Plant al mare in Slovenia! (2007)

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Luogo: Titov trg / Capodistria / Slovenia
Data del concerto: 22.07.2007
Pubblico: 2000
Prezzo del biglietto: 40,00€

La Slovenia di luglio, deserta, rintontita e arroventata dal caldo, dopo giorni e giorni in cui per ragioni di sicurezza la cosa migliore era restarsene chiusi in casa, con le persiane sprangate e la faccia sprofondata in un’anguria gigante raffreddata a 5°C, si era appena liberata del tutto dall’abbraccio rovente e pigro della canicola, quando alla sua porta bussa il leggendario Robert Plant, unica e inimitabile voce dei Led Zeppelin, con la sua splendida collezione di uscite sosoliste, accompagnato dai suoi Strange Sensation, e snocciola qualche pezzetto ben noto.

Il baldo inglese, che dopo un lungo flirt con il folk di Marocco, Egitto e altre succose terre musicali esotiche ha adottato il clima desertico come seconda casa, si è trovato benissimo anche al mare, sulla costa slovena. Lo ha detto subito dopo essere salito sul palco, confermando che l’energia positiva di questo posto gli va a pennello (Capodistriani, un po’ di orgoglio?).

Ma andiamo con ordine! Il celebre “Percy” ci ha lasciati a cuocere sulla piazza del grande capo Tito fino alle 22.00. Esposta a un’attesa interminabile, la gente ha cominciato a sfogare il malcontento schioccando la lingua, sbuffando, scalpitando, gemendo…. Alla fine Plant è atterrato sul palco, addobbato a festa con i lampioncini e avvolto nel fumo. La band ha aperto con Tin Pan Valley. Un pezzo ambient sognante dall’ultimo album in studio di Plant, “Mighty Rearranger” (2005), a cui è stata attaccata la ruvida, nervosa, gracchiante Seven And Seven Is?, peraltro splendida cover dei Love: Plant e soci non sono riusciti a sfruttarla per mettere a posto il suono. Soprattutto i toni bassi risultavano impastati, pesanti e soffocanti, e la band non se n’è liberata per tutto il concerto. La prima volta che i ragazzi hanno scosso il pubblico è stato con il classico dei Led Zeppelin Black Dog. Un ritmo pigramente ammorbidito, capace di cullarti fino a farti addormentare, in versione semiacustica, con il motivo principale in wah-wah sommesso alla chitarra e, naturalmente, al centro Robert e il suo inconfondibile modo di improvvisare, condito con le celebri eruzioni “da era Zeppelin”, ovviamente molto più controllate, perché Robert non ha più vent’anni freschi di rugiada.

Il pezzo successivo è stato una vera boccata d’aria fresca per la scaletta. Finalmente Robert ha dedicato dal vivo un po’ più di attenzione ai suoi vecchi album solisti. Così i ragazzi si sono lanciati in Slow Dancer (“Pictures At Eleven”, 1981). Come nell’arrangiamento magistralmente rifatto di Black Dog, anche in questo brano spiccava il crescendo di intensità rock dell’atmosfera creata. Collage su collage, le chitarre ruggiscono distorte e ribaltano del tutto l’inizio tranquillo, dove si accende soltanto l’erotismo dell’intensità rock, finché nel finale il pezzo si calma di nuovo e torna alla sognante partenza.

È seguito un trittico di cover dei Led Zeppelin in versione puramente acustica, che ha confermato la spiccata predilezione, nella sua matura veste, del linguaggio artistico-musicale di Plant per i ritmi tradizionali arabi e per la melodia. Inutile sottolineare che, unito all’approccio così personale di Plant, è proprio questo uno dei volti più affascinanti di come intende la musica oggi.

Al giorno d’oggi sempre più musicisti usano i propri concerti come pulpito per un sermone “anti-Bush e anti-Blair”. Il senso del brano Freedom Fries gira attorno agli USA “post 09/11/01”, mentre Plant, nel pezzo successivo, dedicato al segretario alla Difesa americano Donald Rumsfeld, prende in mano una radio e chiude il momento in modo pittoresco con i versi della tradizionale Where Did You Sleep Last Night. Senza teatrini particolari né inutili sparate. Alleluia.

Il vero culmine della parte regolare del concerto è toccato a due creature zeppeliniane: Gallows Pole, fedele compagna dei concerti solisti di Plant, e Babe I’m Gonna Leave You, gradita ventata di freschezza in scaletta. Con loro il vecchio leone ha tirato fuori dal pubblico il massimo del casino e della partecipazione. Dopo un’ora e un quarto i ragazzi se ne vanno dietro le quinte.

Ovviamente non era finita! Plant ringrazia il pubblico con aria da vecchio mestierante al rientro sul palco e annuncia un ospite speciale che sale sul palco con lui. Non serve indovinare granché. Tinkara Kovač. La ragazza si è presentata dimostrando un impegno fuori dal comune. Si dà un gran daffare perché il suo nome compaia nei luoghi pubblici e sui media. Plant e gli Strange Sensation si sono buttati su 29 Palms, da “Fate Of The Nations” (1993), in versione acustica, tutta ballata e trattenuta, a “piantare” le sue ventinove palme. Tinkara ha aggiunto al suono del pezzo anche il suo flauto e con certi trucchetti ha fatto capire che impara in fretta dal grande guru, il capo dei Jethro Tull, Ian Anderson. Tra l’altro il suo grande impegno lo aveva già confermato la visita di Tinkara al concerto dei Jethro Tull a Graz, il 07.07.2007 e ora, subito dopo, il grande onore, nella sua città natale, Capodistria, di far comunella con una leggenda dei Led Zeppelin. La ragazza restituiva sicura l’energia a Robert con acrobazie vocali soul, facendo capire che da Tinkara sta spuntando Tina. 29 Palms è risultato così una delle più belle sorprese del concerto. Un Plant affascinato ha annunciato il pezzo successivo dicendo che lui e la statuaria mora lo avevano preparato insieme, apposta per questo concerto, nel corso di una conoscenza “lunghissima” di 4 ore. Il classico dei Buffalo Springfield For What It’s Worth, diventato ormai canto popolare, ha infiammato il pubblico, che si è unito a cantare l’evergreen. Il finale Plant lo ha poi lasciato generosamente a Tinkara al flauto. Il tipo all’inizio osservava nella sua famosa posa l’assolino conclusivo di Tinkara, mentre gli Strange Sensation continuavano ad accompagnare tranquilli la ragazza. Poco dopo il capo, con un gesto calmo rivolto alla band, ha ordinato ai ragazzi di darci un taglio e fermare la palla, così Tinkara ha portato il pezzo alla fine tutta da sola.

Whole Lotta Love, sempre bruciante, pezzo zeppeliniano molto impegnativo, dilatato e rock fino al midollo, ha entusiasmato con l’inserto di un motivo folk arabo tradizionale, che la band ha intessuto magistralmente nel classico “riff di Page” e che con il ritmo solido ha soggiogato il pubblico. Plant, naturalmente, durante l’esibizione ha sommerso la gente con i celebri richiami “Oh c’mon, c’mon, c’mon,…” e con un “Oh yeah?” a tratti davvero stonato e soporifero come riempitivo, in attesa di segnali di ritorno dal pubblico.

Durata totale del concerto: un’ora e 40 minuti, biglietto di gran lunga troppo caro e gente al concerto ancora più di gran lunga troppo poca. Per fortuna non c’era nessuna band di supporto, perché in Slovenia a concerti del genere capita che ne scelgano di totalmente incompatibili. Il suono non era ottimale, Plant bara con esperienza e abilità con la sua voce un filo intaccata. È un maestro dell’improvvisazione e la sa usare con una tale maestria che non si è sentita minimamente la mancanza dei suoi classici sfoghi alla Led Zeppelin. Il voto complessivo, a causa del suono scadente, che con il prezzo gonfiato dei biglietti è del tutto ingiustificabile, è quindi solo 7-8.

Per tutti voi che con la nostalgia dei Led Zeppelin in versione Strange Sensation non vi siete sentiti del tutto appagati, ecco ancora una fugace informazioncina. Avete già sentito il brusio ufficioso, sempre più forte, di voci su una reunion del trio Plant/Page/Jones con il figlio di Bohnam, Jason, per un tour dei Led Zeppelin l’anno prossimo? Lasciamoci sorprendere.

foto: Jani Lah

Scaletta

1. Intro
2. Tin Pan Valley
3. Seven And Seven Is?
4. Black Dog
5. Slow Dancer
6. Friends
7. Going To California
8. Four Sticks
9. Freedom Fries
10. ?????
11. Where Did You Sleep Last Night
12. Gallows Pole
13. Babe I’m Gonna Leave You
—bis—
14. 29 Palms
15. For What It’s Worth
16. Whole Lotta Love

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