Pink Bubbles Go Ape
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Helloween
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1991
Durata: 44:02
Voto: 2.5/5
»Pink Bubbles Go Ape« è, non solo per il titolo ma soprattutto per i contenuti musicali (che poi è quello che conta di più), senza dubbio il peggior album della storia dei mitici powermetaller tedeschi Helloween. In compenso ha una copertina eccellente, anche se non convenzionale, firmata dal leggendario grafico britannico Storm Thorgerson, purtroppo scomparso, noto soprattutto per aver disegnato la maggior parte delle copertine dei Pink Floyd. Thorgerson era famoso per lavorare solo con band la cui musica gli piaceva davvero, quindi i membri degli Helloween si sono sentiti onorati del fatto che si fosse preso un po’ del suo prezioso tempo per regalare una copertina così interessante al loro quarto album in studio, con cui però, purtroppo, non hanno retto le alte aspettative.
Dopo la firma con la prestigiosa EMI, per la quale hanno messo una buona parola anche gli amici Iron Maiden e il carismatico manager Rod Smallwood, alla fine degli anni Ottanta sembrava che gli Helloween sarebbero diventati il nome più caldo della scena heavy metal europea: avevano proprio tutto quello che serve per arrivare in cima. Un frontman carismatico con un approccio vocale che ricordava sia Geoff Tate (Queensryche) sia Bruce Dickinson (Iron Maiden), un’ottima coppia di chitarre, una delle migliori sezioni ritmiche del metal teutonico, un modo del tutto unico e umoristico di trattare i testi metal tipici e anche una scenografia sul palco inconfondibile, con mascotte a forma di zucche umane. Alle spalle avevano due eccezionali album in studio concettuali con cui avevano definito il power metal europeo (la saga di »Keeper Of the Seven Keys«) e che gli avevano portato fama mondiale, con l’apice nell’esibizione al prestigioso Monsters of Rock, andato in scena a Donnington nel 1988. Purtroppo, però, nei tre anni successivi le cose hanno preso una piega strana.
Prima di tutto, dopo l’uscita del primo album dal vivo, »Live in the UK« (1989,), se ne è andato il chitarrista originale (e un tempo anche cantante originale) Kai Hansen, che insieme all’altro chitarrista Michael Weikath era il compositore chiave e la mente creativa di questi giganti del metal di Amburgo. Quando si è reso conto che non riusciva più a trovare un linguaggio comune con Weikath e il cantante Michael Kiske, Hansen ha lasciato la band e, dopo una breve collaborazione con i Blind Guardian, ha intrapreso un nuovo percorso creativo con la sua band, i Gamma Ray. La sua uscita si è rivelata una vera e propria mezza catastrofe, perché ha portato via agli Helloween, per così dire, metà del cervello creativo. I membri rimasti hanno deciso di andare avanti con un nuovo chitarrista, Roland Grapow, arrivato da una band semisconosciuta, i Rampage. Per il nuovo album ci sono voluti ben tre anni, perché le nuove idee proprio non volevano uscire. In più il carattere di Kiske ha cominciato a diventare sempre più problematico e presto è diventato sempre più difficile andarci d’accordo, soprattutto dopo che è entrato in una strana setta religiosa. L’unico ad avere pazienza con i suoi capricci era il batterista Ingo Schwichtenberg, che però è sprofondato sempre di più nella depressione, cosa che due anni dopo è finita con il suicidio.
Se si tiene conto di tutte queste sventure che hanno segnato la band dopo l’addio di Kai, non sorprende che »Pink Bubbles Go Ape« sia un album completamente schizofrenico, in cui hanno cercato di allontanarsi un po’ dal loro power metal «happy» tipico con brevi deviazioni stilistiche, anche se qua e là si trovano ancora delle perle. Così sul disco ci sono quattro pezzi ottimi (»Kids Of The Century«,»Someone’s Crying«, »Mankind« e »The Chance«) che potrebbero stare benissimo su entrambi i »Keeper«, tre nella media (»Back On The Streets«, »Number One« e »Your Turn«) e tre autentici disastri (»Heavy Metal Hamsters, »Goin’ Home«, »I’m Doin’ Fine Crazy Man«). Nel complesso, quindi, il disco è venuto fuori ben al di sotto delle altissime aspettative, ma nonostante l’irregolarità qualitativa si merita comunque un posto nella collezione di ogni fan. Chris Tsangarides, produttore leggendario di altissimo livello, noto soprattutto per il suo lavoro con i Judas Priest, stavolta non ha fatto il suo meglio, quindi non stupisce che per i progetti in studio successivi gli Helloween abbiano richiamato Tommy Hansen.
L’apertura, dopo una breve intro acustica e umoristica che è la title track, promette molto. »Kids Of The Century«, uscita come primo singolo dell’album, è infatti una delle cose migliori fatte da Kiske come membro degli Helloween. Questo opener energicissimo ha tutti i marchi di fabbrica sonori che nella seconda metà degli anni Ottanta hanno sparato la band tra i nomi più «caldi» del metal europeo: armonie di chitarra melodiche, doppia cassa a raffica con rullate selvagge e un ritornello epico in cui Kiske non risparmia nemmeno un po’ i suoi registri altissimi da far invidia. Purtroppo il disco poi si annacqua in fretta, e lo si sente già nel piuttosto mediocre »Back On The Streets«, che ha frasi di chitarra maliziose e un’altra ottima prova vocale, ma un ritornello del tutto anonimo. Il pezzo era stilisticamente già più vicino all’hard rock che al power metal, ma non al punto da dare troppo fastidio.
In »Number One«, secondo singolo dell’album, hanno usato anche sintetizzatori dal sapore decisamente elettronico, il che per parecchi fan è stato una vera blasfemia. Il risultato finale è comunque abbastanza divertente, anche se la struttura «pop metal» e il ritornello allegro, «da Eurovision», non sono proprio quello che i più si sarebbero aspettati dopo tre classici del metal in studio. Fa quasi fatica a credere che meno di sei anni prima, sull’esordio »Walls Of Jericho« (1985), suonassero ancora uno speed metal indemoniato. »Heavy Metal Hamsters«, in cui la frase di chitarra iniziale è stata «presa in prestito» dallo standard dei Deep Purple »Rat Bat Blue, è una vera idiozia, tanto che ancora oggi c’è da sprofondare dalla vergogna. Gli Helloween sono sempre stati dei gran burloni, ma stavolta la loro autoironia in mezzo a un testo disperato sugli «hamster heavy metal» risulta completamente fuori bersaglio. Dal punto di vista strumentale non è un brano sbagliato, perché i due chitarristi sfornano qualche bella armonia, ma purtroppo non basta per un pezzo che a livello di testi stia in piedi. Weikath molti anni dopo ha ammesso che questa vergogna avrebbe dovuto uscire come bonus track. »Goin’ Home«, un altro ibrido tra power metal e rock melodico, nella prima parte promette molto, ma delude presto con un ritornello disperato che starebbe meglio a una diva del pop americano alla Mariah Carey che agli Helloween.
»Someone’s Crying« alza di colpo lo standard qualitativo di almeno tre livelli, perché è un ritorno al power metal a tutto tondo come lo facevano ai tempi con Hansen in formazione. La doppia cassa spietata, i passaggi di chitarra dinamici e le possenti armonie vocali dell’indistruttibile Kiske tornano al loro massimo e per un attimo sembra che gli Helloween siano di nuovo «in forma». Questo raro momento di ispirazione non molla nemmeno con l’epica »Mankind«, un altro brano ingiustamente trascurato, che sta al livello del loro materiale migliore degli anni Ottanta. Il pezzo è segnato da un’atmosfera cupa, per niente tipica, frutto dell’incrocio tra linee di chitarra affilate e ondate di sintetizzatori sullo sfondo. Le armonie vocali maestose, con un’altra prova da maestro di Kiske, creano un dramma di proporzioni epiche, mentre il testo sarcastico è il migliore del disco. Questi sono gli Helloween classici, quelli che si rimpiangono così tanto nella maggior parte del resto del disco, come ad esempio il disperato »I’m Doin’ Fine, Crazy Man«, che a tratti sembra inciso da un’altra band completamente diversa, essendo il perfetto specchio della natura caotica e incoerente di questo album «a metà». Come questo spreco di spazio sia finito nel materiale regolare del disco resta ancora oggi un grande enigma.
Comunque, verso la fine del disco gli Helloween riescono ancora a raccogliere abbastanza forze per sfornare un altro classico. L’inno positivo »The Chance« è l’unico brano di »Pink Bubbles Go Ape« abbastanza amato dai fan da restare nei concerti per un bel po’ di anni dopo lo scioglimento di questa incarnazione della band. Una frase di chitarra spiritosa, di quelle che può inventarsi solo Weikath, fa da base a una melodia energica e a passaggi di batteria intelligenti, mentre il culmine è il ritornello melodico, all’altezza dei loro risultati migliori dei «mitici» anni Ottanta. Chiudere il disco con la malinconica power ballad »Your Turn«, piena di arrangiamenti acustici e anche di pianoforte, non è l’addio più riuscito, soprattutto dopo che tutti e tre i dischi precedenti avevano degli «epiloghi» eccellenti, ma con il suo ritornello positivo e il suo messaggio rientra comunque tra i momenti più ispirati di »Pink Bubbles Go Ape«.
Tutti i fan degli Helloween che dopo l’era »Keeper« si aspettavano un altro capolavoro epico si sono beccati una doccia gelata con »Pink Bubbles Go Ape«, che tra l’altro è stato anche un enorme flop commerciale. Già guardando la copertina e il logo modificato, in cui mancava la zucca protettiva, si poteva capire che stavolta c’era qualcosa che non andava e che la band, dopo l’addio di Hansen, aveva preso una strada stilistica piuttosto strana, con risultati piuttosto contrastanti. Da un lato era del tutto comprensibile che ai ragazzi, con gusti musicali ormai molto diversi, stesse lentamente passando la voglia di suonare power metal e che, anche su spinta dell’etichetta, che li voleva indirizzare su una strada più commerciale, volessero provare qualcosa di nuovo per evitare di cadere nella genericità. Dall’altro è inammissibile che in tre anni non siano riusciti a creare almeno un successore decente di un’eredità così imponente, anche se nessuno si aspettava un »Keeper of the Seven Keys – Part III«. Il loro progetto in studio successivo ha spinto ancora più in là la sperimentazione con stili diversi e li ha allontanati ancora di più dal power metal tradizionale, ma ha prodotto risultati molto più interessanti e ispirati di »Pink Bubbles Go Ape«, per cui a questa versione della band non mancavano di certo le qualità compositive.
Formazione
Michael Kiske – voce
Michael Weikath – chitarra
Roland Grapow – chitarra
Markus Grosskopf – basso
Ingo Schwichtenberg- batteria
Produzione
Chris Tsangarides
Tracklist
1. Pink Bubbles Go Ape
2. Kids of the Century
3. Back On the Streets
4. Number One
5. Heavy Metal Hamsters
6. Goin’ Home
7. Someone’s Crying
8. Mankind
9. I’m Doin Fine, Crazy Man
10. The Chance
11. Your Turn