Undertow
Autore: Sandi Sadar Šoba
Artista: Tool
Etichetta: ZOO entertainment / Volcano Records / BMG Music
Uscita: 1993
Voto: 4.8/5
Mentre il grunge raggiungeva il punto di ebollizione e in radio si sentiva un punk addomesticato, ammorbidito per andare incontro ai gusti più miti delle emittenti, i Tool hanno pubblicato il loro album Undertow, che in un colpo solo fa risalire le quotazioni del metal come genere musicale: stavolta, finalmente, aveva davvero qualcosa da dire, e non soltanto frasi fatte ormai logore e un’iconografia ingenua. Mentre salivano verso il successo commerciale ci hanno aggredito con visual inquietanti, messe lì apposta per completare quell’atmosfera nichilista, ma al tempo stesso carica di passione e struggimento. Attingendo in egual misura dai Black Sabbath, dalle teorie alternative della scienza e dalle religioni e credenze orientali, il loro attacco sonoro non scende a compromessi. Provocatori, enigmatici, offensivi e dannatamente magnetici. Con il primo lavoro dopo il disco Opiate, i Tool hanno posato le fondamenta per il loro vagare lungo le faglie tettoniche del nostro subconscio, dove si infilano piano piano ma con ostinazione, e dove restano per sempre. La Los Angeles dei primi anni Novanta, oltre ai colori caleidoscopici e abbaglianti dell’industria dei sogni hollywoodiani, si è beccata un dito medio e una critica spudorata al sistema, serviti da sciamani post-grunge, art-prog-alter-metal che già dal nome annunciano la liberazione da tutte le catene del sistema terreno.
https://www.youtube.com/watch?v=63Bl5KiD90A
Rispetto al resto della discografia in studio dei Tool, l’album è piuttosto crudo. Già dall’opener ‘Intolerance’ è chiaro che non hanno intenzione di risparmiare nessuno. La linea di chitarra è urlata, piena di feedback, mentre basso e batteria costruiscono un blocco di ritmo devastante, in cui sono murate le voci di Maynard, a tratti fragili ma irresistibili. Il senso del ritmo e della melodia è il filo rosso che regge tutto, costruendo una suspense che va dai riff d’apertura fino al cataclisma finale nel rumore statico. ‘Prison Sex’, seconda in scaletta, fa i conti con la pedofilia: nonostante un groove piacevole che ti fa venire voglia di ballare, ti costringe ad ascoltare i testi, e poi, con la rottura della melodia nella seconda parte del pezzo, precipitiamo in uno stato di orrore e terrore che serpeggia organico per tutto il resto del disco. ‘Bottom’, per la quale hanno coinvolto anche il leggendario Henry Rollins, è un recital di sette minuti e una maratona intensa: nelle varie edizioni dell’album esistono addirittura due versioni diverse del testo parlato con cui il signor Rollins ci invita a svegliarci.
https://www.youtube.com/watch?v=hglVqACd1C8
Il tratto distintivo che emanano è una pienezza filosofica, condita dalla complessità di schemi ritmici sofisticati. Pretendono attenzione. La urlano in faccia e ti inchiodano alla sedia, o a qualsiasi posto tu li stia ascoltando. L’artista, col suo sanguinare e la sua intensità implacabile, chiede un sacrificio a chi ascolta. Chi accoglie la filosofia a braccia aperte può diventare il nuovo messaggero di un vangelo lacrimoso. La sequenza non si interrompe. Lo scopo è raggiunto. Si può solo ammettere la sconfitta, e il risultato finale è chiaro. L’abbraccio spietato dell’oscurità infernale è presente già qui e ora. Non serve aspettare l’aldilà. Il grottesco e lo shock sono qui per uno scopo, non fine a sé stessi come mezzo e obiettivo. Nessun vuoto fine a sé stesso. Solo concretezza, ed è questo che rende i Tool fenomenali e, si potrebbe dire, tra quelli che con la loro presenza sono l’antipode elementare del vuoto pneumatico della stragrande maggioranza di piagnoni dal suono vacuo, che frignano per amori non ascoltati, portatori di docilità svogliata, zombie senz’anima e senza cervello, malinconici mai appagati che lasciano la vita scorrere nel nulla, e di tutti quelli che esistono solo a metà, senza senso. L’ultima traccia, ‘Disgustipated’, è una presa in giro spudorata delle religioni organizzate e della loro incapacità di seguire l’idea originaria, la pura essenza, il fondamento. Con perfezione tecnica, complessità musicale e una stratificazione aggressiva, Undertow non ha solo aperto la strada a tantissime band che morivano dalla voglia di fuggire dalla demografia adolescenziale mainstream, centrata sui centri commerciali, ma ha anche fornito la prova empirica che il metal può essere intelligente, emotivo e brutale allo stesso tempo.
Formazione
Danny Carey – batteria
Paul d’Amour – basso
Maynard James Keenan – voce
Adam Jones – chitarra
Produzione
Sylvia Massy & Tool
Tracklist
1. Intolerance (4:54)
2. Prison Sex (4:56)
3. Sober (5:06)
4. Bottom (7:13)
5. Crawl Away (5:29)
6. Swamp Song (5:31)
7. Undertow (5:21)
8. 40 (6:02)
9. Flood (7:45)
10. Disgustipated (15:47)
DURATA DELL’ALBUM: 52:31