Pathfinder

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Beggars Opera
Etichetta: Vertigo Records
Uscita: 1972
Durata: 37:53
Voto: 4/5

Gli scozzesi Beggars Opera, alfieri del symphonic prog, erano una di quelle band oscure ma dal talento enorme che avevano firmato per la Vertigo Records, nota paladina della musica sperimentale, ma a cui semplicemente non era destino andare oltre lo status di culto, con il grande rispetto della maggior parte dei buongustai del prog. A differenza di altre band affini, come Cressida, Cirkus, Fantasy e Spring, i Beggars Opera, tra un cambio di formazione e l’altro, in qualche modo sono riusciti a tirare avanti fino all’inizio degli anni Ottanta. Nei primi anni di carriera hanno pubblicato tre album in studio con lo straordinario cantante Martin Griffiths, di cui ancora oggi possono andare fieri, visto che reggono il confronto con alcuni dei risultati più impressionanti di maestri del progressive rock molto più famosi.

Il terzo di questi album giovanili, ma fondamentali per la loro carriera, è stato »Pathfinder«, uscito nel 1972, proprio quando sembrava che la fortuna iniziasse piano piano a sorridere ai Beggars Opera e che potessero entrare nella “serie A”, come era riuscito ai loro ex compagni di scuderia Vertigo Records, gli Uriah Heep. Il disco precedente, »Waters Of Change« (1971), grazie anche al singolo di successo »Time Machine«, aveva infatti trovato una risposta entusiasta tra i fan tedeschi. Mentre il pubblico di casa (viziato) e la critica britannica non si erano mostrati troppo entusiasti della loro musica, in Germania la risposta era stata molto meglio di quanto ci si aspettasse.

»Pathfinder« avrebbe dovuto essere quel terzo album chiave, capace di portare la squadra di Glasgow, giovane e ambiziosa, al grande salto verso una scena musicale più ampia, ma le cose non sono andate così, anche per colpa di un management decisamente incompetente. Paragonare i Beggars Opera ad altre band simili è un lavoro davvero ingrato, ma i paralleli sonori più vicini si trovano forse negli Uriah Heep degli esordi e anche nei Jethro Tull. La voce di Griffiths ricorda un po’ David Byron, i capolavori all’organo di Alan Park sono di altissimo livello e paragonabili a quanto faceva negli Uriah Heep Ken Hensley, il chitarrista e fondatore della band Ricky Gardner (che più tardi avrebbe collaborato con David Bowie sull’album »Low«, 1977), come Mick Box, usava un sacco l’effetto wah-wah, mentre i Beggars Opera coltivavano anche ottime armonie vocali.

La band era completata da una sezione ritmica dinamica, formata su »Pathfinder« dal bassista Gordon Sellar e dal batterista Raymond Wilson. Allo stesso tempo, i Beggars Opera erano dei veri maestri nel creare sfumature ambientali stratificate, in cui un ruolo importante lo giocava sempre un melos celtico infallibile e inebriante. I testi di »Pathfinder« erano piuttosto interessanti: contenevano una satira sociale sui senzatetto (»Hobo«), una critica alla Chiesa e all’Inquisizione (»The Witch«) e al disprezzo per le proprie tradizioni e per la natura a vantaggio del profitto (»From Shark To Haggis«).

Che band meravigliosa fossero i Beggars Opera all’apice delle loro forze creative lo dimostra l’apripista »Hobo«, un asso del symphonic prog con il suo strato massiccio di organi Hammond e l’approccio vocale teatrale di Griffiths, che, combinato con sfumature ritmiche dal sapore jazz, crea un’atmosfera di tristezza indescrivibile. Il testo di denuncia sociale si ispira almeno in parte al classico dei Jethro Tull »Aqualung«: parla di un vecchio mendicante che, anche dopo la morte, l’ambiente intorno, apatico e che gli passa accanto al cadavere, non riesce (o non vuole) identificare.

La maestria dei Beggars Opera nel creare pompa melodrammatica esplode nell’ottimo epico sinfonico »MacArthur Park«, il pezzo più interessante dell’album, dove, tra arrangiamenti possenti dalle tinte di mellotron, riescono a creare un’atmosfera indimenticabile e straordinariamente nostalgica. Qui non si tratta di un brano originale, ma di un’adattamento splendido di una canzone scritta nel 1966 da Jimmy Webb, mentre a farne un singolo di successo è stato il leggendario attore e cantante irlandese Richard Harris. Esiste anche la versione di »MacArthur Park« cantata nel 1978 dalla diva della disco Donna Summer. La voce di Griffiths ribolle di emozioni fortissime mentre canta un testo su un inizio (apparentemente) ideale e sul tragico disfacimento di una storia d’amore iniziata a MacArthur Park. Peccato che nessun altro pezzo di »Pathfinder« raggiunga una simile profondità d’atmosfera, anche se sull’album non c’è nemmeno una brutta canzone.

»The Witch«, una critica caustica alla caccia alle streghe medievale, è una creazione piuttosto cupa, con strati massicci di organi Hammond, passaggi di chitarra crudi e stacchi di batteria senza compromessi. Il clima drammatico, tra tanti meandri ritmici interessanti, cresce di secondo in secondo. L’unico difetto di questo pezzo tutto sommato incisivo è forse il ritornello un po’ ripetitivo, che arriva solo nella parte finale ma si “trascina” fino alla fine. Di tutti i brani dell’album è proprio la title track a ricordare di più i primi Uriah Heep, perché tra i capolavori all’organo di Park prendono il sopravvento potenti armonie vocali e robusti passaggi di chitarra con uso regolare del wah-wah.

»From Shark To Haggis« è un brano dalle mille atmosfere diverse. Si apre con un tempo lento e un’aria cupa, poi passa a un clima scanzonato, in linea con il testo su un celebre cravattaro egoista e speculatore (la metafora dello “squalo”) che riscopre il “bambino che è in lui” e vive un cambiamento personale dopo essere tornato, dopo tanti anni, nella campagna scozzese (l’haggis è il piatto nazionale scozzese). I Beggars Opera, da veri scozzesi, nella seconda metà del pezzo usano anche le cornamuse, che rendono ancora più vivace il finale dal battito folk.

Lo strumentale »Stretcher«, molto bello, contiene arrangiamenti drammatici di pianoforte e passaggi epici e struggenti di slide guitar, che ogni tanto ricordano perfino, in modo vago, una versione “primitiva” dei leggendari Queen. »Madame Doubtfire« è un’altra canzone sulle streghe, con arrangiamenti epici e armonie vocali drammatiche, dove si distingue in particolare il cantante sempre teatrale e carismatico Griffiths. Solo il finale, troppo lungo e condito di burlesque, suona un po’ dozzinale e tirato per le lunghe, perché contiene risate folli e suoni cacofonici; il tutto sembra uscito da un film horror con Vincent Price protagonista.

»Pathfinder« è stato l’ultimo album classico firmato dagli alfieri scozzesi del symphonic prog di culto, che sono diventati una di quelle sfortunate band con un talento fuori dal comune e una grande fiamma artistica a cui semplicemente non è stato concesso di sfondare sulla scena più ampia. »Pathfinder« non era certo ambizioso come l’ottimo predecessore »Waters Of Change«, ma conteneva comunque qualche creazione brillante, con in testa l’indimenticabile evergreen »MacArthur Park«, che è sicuramente una delle migliori cover mai fatte da una band progrock. Purtroppo, però, dopo l’inaspettato addio di Griffiths è andato tutto in discesa e, anche se fino alla fine degli anni Settanta hanno pubblicato ancora qualche disco, non si sono mai più ripresi.

Formazione

Martin Griffiths – voce
Alan Park – tastiere
Ricky Gardiner – chitarra e cori
Gordon Sellar – basso, chitarra acustica e cori
Raymond Wilson – batteria

Produzione

Beggars Opera

Tracklist

1. Hobo (4:40)
2. MacArthur Park (8:20)
3. The Witch (5:26)
4. Pathfinder (3:44)
5. From Shark to Haggis (6:38)
6. Stretcher (4:50)
7. Madame Doubtfire (4:15)

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