Opiate

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Autore: Sandi Sadar Šoba

Artista: Tool
Etichetta: ZOO entertainment / Volcano Records / BMG Music
Uscita: 1992
Voto: 4.7/5

 Cos’aveva da offrire il mercato americano all’inizio degli anni Novanta, a parte il grunge e un metal intriso di metrica nu-metal e di vocalist alla Pantera? Non che non mi piacesse niente di tutto ciò, ma grazie agli dèi del pantheon più alto, nel 1992 Los Angeles si beccò la prima dose di musica apocalittica, con radici nella sperimentazione progressiva del rock, che osò irrompere sui palchi in modo crudo e grezzo, e il fenomeno rispondeva al nome di Tool. In realtà il loro più grande traguardo è già solo questo: aver portato nelle nostre case un’oscurità che strizza l’occhio all’underground metal dentro i confini dell’art rock, impregnato del suono del post-thrash metal, in un modo che dà fastidio a pochissimi. I Metallica scrivevano pezzi in più parti e a più strati come se fossero compositori, cercando però con tutte le forze di restare più vicini alle masse. I Tool no. Sono finiti dentro la ritmica fluida della tensione artistica e bohémien dei Jane’s Addiction, mantenendo però il legame con la visione cupa, spietata e messa a nudo di grindcore, death metal e thrash (per esempio nell’attacco frontale di ‘Part Of Me’, di cui non si vergognerebbe nessuna thrash metal band della vecchia scuola). Anche nelle loro influenze post-punk volevano suonare con l’estetica d’urto dell’anti-canzone del rock progressivo, dove si passa in un lampo da lunghe intro strumentali elaborate nei minimi dettagli a significati dichiarati, pseudo-profondi e inventati dei loro brani. Opiate è il primo chiodo con cui regolano i conti con la società, spazio di critica perenne e di marcia genia.
 

https://www.youtube.com/watch?v=EF_WKwbueG8

La grezzezza della produzione dipende soprattutto dal fatto che stavolta, per testare il clima sulla scena, hanno servito un EP. Un dischetto che convince con sei pezzi che picchiano. Di questi, in due si sente davvero che anche dal vivo non hanno nessuna intenzione di buttarla sulla superficialità né di fare i seduttori tiepidi col pubblico a colpi di frasi vuote di eterno affetto e suppliche di essere accolti. Un’accoglienza che, se uno ha anche solo un po’ di buon senso, un pizzico di cinismo, di ironia e un minimo di istinto autocritico nel valutare lo stato del mondo, è del tutto scontata. La voce inconfondibile di Maynard non è mai suonata così diretta e organica, davvero come se ti cantasse nello scantinato del tuo palazzo o della tua casa, come si sente già dal primo pezzo, ‘Sweat’. La vivacità giocosa del brano quasi funkeggiante ‘Hush’, in cui se la prendono con lo schematismo piccolo-borghese dei conformisti incasellati dal sistema. Il dito medio è alzato così in alto che è impossibile non vederlo. Qualsiasi censura non fa che eccitarli. La vera chicca sono proprio le due registrazioni live, che fanno di questo disco qualcosa di speciale. I Tool, infatti, non hanno ancora un album live ufficiale, anche se è proprio dal vivo che sanno convincerci meglio che a ignorarli ci perdiamo solo noi. ‘Cold And Ugly’ scivola dall’aggressivo martellamento in texture morbide, quelle che rendono il suono tooliano così erotico, attraente e invitante – passando per ‘Jerk-Off’ fino al gran finale con la title track ‘Opiate’, che per contenuto attingeva alla critica marxiana delle religioni organizzate come oppio dei popoli, che acceca, paralizza la libera volontà dell’uomo e il desiderio di ribellione, quando questa è – giustificata e assolutamente necessaria. Ah, e un’ultima cosa: dopo l’ultimo pezzo c’è nascosta una traccia dal sapore molto alla Doors, che può essere stata ispirata solo da qualche splendida sostanza chimica o da una droga sperimentale. I Tool diventano messia, araldi del vangelo della liberazione dell’uomo e raffinati satirici di chi non riesce a vedere i propri errori. Lo strumento per costruirti la tua filosofia personale di autosalvezza è stato offerto. La sfida è lanciata. Ma non aspettarti stampelle né la tua salvezza servita come bevanda istantanea. Questo i Tool, per principio, non te lo offrirebbero mai.

 

https://www.youtube.com/watch?v=wwIAMfF0jvw

Un disco splendido che, vista la durata ridotta, non possiamo chiamare album vero e proprio. Ma è davvero attraente e, lo ripeto, non abbiamo mai più avuto un ‘corso accelerato’ così diretto nelle sfere dell’universo Tool. Un boccone obbligato per ogni fan dei Tool o per chi non digerisce i pezzi tooliani chilometrici e le escursioni in strumentali da dieci minuti che sfiorano la sinfonia.

Formazione

Danny Carey – batteria
Adam Jones – chitarra
Paul d’Amour – basso
Maynard James Keenan – voce

Produzione

Sylvia Massy, Steve Hangsen & Tool

Tracklist

1. Sweat (3:47)
2. Hush (2:48)
3. Part Of Me (3:17)
4. Cold And Ugly (LIVE) (4:10)
5. Jerk-Off (LIVE) (4:22)
6. Opiate (5:22)

DURATA DELL’ALBUM: 26:55

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