tutto. Un bel puzzle di melodie da ascoltare, di umori variopinti e convincenti, senza sfoghi solistici pretenziosi, per cui il disco porta il giusto “feel” e convince. I Dream Theater stanno quindi piano piano diventando maturi e raffinati, cosa che di solito si insedia nello spirito di una band solo con gli anni. Tutto questo mantiene i Dream Theater come una delle figure centrali sulla scena progressive rock di oggi nel mondo della musica.
Formazione
James LaBrie – voce
Mike Portnoy – batteria, cori, percussioni
John Petrucci – chitarra, cori
John Myung – basso
Jordan Rudess – tastiere, “continuum”, “lap steel guitar”
Produzione
John Petrucci & Mike Portnoy
Tracklist
1.The Root Of All Evil (8:07)
2.The Answer Lies Within (5:26)
3.These Walls (6:59)
4.I Walk Beside You (4:29)
5.Panic Attack (7:16)
6.Never Enough (6:33)
7.Sacrificed Sons (10:42)
8.Octavarium (24:00)
Durata dell’album: 75:46