Pearl Jam: Gigaton
Etichetta: Monkeywrench / Republic Records
Data di uscita: 27.03.2020
Produzione: Josh Evans & Pearl Jam
Durata dell’album: 57.05 min
Genere: Alternative Rock
Voto: 9.0 / 10
Pearl Jam! Una band mega rock che quest’anno festeggia 30 anni di attività. Con quasi 90 milioni di dischi venduti in tutto il mondo, torna dopo sette anni con il suo nuovo, undicesimo album in studio, «Gigaton»! Dopo il Duemila l’attività in studio si è via via calmata e per i nuovi lavori del gruppo bisogna armarsi di una bella pazienza, ma i Pearl Jam sono diventati prima di tutto una grande attrazione dal vivo, che costruisce il proprio culto soprattutto su concerti eccezionali. Forse è proprio per questo che le vendite dei loro dischi continuano a crescere. Anche se il gruppo mantiene l’anima e lo slancio eternamente adolescenziali, «Gigaton» è il disco di una maturazione palpabile di una band “gigantesca”, che negli anni dell’«infanzia» ha fondato il grunge e oggi affida la sua predica a una carta d’identità musicale non meno originale: il rock’n’roll (alter/art).
Per il nuovo album la band ha preso una decisione sorprendente: dopo dieci dischi prodotti per i Pearl Jam da Brendan O’Brien, ha deciso di sostituirlo con un nuovo (co-)produttore. Si tratta di Josh Evans, dal 2008 tecnico di chitarre e tastiere del gruppo e, tra il 2010 e il 2017, anche tecnico di chitarre dei Soundgarden. E non solo: ha prodotto l’album dei Soundgarden «King Animal» (2012), oltre al disco solista del bassista dei Pearl Jam Jeff Ament, «Heaven/Hell». Il primo legame diretto di Evans con i Pearl Jam in studio risale al 2018, quando si è occupato dell’ingegneria del suono sulla cover Again Today, originariamente di Brandi Carlile e uscita nella compilation di vari artisti «Cover Stories» (2017). In seguito Evans ha curato l’audio (senza produrlo) anche del singolo inedito del gruppo uscito nel 2018, Can’t Deny Me, pubblicato in formato digitale.
Insomma, la band ha sentito che la collaborazione con Evans apriva nuove possibilità di sviluppo, nel senso di un salto di livello sonoro e stilistico dell’aura artistica del gruppo, già riconoscibile e consolidata. E «Gigaton» è un disco un po’ diverso, anzi più diverso di quanto chiunque osasse aspettarsi. In Evans i Pearl Jam hanno trovato il potenziale per essere spinti verso nuove avventure artistiche e allontanarsi un pochino dalle soluzioni prevedibili dei lavori in studio del passato.
Dal punto di vista dei testi, «Gigaton» è di nuovo un album potentissimo. Soprattutto in brani come Seven O’ Clock, la poesia di Vedder porta un’impronta da cantautore fortissima. Sul disco la band è impegnata e critica verso la società e dichiara apertamente il proprio malcontento per la figura e l’operato del signor Trump, ma allo stesso tempo si fa portavoce di un “linguaggio verde” consapevole, che urla che stiamo correndo verso la distruzione del pianeta (Quick Escape). Vedder ha di nuovo condito con grande astuzia i suoi versi con una spruzzata di humor nero, che però parla da secondo piano. Eppure c’è, ed è sempre percepibile.
L’album parte alla grande. Due ceffoni rock arrivano subito in apertura, quando prende il vento in poppa con la potente Who Ever Said e, subito dopo, con Superblood Wolfmoon. Un mix di rock’n’roll selvaggio e scatenato, ispirato alla dissolutezza teatrale di leggendarie band degli anni Settanta come The Who e/o Cheap Trick, ma con un suono di chitarre trattenuto e controllato, che non esagera nello “spaccare”. La batteria ha un timbro più «metallico» rispetto a «Ligthning Bolt», il che dà al disco un’incisione ritmica un po’ diversa e allarga con gratitudine lo spettro del quadro sonoro, che i vari elementi del suono occupano a piacimento. La densità sonora è implementata benissimo, con il “tiro” delle frasi sostenuto dal suono organico delle tastiere. A questa retorica rock’n’roll scatenata si aggiunge poi Never Destination. Anche nei brani in cui libera più testosterone e fretta da adrenalina, la band mantiene un’estrema pignoleria e cura nei dettagli i passaggi, le entrate e le uscite, con grande finezza negli arrangiamenti e una maturità notevole. Si sente che i pezzi nascono da jam, ma mantengono una fluidità eccezionale e una dinamica altamente vibrante, che restituisce vitalità live e organica e, soprattutto, passioni ed emozioni in ebollizione. In Take the Long Way, che mantiene le linee energetiche ancora nel carattere di un rock ortodosso e amaro, spunta qualche simpatia fugace con i compaesani Sondgarden. Quick Escape è il brano più duro del disco (dal punto di vista della produzione). Qui sorprende il «fragore» particolarmente accentuato della batteria, che per durezza si stacca dal resto dell’album. Il finale del pezzo è una jam prolungata che può far partire il nostalgico fino all’album “Ten” e a un finale di Alive condotto in modo simile, soprattutto per le soluzioni di abbellimento con gli assoli di chitarra e per l’impennata della batteria, che non lesina una pletora di trovate improvvisative a dir poco fantasiose. Uno splendido crescendo atmosferico finale e un pezzo dal «groove» eccezionale!
In tutti i brani dell’album, e questo vale anche per quelli più furiosi e veloci, la melodicità dei ritornelli è mantenuta o sviluppata in modo straordinario. In questo senso è interessante il passaggio dalla strofa al ritornello di Take the Long Way. Dà la sensazione che il pezzo sia fatto di due canzoni diverse, che dialogano alla perfezione sul piano delle idee: nella strofa i Pearl Jam non si allontanano granché dalla precedente Never Destination, poi all’improvviso saltano in un ritornello bello marcato e memorabile, che può diventare un favorito del pubblico ai concerti. In effetti l’intero album è confezionato con grande astuzia in una coperta di orecchiabilità musicale e ha anche un’innegabile solennità da inno, che i fan accoglieranno di sicuro con entusiasmo.
Dopo Take the Long Way il disco si calma fino alla fine, una scelta sorprendente, visto che mancano ancora quattro brani alla chiusura. Beh, proprio Retrograde e soprattutto Comes Then Goes (acustica) non portano niente di particolare. Quest’ultima starebbe meglio su un lavoro solista di Vedder (un pezzo che è in realtà superfluo sul nuovo album e per di più troppo lungo), mentre Retrograde si risolleva grazie a un’ottima modulazione nel finale, che culmina in un crescendo atmosferico conclusivo dalle strane volute, decorato in chiave psichedelica.
Restano quindi i gioiellini. Il primo è senza dubbio Dance Of Clairvoyants. È il brano che sul disco cerca il fan più esigente, quello che vuole più novità gradite possibili sotto forma di esperimenti riusciti da parte del gruppo. È un pezzo cupo, guidato dall’eterea di una linea ispessa e quasi “shoegaze”, ereditata dall’era new wave degli anni Ottanta, davanti alla quale resterebbe di sasso anche Robert Smith (The Cure). Anche l’approccio vocale di Vedder in questo brano ha una deviazione particolare, e le chitarre sono inserite nell’arrangiamento con particolare furbizia. Un pezzo geniale da cima a fondo, in cui non sai a cosa dare la precedenza. La strofa o il ritornello. Il brano conclusivo River Cross è una ballata eccezionale, in cui il carisma vocale unico di Vedder brilla in modo speciale. Un’incisione particolare alla voce dominante la dà stavolta il suono di un vecchio organo, in sordina, mentre sul lato opposto, come «contrappeso», c’è la fragile interazione tra linee di basso e percussioni. Una particolarità del disco è anche Alright. È un punto di arrangiamento sopraffino, in cui si fondono passi fragili e delicatamente misurati, con gli arrangiamenti che si appoggiano a un pattern di base di kalimba e a loop programmati di batteria. Le chitarre disegnano pastelli delicati nel paesaggio sonoro. E su tutto, ancora e ancora, conquistano la sensualità e la dolcezza di Vedder. Che stavolta su questo disco a vincere siano davvero i brani più intimi lo conferma anche l’ottima Buckle Up. In questa categoria rientra per forza anche la lunghissima Seven O’Clock, in cui Vedder, nel dire i versi dentro la strofa, ha interiorizzato qualcosa di «springsteeniano», mentre sorprende di nuovo la gradazione del pezzo, che con dinamica salta a un nuovo livello d’umore nel ritornello a contrasto, nel quale è inserito in modo del tutto inaspettato, ma con grande astuzia, un suono di tastiere nostalgico, dal timbro retrò e accattivante. Seven O’Clock si può definire l’equivalente energetico dell’ottima Sirens dal predecessore «Lightning Bolt».
«Gigaton» è un disco che i Pearl Jam non avevano mai fatto in carriera. La collaborazione con Evans, nella ricerca di nuove sfide artistiche, ha dato i suoi frutti. Con un sound rinfrescato la band ha provato un sacco di idee nuove, soprattutto inglobando strutture sonore mai usate prima (campionamento programmato, inserimento di loop sonori, mbira (kalimba), enfasi sulla varietà degli arrangiamenti per tastiere,…) ed è “cresciuta”. Il nuovo album è in questo senso decisamente più vario del predecessore «Lightning Bolt». Ha molti più piccoli dettagli e finezze nella costruzione del suono e degli arrangiamenti, che si svelano solo dopo diversi ascolti. È anche un disco che entra nelle orecchie un po’ più lentamente, anche se è comunque molto musicale. Dal punto di vista artistico è anche più stimolante e, per goderselo, decisamente più interessante. Gli album «Backspacer» (2009) e «Lightning Bolt» sono in questo senso artisticamente più affini, mentre «Gigaton» porta una deviazione espressiva più marcata. In pratica, con questo disco la band è riuscita a mettere piede su un nuovo terreno creativo. Vedremo dove li porteranno in futuro l’audacia artistica e il coraggio esplorativo, perché le fondamenta su «Gigaton» sono più che solide. Conferma la maturità che i Pearl Jam raggiungono sul piano artistico negli anni di attività che maturano piano piano. E, cosa fondamentale, “Gigaton” mantiene l’aura di quella band ben nota che una volta, tanto tempo fa, ha registrato sia “Ten” sia tutti gli altri album a seguire, fino a «Gigaton».
autore: Aleš Podbrežnik
Tracklist:
1. Who Ever Said (05:10)
2. Superblood Wolfmoon (03:49)
3. Dance of the Clairvoyants (4:25)
4. Quick Escape (04:46)
5. Alright (03:43)
6. Seven O’Clock (06:14)
7. Never Destination (04:18)
8. Take the Long Way (03:41)
9. Buckle Up (03:36)
10. Come Then Goes (06:02)
11. Retrograde (05:22)
12. River Cross (05:52)
Formazione:
Eddie Vedder – voce, chitarra, tastiere nel brano n. 6, organo nel brano n. 12
Stone Gossard – chitarra, basso nel brano n. 3, percussioni e voce di accompagnamento nel brano n. 9, tastiere nel brano n. 11
Mike McCready – chitarra, percussioni nel brano n. 3, tastiere nel brano n. 11
Jeff Ament – basso, tastiere e chitarra nei brani n. 3 e 4. loop programmati nel brano n. 4, tastiere nei brani n. 5 e 6, mbira (kalimba) nei brani n. 6 e 12, programmazione nel brano n. 6, piano nel brano n. 9
Matt Cameron – batteria, programmazione nel brano n. 3, chitarra nei brani n. 5 e 8, voce di accompagnamento e programmazione nel brano n. 8
Musicisti ospiti:
Josh Evans – tastiere nei brani n. 2., 7., 9. e 12., programmazione della batteria nel brano n. 5
Meagan Grandall – voce di accompagnamento nel brano n. 8
