Pleasure And The Pain
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Saga
Etichetta: SPV Records
Uscita: 1997
Voto: 1/5
Il contenuto musicale di questo album si potrebbe riassumere anche in una sola frase: tanto dolore e zero gioia. Basta già un’occhiata alla copertina schifosa e banalissima di “Pleasure And The Pain” per farti passare la voglia di ascoltarlo, il che sarebbe pure un bene, visto che la musica è persino peggio dell’involucro. Pochissime band prog rock si sono concesse un tonfo di qualità così clamoroso prima di questo disco dei Saga. Ma com’è possibile, o meglio, com’è potuto succedere? Sono davvero la stessa band art rock canadese che a cavallo tra i ’70 e gli ’80 sfornava classici dell’art rock come “Images At Twilight” (1979), “Silent Knight” (1980) e “Worlds Apart” (1981) e che un anno prima di questo triste disastro aveva pubblicato l’ottimo concept album “Generation 13” (1995), con cui aveva fissato la definizione del proprio suono anche per i dischi successivi? Cosa diavolo frullasse nella testa dei Saga quando, per il ventesimo anniversario della band, hanno registrato di gran lunga il peggior prodotto della loro storia, indegno del loro nome, è inutile starsi a chiedere.
Sperimentare con elementi musicali diversi è sempre stato nel loro DNA, ma di solito i frutti erano positivi, mentre stavolta hanno toccato il fondo creativo, un fondo di fronte al quale perfino “Steel Umbrellas” (1994), fino a quel momento il loro album più debole, sembra un capolavoro. Qui hanno rinnegato del tutto il loro lato progressive rock, si sono banalizzati fino al midollo e hanno messo insieme un miscuglio di cattivo gusto fatto di ritmi techno elettronici, un’infinità di campioni robotici, industrial metal e qualche rarissimo elemento classico dei Saga, appena percepibile. Il suono è volutamente impastato in modo disperato, per sembrare il più sporco possibile, industrial metal fino al midollo. Il risultato? Pare registrato nel garage del vicino. La cosa peggiore è che non si tratta di un’autoparodia studiata a tavolino, né di un EP per i membri del fan club o della musica per un film horror, ma di un normalissimo album dei Saga.
Davanti a una svolta così controversa non stupisce che lo storico batterista originale Steve Negus (qui sostituito da Glen Sobel (Impellitteri)) abbia preferito abbandonare ancora una volta la barca che faceva acqua (poi, quando la situazione si è schiarita, è tornato) e non sporcarsi le mani suonando una musica indegna di musicisti del calibro dei Saga. Come Ercole nell’antico mito dovette spalare il letame delle stalle di Augia, così i Saga si sono messi a spalare il letame musicale in voga in quegli anni, ci hanno inzaccherato per bene la reputazione e sono quasi sembrati una band che prende in giro i suoi fan di una vita. Come potrebbero spiegarsi altrimenti, questi ultimi, che dopo uno dei loro dischi migliori sia uscito un prodotto così criminalmente brutto? Evidentemente i fratelli Crichton alla chitarra e al basso, il cantante Michael Sadler e il tastierista Jim Gilmour si sono detti che, per il giro di boa dell’anniversario, dopo “Steel Umbrellas” potevano concedersi un altro esperimento stravagante, per mostrare quanto sono “di larghe vedute”, buttando nel rock anche elementi techno e il metal industriale che allora andava per la maggiore. Se fossero stati degli space rocker alla Hawkwind, uno avrebbe magari chiuso un occhio e pensato a un raro momento di apatia creativa totale e di voglia di far soldi in fretta alle spalle dei raver che per sbaglio finiscono davanti allo scaffale del rock. Ma siccome si tratta di una band art rock da cui ti aspetti tutt’altro che un trip della peggior specie, è tristissimo e doloroso che abbiano osato registrare una cosa simile, oltre che un inutile spreco di talento.
L’album nel suo insieme è comunque sotto ogni livello, però voglio lo stesso segnalare i suoi momenti migliori (in realtà solo due meritano una nota), rari come i quadrifogli in mezzo a un prato. Tra i brani ascoltabili c’è sicuramente l’esperimento d’apertura, difficile da inquadrare, “Heaven Can Wait”, una specie di mix tra power metal, grunge e i marchi di fabbrica dei Saga (riff di chitarra salati e saltellanti, voce potente e buone trame di tastiera). Il ritornello suona a metà strada tra power metal (riff di chitarra e voce) e grunge (la linea ritmica). Non somiglia per niente al loro suono ed è lontanissimo dallo standard Saga, eppure è forse addirittura il pezzo più dignitoso del disco (insieme a quello di chiusura). Da qui in poi l’album va più o meno solo in discesa. “How Do You Feel?” è industrial metal quasi puro alla Nine Inch Nails, e ogni volta che lo sento mi viene il mal di testa. “Welcome To The Zoo” è un altro strano abominio, a metà tra industrial metal e brit pop di serie B, dove non mancano fastidiosi campioni elettronici, distorsione esagerata e una voce compressa e filtrata dagli effetti. “Where’s My Money” è senza dubbio il pezzo più disgustoso della loro carriera – techno puro con campioni elettronici schifosi, una drum machine monotona, distorsione di chitarra senza senso e il ritornello a più voci più irritante che si potesse immaginare (fatto di campioni sonori, ovviamente), che ricorda i cori di un gruppo di ubriaconi nel bel mezzo di una partita di calcio. Qualcosa di così brutto non l’avevo sentito prima né l’ho sentito per un bel pezzo dopo da parte di una band prog/art rock. Purtroppo a farlo sono stati davvero dei leggendari art rocker e non una qualche band omonima sfornata in serie. Quando il pentolino per vomitare è ormai bello pieno, le brutte sorprese non sono ancora finite.
Quanto siano diventati patetici e a corto di idee lo dimostra il fatto che per la prima volta nella loro storia hanno messo nel disco due cover, cosa che raramente è segno di creatività, a meno che non si tratti di bonus track fuori dall’album vero e proprio. La prima è una disperata versione industrial metal di un loro classico, “You’re Not Alone” (originariamente da “Images At Twilight”, 1979), che offende i ricordi e i sentimenti di tutti quelli che seguono la band fin dagli inizi. La seconda è una cover di pessimo gusto del classico dei The Beatles “The Taxman”, che in un diluvio di industrial e campioni elettronici suona come se l’avessero immersa nel fango. La prova nera su bianco di quanto debba essere triste la situazione se vai a incidere in un album in studio una cover di un tuo pezzo e, come se non bastasse, una che infanga l’immagine dell’originale. “You Were Made For Me” è un altro colpo a vuoto perfettamente industrial metal, che non salvano nemmeno i buoni riff di chitarra e la batteria dignitosa. “Gonna Give It To Ya” ha di nuovo un ritmo puramente techno, mentre i bei soli di chitarra di Ian, le tastiere solide e la voce di Michael non c’entrano proprio niente. Senza quei disperati campioni techno sarebbe stato un pezzo dei Saga più che decente, invece cercando di suonare moderni, cioè “in”, lo rovinano del tutto.
“Fantasticaly Wrong” è un’altra catastrofe totale, davanti alla quale pure il pentolino per vomitare alla fine esplode. Un pastrocchio industrial metal monotono, senza capo né coda, che non si sviluppa da nessuna parte. Jim Gilmour ha provato a sperimentare alla grande con i campioni elettronici, ma alla band ha fatto solo danni. Sembrerà una constatazione un po’ banale, ma gli unici due pezzi dignitosi del disco sono il primo e l’ultimo. La title track in chiusura “Pleasure And The Pain”, con Gilmour alla voce, è infatti una ballata acustica decente, persino con una punta di sapore celtico, su un semplice accompagnamento di due chitarre acustiche dei fratelli Crichton, in evidente contrasto con l’atmosfera di tutto il resto dell’album. Ciononostante non riesce a riparare i danni che i brani precedenti hanno inflitto ai miei recettori uditivi.
A ogni ascolto di “Pleasure And The Pain” ci manca poco che mi vengano i crampi allo stomaco, e riuscire ad arrivare in fondo all’album dall’inizio alla fine è ormai quasi un’arte. Per fortuna i Saga hanno capito in tempo quanto fossero sprofondati nel fango con questa disperata sperimentazione techno/industrial metal e hanno realizzato che era arrivato il momento cruciale della loro carriera: o lo scioglimento definitivo o una rinascita. È successa la seconda, e nei dischi che sono seguiti i Saga, con grande sollievo di tutti i fan, sono tornati al loro stile classico, hanno ritrovato lo splendore di un tempo e hanno persino fatto alcuni dei loro lavori più forti. Con quelli sono riusciti col tempo a riscattarsi del tutto per questo sfortunato scivolone, scomparso in fretta dalla memoria collettiva della band e dei suoi fan, ma che resterà di sicuro ricordato come il loro album peggiore di gran lunga.
Formazione
Michael Sadler – voce
Ian Crichton – chitarra
Jim Crichton – basso
Jim Gilmour – tastiere, cori, voce (10)
Glen Sobel – batteria
Produzione
Jim Crichton
Tracklist
1. Heaven Can Wait (6:13)
2. How Do You Feel (4:05)
3. Welcome To The Zoo (4:28)
4. Where’s My Money (5:17)
5. You’re Not Alone ’97 (4:17)
6. Tax Man (3:35)
7. You Were Made For Me (3:44)
8. Gonna Give It To Ya (3:56)
9. Fantastically Wrong (5:47)
10. Pleasure And The Pain (2:35)
Durata dell’album: 43:57