Periphery IV: Hail Stan

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Etichetta: 3DOT Recordings
Data di uscita: 5. 4. 2019
Produzione: Misha Mansoor, Adam Getgood
Durata dell’album: 63:59
Acquista l’album: http://periphery.net/

I Periphery, tra i principali esponenti del cosiddetto genere djent, stavolta si sono presi una pausa piuttosto lunga prima di dare un successore a III: Select Difficulty. Nel frattempo la band ha lasciato la Sumerian Records e, dopo averci pensato bene, ha lanciato direttamente una propria etichetta. Una mossa logica, visto che i membri sono impegnati anche in altri progetti e volevano avere totale libertà creativa. Ma l’etichetta non è stata l’unica mossa: i Periphery vendono anche un sacco di accessori per la registrazione in studio, chitarre e ogni tipo di attrezzatura chitarristica. Si sono infatti resi conto che con la musica da sola non si guadagna abbastanza, così si sono buttati anche in altri campi. Insomma, dei Periphery si può parlare quasi più come di un’azienda.

Il sesto album della band, che pur portando il numero quattro è il sesto in ordine di uscita, ha richiesto circa un anno di lavorazione, che per una band come i Periphery è un periodo creativo piuttosto lungo. Ma spesso si è visto che un processo creativo più lungo giova soprattutto alla qualità del disco. Negli ultimi anni i Periphery sono diventati una band forte anche dal punto di vista della produzione. Per di più, se ne occupano da soli, quindi non ci sono altri a mettere bocca su come devono essere i pezzi, il sound e così via.

Sul disco ci sono solo nove pezzi, una scelta insolita per i Periphery. Ma già con l’opener Reptile si capisce parecchio su dove volesse arrivare la band. È il brano più lungo del gruppo, oltre 16 minuti. Un pezzo complessissimo che ha praticamente tutto quello che ci si può aspettare dai Periphery, e anche di più. Le chitarre restano un fattore forte, l’aggressività non manca, così come la pomposità che emerge dall’uso delle orchestrazioni. È senza dubbio una traccia epica e si può considerare anche il culmine dell’album, perché è un risultato eccezionale che funziona pure come schiaffo alla loro ex etichetta Sumerian.

Con il secondo pezzo, Blood Eagle, i Periphery picchiano ancora più duro. Le chitarre sono devastanti, alla Meshuggah. I pedali della doppia cassa non si fermano mai, le voci sono per lo più aggressive e solo più avanti sfociano in parti melodiche. Per tirare un po’ il fiato i Periphery infilano una sezione che potrebbe stare in un disco degli Haken o dei Leprous, ma l’aggressività non finisce comunque mai. Per l’assolo virtuoso ci pensa la mente della band, Misha Mansoor, ed è la ciliegina sulla torta.

Con un titolo così, CHVRCH BVRNER dovrebbe essere un pezzo black metal. Invece è caotico all’estremo opposto. Il richiamo ai defunti Dillinger Escape Plan è più che evidente. Il caos raggiunge il culmine e i Periphery dimostrano ancora una volta quanto margine di manovra abbia una band votata al djent. Dopo tutto questo casino i Periphery restano complessi, ma con i pezzi successivi offrono qualcosa di più delicato. Con Garden of Bones i Periphery restano fedeli al loro stile inconfondibile. In primo piano ci sono le voci melodiche, mentre a livello strumentale il sound è più groovy, e così ci si allontana dall’aggressività iniziale.

Con It’s Only Smiles la faccenda prende una piega ancora diversa. Il pezzo è più semplice, melodico, con voci da hit pop. Con il brano successivo, Follow Your Ghost, i Periphery picchiano di nuovo più forte, le chitarre sono più lente ma sempre ben presenti. Soltelo usa voci ruvide, ma nella parte più calma tornano quelle melodiche. Probabilmente il pezzo più spiazzante del disco è Crush, in cui le chitarre vengono spinte sullo sfondo e in primo piano c’è l’elettronica. I Periphery sperimentano con inserti elettronici da tempo, ma in Crush ce n’è decisamente di più, e non è roba che va a genio a tutti gli ascoltatori.

Con Sentient Glow i Periphery cambiano marcia e propongono un pezzo più veloce, che nella seconda metà mostra il lato più emotivo con voci melodiche. Niente di nuovo, ma dopo Crush è una mossa logica. Hail Stan si chiude con i nove minuti di Satellites, che ricorda il brano Lune del predecessore Select Difficulty. La prima metà è calma, con pianoforte, chitarre soffuse e voce. Il batterista Matt Halpern ci piazza in mezzo perfino un breve assolo. Nella seconda metà arrivano più distorsione e impatto. Il tutto suona parecchio emotivo, epico e atmosferico, più che ideale per chiudere un album.

In 64 minuti i Periphery dimostrano una bella varietà, anche se certe cose sembrano un po’ tirate per le lunghe e ci sono anche alcune aggiunte che paiono un po’ di troppo ed eccessive. Ma sull’esecuzione c’è poco da dire. Le chitarre sono potenti, la sezione ritmica è varia, e sulla voce si sente un sacco di sperimentazione. Spencer Soltelo magari non ha il timbro più adatto a ogni ascoltatore, ma di incapacità non si può accusarlo.

Con Hail Stan i Periphery dimostrano definitivamente di non aver perso un briciolo di energia. Per tutto l’album si respira un sacco di creatività, sperimentazione e, allo stesso tempo, il loro stile inconfondibile. Il tutto è sostenuto da una produzione ricchissima, in cui i Periphery non si tirano di certo indietro. Anche con il sound vero e proprio hanno toccato di nuovo il loro apice. Non sorprende che oggi i Periphery siano conosciuti come una band di grande risonanza, che giura su una musica tecnica e progressiva.

9/10

Tracklist:

  1. Reptile (16:43)
  2. Blood Eagle (05:58)
  3. CHVRCH BVRNER (03:40)
  4. Garden in the Bones (05:56)
  5. It’s Only Smiles (05:33)
  6. Follow Your Ghost (05:24)
  7. Crush (06:49)
  8. Sentient Glow (04:27)
  9. Satellites (09:25)

Formazione:
Spencer Sotelo – voce
Misha “Bulb” Mansoor – chitarra, programmazione, orchestrazioni, produzione, sound design
Jake Bowen – chitarra, mixaggio, copertina
Mark Holcomb – chitarra
Matt Halpern – batteria

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