Peter Gabriel (1 – “Car”)

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Gabriel, Peter
Etichetta: Charisma Records
Uscita: 1977
Durata: 41:42
Voto: 4.5/5

Nel 1975 è successo qualcosa che ha segnato la storia del progressive rock, e che ancora oggi fa ribollire gli animi di certi eterni romantici della musica. Il geniale cantante Peter Gabriel, uno dei intrattenitori da palco più originali e carismatici di tutti i tempi, decise di separarsi consensualmente dalla sua band di allora, i giganti del prog rock Genesis. Già durante la lavorazione del suo ultimo album con i Genesis, “The Lamb Lies Down On Broadway” (1974), Peter aveva capito di aver raggiunto con quella band tutto ciò che si poteva raggiungere e di essere arrivato a un punto creativo in cui gli altri membri non riuscivano più a stare dietro alle sue visioni sfrenate. Una decisione difficile, che scosse il mondo del progressive rock, ma che alla fine si rivelò quella giusta: dopo la sua uscita i Genesis si rialzarono oltre ogni aspettativa, mentre Peter poté finalmente aprire un nuovo capitolo, di enorme successo, della sua carriera e cominciare a dare sfogo al suo genio a livelli impensabili all’interno della band. Si potrebbe dire che con l’inizio della carriera solista per lui sia iniziata una nuova rinascita.

Dopo aver annunciato anche ufficialmente di intraprendere la strada solista, insieme al produttore Bob Ezrin riuscì a mettere insieme una squadra invidiabile di musicisti di altissimo livello, con il chitarrista dei King Crimson Robert Fripp in testa. Per quest’ultimo la collaborazione con Gabriel fu la prima attività musicale dopo lo scioglimento (temporaneo) dei King Crimson nel 1974 e dopo aver messo la chitarra in un angolo, il che dimostra bene il rispetto che nutriva per il collega del mondo prog. L’altro nome prestigioso è quello del leggendario bassista Tony Levin, gran maestro delle tecniche innovative al basso e al Chapman Stick, nonché il bassista più ricercato nella storia della musica popolare. Sulla sua fedeltà dice tutto il fatto che il signor Levin può ancora oggi vantarsi di essere l’unico membro stabile della band di accompagnamento di Peter e l’unico ad aver suonato in tutti gli album di Gabriel finora usciti. Gli strani sentieri del destino vollero che qualche anno dopo unisse di nuovo le forze con Fripp nei King Crimson risorti. A completare la squadra di Peter c’erano anche il tastierista americano Larry Fast, ex membro del suo progetto Synergy e delle leggende prog britanniche Nektar, e l’eccellente chitarrista di passaggio Steve Hunter, che nella sua carriera ha collaborato con nomi come Alice Cooper, Jack Bruce, Lou Reed e altri.

Tra tutti gli album di Peter, il suo ottimo debutto, intitolato semplicemente “Peter Gabriel” o “Car” (per via della copertina), è quello più vicino al prog rock sinfonico coltivato con i Genesis, in linea con la sua graduale evoluzione verso un artista solista in perenne ricerca di nuovi stili espressivi. Oltre al prog rock, nel disco si cimenta anche con altri generi come rock sperimentale, pop rock, hard rock e perfino blues, abbattendo con successo i confini di genere. La sua trasformazione da narratore eccentrico e interprete di mille ruoli ad artista a tutto tondo e icona della musica popolare gli riesce alla perfezione già nel primo capitolo del suo percorso solista. “Car” incarna un’unione riuscita tra il passato e il futuro compositivo di Peter e offre una forte dose di eclettismo sonoro, che sarebbe diventato una costante del suo cammino da solista.

Questa lacerazione tra l’eredità dei Genesis e la ricerca di nuove direzioni sonore è incarnata alla grande già dall’enigmatica “Moribund the Burgermeister”, dove si mescolano elementi di prog sinfonico, hard rock e avanguardia. Il grottesco mostro Moribund the Burgermeister fa da metafora al virus della paranoia di massa davanti a una paura artificiale e manipolata. Gli arrangiamenti orchestrali creano un’atmosfera drammatica, mentre gli effetti di chitarra e gli ornamenti ritmici spingono la composizione per tutto il tempo verso un mistero d’avanguardia, se non addirittura verso acque comiche. Il sempreverde pop rocker “Solsbury Hill”, pezzo autobiografico sull’esperienza spirituale di Peter in cima alla collina di Solsbury, dove rifletté a lungo sull’addio ai Genesis e sulle nuove sfide che gli si erano aperte davanti all’improvviso, è ancora oggi uno dei suoi classici più amati e riconosciuti. Qui si rivela apertamente, per la prima volta, il suo straordinario fiuto per gli standard pop rock, che aveva mostrato già con i Genesis (“I Know What I Like”), ma mai in modo così personale e ambizioso. Illustra anche il suo cambio improvviso come autore dei testi: i testi surreali e metafisici dei tempi dei Genesis, ai più difficili da capire, si sono fatti da parte a favore di uno sguardo più personale sul mondo. La leggera melodia acustica si unisce a un’espressività vocale gioiosa che arriva dal profondo del cuore di Peter ed esprime le ispirazioni spirituali appena scoperte, trovate in quel periodo in attività come yoga, giardinaggio, bioenergetica e soprattutto nel suonare il pianoforte.   

“Modern Love”, con un testo pieno di birichine allusioni sessuali, è un ibrido interessante tra pop e prog. Si potrebbe dire che con questo pezzo abbia imposto per la prima volta il suo inconfondibile art pop sperimentale. Il canto teatrale di Peter qui, a differenza di quello che sarebbe stato il suo futuro, è ancora piuttosto simile a quello dei tempi dei Genesis. Alla sua ottima interpretazione si accompagnano i succosi passaggi di Hammond di Fast e i robusti riff hard rock della chitarra. “Excuse Me” è una burlesque divertente in cui Gabe dimostra di aver sempre avuto un ottimo senso dell’umorismo nero. Dopo l’intro con le buffe armonie vocali “Barbershop” entrano un ritmo comico e il canto smorfioso di Peter. Nel testo si coglie una satira pungente sulla vacuità della fama e dell’eccessiva ricchezza materiale. Questa simpaticissima eccentricità britannica e questa satira sociale di cui si fregia il brano sarebbero piaciute, secondo me, anche a Frank Zappa, uno dei pochi giganti della musica con cui Gabe purtroppo non ha mai avuto occasione di collaborare. “Humdrum” è un’altra creazione visionaria, un ottimo pezzo fatto di diversi motivi dai toni emotivi mutevoli, che vanta un’eccezionale calore vocale e rappresenta anche il primo approccio di Peter agli elementi della musica etnica. Questi, nel prosieguo della sua carriera, avrebbero assunto proporzioni epiche.

“Slowburn” è un incrocio estremamente interessante tra prog, hard rock e pomp, con armonie vocali, riff incisivi e inserti di pianoforte di cui andrebbero fieri anche dei Queen qualsiasi. Il ritornello drammatico si sposa alla perfezione con il testo apocalittico, mentre il finale al pianoforte è uno dei momenti più commoventi dell’intero album. “Waiting for the Big One” è uno strano esperimento blues e come tale è di gran lunga il pezzo meno interessante del disco, visto che per me il blues è uno dei pochi generi in cui l’approccio vocale di Peter si sente a disagio. Non sorprende quindi il suo tentativo piuttosto grottesco di cambiare timbro di voce, in cui ricorda più un Ozzy Osbourne parecchio spaventato che sé stesso. L’unica cosa che attrae in questo brano tirato per le lunghe sono gli ottimi arrangiamenti, con i riff di chitarra incisivi, il pianoforte e le tastiere.

Il flirt di Gabe con l’eredità del prog rock sinfonico torna a farsi sentire nell’ottimo epico “Down the Dolce Vita”, dove regnano arrangiamenti orchestrali grandiosi e potenti passaggi di chitarra. Qui, soprattutto grazie al canto fenomenale e agli ornamenti sinfonici drammatici, torna a farsi valere la vecchia, cara teatralità dei Genesis. Anche il testo è uno dei migliori del disco, perché è una critica intelligente all’assurdità della guerra. Il culmine dell’espressività personale e della maturità è però la straziante ballata conclusiva “Here Comes the Flood”, in cui si intravede già il futuro compositivo dell’artista. La sua toccante interpretazione, in cui mette in guardia dalle tragiche conseguenze del gioco sconsiderato dell’uomo con l’ambiente, con l’accompagnamento delicato del pianoforte e i sottili assolo di chitarra ti si pianta nel cuore in un attimo. È una composizione per l’eternità, che senza dubbio rappresenta uno dei vertici del suo percorso solista. Una sua versione riarrangiata si trova sul debutto solista di Fripp “Exposure” (1979).

“Peter Gabriel (I)” è un debutto eccellente, che ha annunciato la magnifica carriera solista di uno degli artisti musicali più originali degli ultimi decenni. Dopo di lui sono arrivati altri tre album con lo stesso titolo, a cui i fan di Gabe hanno dato dei numeri progressivi o hanno affibbiato un nome in base alle copertine. Non va ignorato il fatto che all’uscita del suo debutto Peter fosse ancora un musicista giovane (27 anni), affamato di nuove sfide musicali e di vita, ma con già abbastanza esperienza da non spaventarsi minimamente davanti a certi esperimenti che all’interno dei Genesis sarebbero stati praticamente impensabili. Nel mondo del progressive rock portava già da tempo lo status di icona immortale, mentre pop e art rock con questo passo si sono guadagnati uno dei loro più grandi eroi. La libertà creativa indomita di Peter, con cui in un attimo abbraccia le emozioni più profonde di chi ascolta, si sente per tutto l’album. Già il primo capitolo della sua carriera esprime con chiarezza la maturazione graduale e un ponte tutto suo tra la ricerca di nuove sfide musicali e una magnifica eredità.   

Formazione

Peter Gabriel – voce, tastiere, flauto dolce, registratore
Robert Fripp – chitarra elettrica, chitarra classica, banjo
Tony Levin – basso, tuba, capo del quartetto Barbershop
Larry Fast – tastiere e programmazione
Steve Hunter – chitarra elettrica, chitarra ritmica acustica, pedal steel
Allan Schwartzberg – batteria
Jim Maelen – percussioni, Barbershop
Jozef Chirowski – tastiere, Barbershop

MUSICISTI OSPITI:
Dick Wagner – cori, assoli di chitarra su “Here Comes The Flood” e nel finale di “Slowburn”
London Symphony Orchestra in “Down The Dolce Vita”
Michael Gibbs – direttore e arrangiatore

Produzione

Bob Ezrin

Tracklist

1. Moribund The Burgermeister
2. Solsbury Hill
3. Modern Love
4. Excuse Me
5. Humdrum
6. Slowburn
7. Waiting For The Big One
8. Down The Dolce Vita
9. Here Comes The Flood

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