Ommadawn

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Artista: Oldfield, Mike
Etichetta: Virgin Records
Uscita: 1975
Durata: 36:39
Voto: 5/5

Ommadawn è uscito un anno dopo Hergest Ridge. Mike Oldfield aveva imparato parecchio dall’esperienza dei primi due album, e in questo si sente già un bel salto di maturità. Ha preso la varietà di arrangiamenti e di scrittura di Tubular Bells e l’ha fusa con la bellezza sognante di Hergest Ridge. Dopo Tubular Bells avrebbe potuto adagiarsi tranquillamente sugli allori e sfornare musica simile, ma la musa di Oldfield aveva altri piani. Ad ogni disco gli suggeriva idee diverse, e anche Ommadawn è un lavoro straordinariamente originale. È un concentrato dei migliori ingredienti di questo compositore – brani stratificati, arrangiamenti classici fluidi, sentimentalismo folk, potenza rock e, soprattutto, un senso straordinario per la presentazione estetica delle sue creazioni da maestro.

La prima parte parte con un’arpa meravigliosa e voci femminili sullo sfondo, poi si uniscono via via gli altri strumenti. Oldfield riprende ancora una volta la melodia d’apertura con la chitarra classica. Segue una sezione dominata da tastiere e mandolini. Flauti dolci e ottoni creano un’atmosfera pazzesca che sfocia nell’euforia quando entra anche la chitarra. Questo è uno dei passaggi più vari, perché le melodie si alternano a velocità incredibile. Poi arriva una parte più folk, con flauti e chitarre in primo piano e, a un certo punto, anche il pianoforte. È senza dubbio uno dei momenti più sentimentali del disco e uno dei miei preferiti. Più avanti l’arpa rimette un po’ tutto in calma, ma quando partono le chitarre elettriche l’aria si ricarica di nuovo. Poi la melodia d’apertura torna alla chitarra elettrica. Subito dopo arriva una sezione in cui si sente per la prima volta l’influenza della "world" music su Oldfield: ai flauti si aggiungono tamburi africani e voci cantate in modo simile a tanta musica etnica africana. Quando entra anche il vibrafono, il tutto suona perfino un po’ come la musica che si suona a Tahiti. È una delle sezioni più lunghe, con vari strumenti che si alternano nel ruolo di protagonista, anche se in generale in primo piano c’è la chitarra elettrica. Per tutto il tempo, sullo sfondo, si sentono delicate voci afro-celtiche. Quando la chitarra elettrica si spegne piano piano, i tamburi africani portano gradualmente il brano alla fine.

La seconda parte ha una lunga introduzione in cui tastiere e varie chitarre creano un’atmosfera nebbiosa e assonnata, che lascia presagire qualcosa di grandioso. Oldfield fa il solista alla chitarra classica per tutto il tempo. Piano piano tastiere e chitarre elettriche si spengono e resta solo il suono di una chitarra acustica solitaria. Sullo sfondo c’è solo un’arpa appena percettibile. Dopo un po’ si aggiunge la cornamusa, che evoca un’idillio semplice. Non è che questo strumento mi faccia impazzire, ma Oldfield sa usarlo nel modo giusto. I flauti ci portano in una nuova sezione, via via si uniscono gli altri strumenti, finché un assolo fenomenale di chitarra elettrica ci conduce al culmine assoluto.

Alla fine resta solo una dolcissima canzoncina folk intitolata On Horseback, in cui Oldfield si è cimentato per la prima volta con una scrittura pop più convenzionale. Il pezzo è davvero carino e riuscito (soprattutto quando entra il coro di bambini), ma per me l’album si chiudeva con la seconda parte, e questo rovina un po’ l’effetto. Si diceva anche che a convincerlo a infilare On Horseback nel disco fossero stati in qualche modo certi pezzi grossi del settore.

In questo album Oldfield dimostra di essere un virtuoso soprattutto della chitarra. Anche gli altri strumenti non sono trascurati, ma è con la chitarra che dà il meglio. Anche il suono della chitarra elettrica è un suo marchio inconfondibile: la suona come se suonasse una chitarra acustica o classica. In questo disco la chitarra è senza dubbio l’elemento più importante, ma la bellezza sta soprattutto nella scelta giusta degli strumenti al momento giusto. Vibrafono, ottoni, flauti, voci, tastiere, cornamusa o altri strumenti entrano sempre quando serve.

Per me l’album rientra senza dubbio tra i classici. Si potrebbe dire che Oldfield abbia inventato un nuovo genere – il folk rock sinfonico. Le melodie a volte sono folk, a volte rock, a volte hanno un tocco più classico, mentre gli arrangiamenti sono sempre come nella musica classica – molto vari e piuttosto complessi, niente ritornelli, le melodie ogni tanto tornano, sì, ma vengono sempre presentate con strumenti diversi. Ommadawn, ancora più di Hergest Ridge, è uno degli album più romantici ed estetici al mondo. È un disco che mi colpisce sempre dritto al cuore e non mi lascia mai indifferente. Devo sempre ascoltarlo con la massima concentrazione, perché solo così l’opera ottiene il suo vero effetto. Uno dei miei album preferiti e per me il culmine della carriera di Oldfield.

Formazione

Mike Oldfield, arpa, chitarre elettriche, bassi elettrici e acustici, chitarre acustiche a 12 corde & classiche, bodhran, bouzouki, banjo, spinetta, pianoforte da concerto, organo elettrico, sintetizzatore, campanelli, percussioni, voce
Herbie: cornamusa
Leslie Penning: flauti dolci
Terry Oldfield: flauti
Pierre Moerlen: timpani
David Strange: violoncello
Don Blakeson, tromba
Willliam Murray: percussioni
Julian Hahula, Ernest Mothle, Lucky Ranku, Eddie Tatane: tamburi africani
Clodagh Simmonds, Bridget St. John, Sally Oldfield, The Penrhos Kids: voci

Produzione

Mike Oldfield

Tracklist

1. Ommadawn Part 1 — 19:19
2. Ommadawn Part 2 — 13:55
3. On Horseback — 3:25

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