Paul Gilbert – Più che le chitarre, guardati da questo meraviglioso genio!
Luogo: Lubiana / Orto bar / Slovenia
Data: lunedì, 07.10.2019
Paul Gilbert è tornato all’Orto bar. Più di dieci anni fa aveva suonato nella sala più piccola (quella di sopra) di questo stimatissimo club, e allora dentro si erano ritrovate un centinaio di persone. Del resto, allora la reunion dei Mr. Big era dietro l’angolo: dopo il 2009 portano avanti l’attività anche quest’anno, e ce la siamo goduta anche con il loro primo show a Lubiana, quando il 01.08.2018 hanno finalmente suonato pure al CUK Kino Šiška. Paul Gilbert, intanto, sforna di continuo anche ottimi nuovi lavori solisti in studio. Quest’anno, per esempio, è uscito il nuovo, splendido «Behold Electric Guitar» – recensione di RockLine QUI, che ha avuto la sua presentazione in grande stile, di nuovo anche in Slovenia.
Alle nove e venti di sera, tra la folla dei presenti, una figura è avanzata a fatica verso il palco: un tipo con la testa più in alto di tutti gli altri. A tradire questo omone tarchiato è stato, alla fine, il profilo del viso, con quel naso aguzzo inconfondibile. Paul Gilbert in carne, testa e barba. Con lui tre ottimi musicisti, gli stessi con cui ha registrato il nuovo album: il rodatissimo bassista Roland Guerin di New Orleans, che in questi giorni pubblica il suo nuovo album solista in studio «Grass Roots», poi l’eccellente Asher Fulero alle tastiere e il batterista Bill Ray.
Niente di quelle cuffie giganti in cui infilare gli ear monitor, ma occhialetti da professore di fisica e una camicia sgargiante che gli invidierebbero perfino i membri degli Šukar. Ci aspettava, insomma, un’avventura di due ore piene piene nell’universo musicale unico di un genio della chitarra, nella regia e nella sceneggiatura di un ragno ultrasonico della sei corde. Quella sera c’erano forse 300 persone, anzi diciamo meglio un po’ più di 200. Un sacco di gente da fuori. Grazie a dio, sono loro a salvare la serata. In pratica, di facce note ne incontri solo qualche chitarrista delle band slovene e forse tre “smarriti” “geek” del prog, che stranamente, da fan dei collage “morbidi” di Riverside, Flying Colors, Spock’s Beard, Marillion e compagnia…, trovano più punti in comune con un concerto di Paul Gilbert di quanti ne abbia trovati, a metà giugno nello stesso posto (stavolta, per cambiare, pieno zeppo), la scena slovena che era venuta ad ascoltare chitarre altrettanto estremamente veloci, quelle dei Death Angel. Il pubblico sloveno a un concerto di The Aristocrats o Freak Kitchen sarebbe stato quindi identico a quello visto per Gilbert. Triste e prevedibile, insomma.
I presenti hanno seguito perlopiù tranquilli lo show del grande Gilbert, sicuramente uno dei chitarristi più insoliti, acuti, tecnicamente rifiniti e veloci del pianeta della sua generazione. Con gli anni Gilbert non è cambiato granché. È rimasto, e rimane, un grande burlone. Ha accompagnato tutti i brani del nuovo album «Behold Electric Guitar» con storie curiose, condite con una montagna di humour nero e aneddoti personali. Di sicuro le due che sono rimaste più impresse sono quelle dietro ai nuovi Everyhwere That Mary Went (Gilbert ha raccontato per scherzo di aver trovato l’ispirazione nella voglia di vendicarsi del suo professore di musica) e Sir, You Need To Calm Down (nata da un episodio in aeroporto, dove Gilbert ha infilato come un «biscotto» la frase di Dancing Days (Led Zeppelin), che gli era venuta in mente mentre componeva il pezzo). Il simpatico e incredibilmente contagioso Gilbert quella sera suonava parecchio raffreddato, tanto che la sua voce aveva un timbro basso e roco. Ha sfruttato con abilità e mestiere anche il suo stato di salute, prendendosi in giro pure su quel fronte. Ma al di là di tutti questi racconti divertenti su come sono nati i brani del nuovo album, quello che conta, ovviamente, è l’esecuzione.
Gilbert, detto senza falsa modestia, ha brillato ancora una volta in tutto il suo splendore, con la raffinatezza tecnica di un virtuoso unico nel suo genere, a cui la dinamite durante l’esibizione non manca proprio mai. Immagina il tuo bambino di cinque anni che si scatena nella sabbiera. Ecco, è così quando metti una chitarra in mano a Gilbert. Sul palco Gilbert diventa un gran bambinone, si gode da matti il fatto di poter suonare la sua musica e di divertire sé stesso e la folla che lo segue. Anche stavolta accanto a sé ha incredibili virtuosi, che hanno costruito lo sfondo di classiche trappole sonore e completato il dribbling solistico sperimentale di Gilbert con un’esecuzione sfrenata delle grandi abilità che questi furbi virtuosi maneggiano. Che piacere guardare come il quartetto si percepisce a vicenda sul palco mentre suona e come comunica, tutti questi contatti…. Anche se Gilbert con la sua scapigliatura, davvero inarrestabile, crea la sensazione di un’evoluzione spontanea degli eventi (parliamo solo di una sensazione occasionale), è incredibile con quanta destrezza i musicisti lo rincorrono e gli aprono di continuo, con classe, spazi sempre nuovi per le sue bravate soliste. Di certo Gilbert ha lasciato spazio anche a loro per sfogarsi, e a coglierlo più spesso è stato Fulero con le due tastiere Nord.
Gilbert suona con una leggerezza da piuma. Trasmette una scioltezza incredibile. Dosa il suo gioco con una borsa piena di smorfie buffe e divertenti, che nella loro malizia accendono e rafforzano il teatro del palco, e allo stesso tempo ne amplificano la natura dei messaggi dei brani originali. Tra questi occupa un posto speciale A Herd Of Turtles, dove Gilbert si è calato nel ruolo del narratore (per fortuna non del cantante), cosa che ha ricordato per un attimo il trucco dei The Police in Be My Girl, Sally.
Ma non è finita. Come da copione, in apertura ha suonato subito uno dei due brani dei Mr. Big eseguiti quella sera (Green Tinted Sixties Mind; sul titolo dell’altro, risparmiato per la coda della scaletta, non c’è nemmeno bisogno di indovinare), con cui ha disarmato ancora di più il pubblico. A mettere un’allegria speciale ci ha pensato l’incredibile riarrangiamento, pieno di fantasia, del tema musicale del film Rocky, «Gonna Fly Now». Soprattutto nella seconda metà del concerto i classici del rock brillantemente riarrangiati sono piovuti uno dopo l’altro. Kansas, Van Halen, Rainbow, The Beatles (in While My Guitar Gently Wheeps Gilbert ha infilato da maestro una frase del brano Scarified dei Racer X), un Pride (U2) e un Whole Lotta Love (Led Zeppelin) «incrociati» alla grande, e tutto questo infernale bombardamento dello spazio disponibile con arpeggi e scale suonati a velocità estrema. Una cosa del genere, in questa galassia, la permette un solo paio di mani. Con quelle dieci dita che appartengono, ovviamente, a Paul Gilbert. L’eroe della chitarra non ci ha lasciato respirare. Nemmeno per un attimo.
Per il gran finale Gilbert ha voluto ancora un po’ di blues. Così come il concerto era iniziato, si è chiuso: con il blues (Red House). Il concerto è stato interamente strumentale, cosa che non c’è nemmeno bisogno di sottolineare, anche se Gilbert ha continuato a stuzzicarci dicendo che le condizioni della sua voce richiedevano un’accordatura più bassa. Ma al canto (per fortuna) non si è dato.
Guardatevi dalla chitarra! Anzi, di più. Guardatevi dal genio di Gilbert. Una serata meravigliosa di musica unica e della sua esecuzione!
autore: Aleš Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik
Scaletta:
1. Blues For Rabbit
2. Havin’ It
3. Green Tinted Sixties Mind (orig. Mr. Big)
4. Gonna Fly Now (Theme From Rocky)
5. Let That Battery Die
6. Everywhere That Mary Went
7. Sir, You Need To Calm Down
8. I Owe A Building
9. A Herd Of Turtles
10. Every Snare Drum
11. Carry On Wayward Son (orig. Kansas)
12. Running With The Devil (orig. Van Halen)
13. While My Guitar Gently Wheeps (orig. The Beatles)
14. Pride (orig. U2)
15. Wholle Lota Love (orig. Led Zeppelin)
16. Still I’m Sad (orig. The Yardbirds)
17. To Be With You (orig. Mr. Big)
18. Love is the Saddest Thing
—bis—
19. Red House (orig. Jimi Hendrix)




















