Generation 13

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Saga
Etichetta: SPV Records
Uscita: 1995
Voto: 5/5

I Saga, icone canadesi dell’art rock, con il concept album “Generation 13” hanno sganciato all’uscita un altro grosso shock tra i loro ascoltatori. Stavolta, per fortuna, in senso positivo. Dopo il pallidissimo “Steel Umbrellas” (1994), un esperimento pop rock da colonna sonora completamente sbagliato, nato solo dalla voglia di far soldi in fretta, sembrava che avrebbero fatto una fatica boia a farsi perdonare dai fedelissimi di sempre e che, nella migliore delle ipotesi, sarebbero affondati nel mare della mediocrità musicale. E invece è arrivata un’inversione artistica rarissima e quasi incredibile, che nessun fan avrebbe saputo prevedere nemmeno nei sogni più folli: i Saga con “Generation 13” hanno tirato fuori il loro album più ambizioso, che nel complesso è addirittura il più vicino al rock progressivo di tutto il loro percorso fino a quel momento e, come se non bastasse, ha pure un concept interessante e di critica sociale. Anche quelli che avevano sempre creduto negli illimitati potenziali prog dei Saga sono rimasti stavolta di sasso, sia sul piano musicale che su quello concettuale.

Il concept di “Generation 13” a prima vista somiglia parecchio a quello del classico degli The Who “Quadrophenia”. Ruota attorno al piccolo Jeremy, che in un ambiente ostile parte alla ricerca del suo vero padre. Lungo la strada vive un sacco di incontri più o meno spiacevoli, tra cui quello con Sam, un teppistello di strada delinquente, e si interroga spesso sul senso della sua missione. Oltre a questa storia, l’album si ispira a un problema ancora oggi (e anzi molto più di allora) attualissimo: la disgregazione sociale generalizzata che potrebbero portare le future generazioni “traviate” senza futuro, infettate da “gigabyte” di informazioni (inutili) e dal consumismo, che passano la maggior parte del tempo in ambienti asociali partoriti dalla nostra moderna società iperconsumistica. La conseguenza di questa decadenza è un’atrofia emotiva, un’egomania senza fine e, di conseguenza, l’inevitabile catastrofe ecologica come logico esito di un simile atteggiamento verso la vita. Concept di critica sociale di questo tipo oggi vanno parecchio, di solito fino a un grado di banalità di cattivo gusto, ma nel 1995 i Saga, con i loro avvertimenti sui problemi ecologici e sull’alienazione (quando internet non era ancora così dilagante), erano nettamente in anticipo sui tempi, anche se secondo me questo ruolo da “risvegliatori di coscienze” non gli calza granché e in futuro preferiranno avvolgere le loro frecciate liriche in metafore fantascientifiche. Queste stoccate beffarde si trovano nella maggior parte dei testi, che stavolta sono tra i migliori della loro carriera. Chi avrebbe mai osato credere che i Saga, dopo l’insipido fiasco da colonna sonora, sarebbero stati capaci di creare qualcosa di così profondo? Probabilmente nemmeno loro.

Musicalmente è uno dei loro album più forti, secondo me il più vicino che siano mai stati a quel prog rock classico (inteso come album intero, non solo qualche pezzo). Stavolta i Saga non si risparmiano affatto con cambi di tempo insoliti, sezioni strumentali complesse, vocalità drammatiche, assoli, ritmi variegati e perfino splendidi arrangiamenti orchestrali. Questi ultimi li hanno registrati in collaborazione con il direttore Richard Baker e l’orchestra filarmonica The Panorama City. Allo stesso tempo, prima di allora non avevano mai suonato così potenti. In alcuni pezzi il suono è davvero crudissimo (a volte sfiorano proprio il confine col prog metal), soprattutto grazie a un sacco di passaggi di chitarra distorti e a una linea ritmica incazzata. Un bel po’ di merito per questo suono sporco va sicuramente anche all’ottima produzione moderna del bassista Jim Crichton, che ha rispinto il gruppo, con successo e in via definitiva, dentro i ’90 dopo l’incubo del disco precedente, così retrò. Il cantante Michael Sadler su questo album ha sfoderato una delle migliori prestazioni vocali della sua carriera. In particolare nei passaggi più calmi, dove si immedesima con tutto il cuore nel protagonista del concept, si merita i complimenti più sentiti. In più stavolta si è messo anche a suonare l’organo, che porta qualcosa di nuovo nel loro sound e dà a certi pezzi ancora più respiro.

Anche gli altri membri hanno dimostrato che la loro visione dei Saga come band progressive, nonostante un esperimento fallito, non si era mai spenta. Il tastierista Jim Gilmour sorprende ancora con una ricca tavolozza di texture di tastiera e, dopo tanto tempo, tira fuori anche qualche assolo di prim’ordine. Ian Crichton è come al solito ottimo con la sua chitarra elettrica (uno dei pochi del gruppo che non sbaglia davvero mai), e passa con eleganza da una potenza distorta (dove può suonare come un virtuoso hard rock/metal) a una raffinata sensibilità. Suo fratello Jim al basso e il batterista Steve Negus hanno fatto sì che la sezione ritmica stavolta sia una delle migliori della loro storia, per come combina varietà e impatto.

Quanto all’impatto, stavolta i Saga si sono avvicinati parecchio ai loro colleghi canadesi dell’art rock, i Rush, e in certi punti perfino all’eredità dei primi Kansas (soprattutto nei momenti più sinfonici). Anche se la maggior parte dei brani dell’album è prog rock, ora sinfonico, un attimo dopo di calibro più pesante, tutti i pezzi sono piuttosto brevi (il più lungo dura poco più di cinque minuti). In mezzo ce ne sono anche alcuni brevissimi (attorno a un minuto o meno), di solito impostati su chitarra acustica o pianoforte, delle “pause” che per fortuna non sono i soliti riempitivi inutili come spesso capita in questi casi. I brani filano uno nell’altro, come è piuttosto normale nei concept. L’album è straordinariamente variegato (qui secondo me hanno probabilmente toccato il vertice della carriera), il concept respira con successo per tutto il tempo e il disco funziona alla grande come insieme. Non mancano sinfonismi eccellenti, dove è l’orchestra a prendere l’iniziativa, e nemmeno momenti jazz da sogno. Di pop non c’è nemmeno un briciolo, e dopo l’eccessiva dose di saccarina del predecessore ci voleva eccome. L’atmosfera dell’album è di gran lunga la più cupa nella storia del gruppo, e si sposa benissimo col concept di critica sociale e con una musica che ti scuote da capo a piedi senza fatica.

L’iniziale “Chances Are # 1” è una melodia di pianoforte bellissima e delicata, accompagnata dalla voce romantica di Michael. Quest’ultima ritorna anche alla fine dell’album. Segue un ottimo catalizzatore prog rock, lo strumentale “Generation 13 (Theme #1), aperto da effetti, dal discorso rubato a un demagogo politico e da una forte distorsione. Poi arrivano un ritmo martellante da marcia e un riffing crudo che insieme suonano parecchio metal, finché subentrano un ottimo cambio e l’innesto di gustosi arrangiamenti barocchi d’orchestra, che portano il pezzo nelle acque del prog sinfonico. “All Will Change (Goodbye And Good Luck)” calma di nuovo l’atmosfera con una melodia delicata di pianoforte e una voce drammatica che racconta in modo convincente la storia del ragazzino perso in un mondo ostile. Poi la seconda sezione, chiamata “The Cross (Home #3), una delle parti migliori dell’album e secondo me un vero classico dei Saga, che ci introduce in modo splendido nel volto moderno, più incisivo, sinfonico e mistico del gruppo. La voce misteriosa di Michael è tirata dentro un ritmo raffinato, tastiere ambient e uno spiritoso riff di chitarra. Presto arriva anche un passaggio potente e un ritornello drammatico con una serie di passaggi di chitarra incisivi e una batteria dinamica. Un pezzo che diventerà una specie di metro di qualità anche per le loro composizioni future.

In “Danger Whistle”, che ha un’introduzione agghiacciante con dei sussurri di bambini, passano alla sezione acustica “Leave Them Alone”, che suona parecchio orientale, con la chitarra acustica di Ian che sembra quasi un sitar. Poi, dopo il passaggio, arriva una sezione drammatica, piuttosto cupa, su un ritmo ramificato e con cortine ambient di tastiere. “I’ll Never Be Like You #1” ha organo da chiesa e voce da penitente. “My Name Is Sam (Finding a Friend)” rappresenta il breve momento della storia in cui Jeremy conosce un nuovo amico, Sam, teppistello delinquente e viziato. È posato su un ritmo funky da bullo, che torna più volte nelle parti in cui entra in scena la personalità di Sam. Segue la drammaticamente tesa “The 13th Generation”, un altro dei pezzi centrali dell’album, pieno di suoni grotteschi, cambi di tempo insoliti e con l’immancabile ritornello drammatico che ti fa venire i brividi di ghiaccio. I passaggi di chitarra sono tirati al massimo, non mancano assoli virtuosistici mentre la dinamica ritmica è a livelli invidiabili. Secondo me uno dei loro pezzi più incisivi in assoluto.

“The Cross” è un’altra lamentazione piuttosto cupa su pianoforte e cortine ambient, dove la voce di Sadler è piena di dolore e disperazione e si pone da sola domande filosofiche sul padre perduto. “The Learning Tree”, dinamicissima, è una vera leccornia e un altro forte candidato a classico dei Saga. L’atmosfera cupa qui cambia completamente grazie alla linea funk del basso di Jim e a raffinati passaggi di chitarra. Michael alterna con un’efficacia incredibile la sua espressione vocale tra momenti di rabbia ed epicità, interpretando in modo convincente il ragazzino furioso quando scoppia il conflitto tra Jeremy e Sam. I cambi di tempo sono straordinariamente vari, non mancano stacchi strumentali mentre la potenza rock dura dall’inizio alla fine. Una vera scuola di art rock in miniatura. “I’ll Never Be Like You (Once Again)” è uno dei momenti sinfonici più belli dell’album, dove l’espressività vocale di Michael raggiunge nuove vette. Splendidi arrangiamenti orchestrali si intrecciano con grande efficacia con la sua interpretazione da spezzare il cuore. Secondo me il culmine sinfonico della loro carriera e il punto più lontano a cui siano arrivati nell’inserire elementi di musica classica nel proprio sound. L’ascoltatore non riesce proprio a credere che appena un anno prima facessero un pop zuccheroso per una serie TV d’azione di serie B.

In “Snake Oil” dopo tanto tempo mostrano di avere, tra le altre cose, un loro senso della teatralità. L’intro ha musica da circo, il famoso motivo da clown vertiginoso che suona come uscito da un incubo. A questo si aggiunge uno strato rimbombante di organo da chiesa, poi parte un crescendo agghiacciante di batteria, effetti sonori da brivido e un dialogo tra Sam e il suo psichiatra. Sam ogni tanto suona come un Bart Simpson che sta per combinarne una davvero sporca. Nella seconda sezione, “We Hope You’re Feeling Better”, arriva un ritornello epico e melodico con ottime armonie vocali, che porta un contrasto incredibile nell’atmosfera altrimenti schizofrenica della composizione. Non manca nemmeno uno splendido assolo di chitarra spaziale, che si adagia benissimo sopra lo strato di organo da chiesa e la batteria incisiva. Il pezzo alterna con grande efficacia atmosfere cupe ed esaltanti.

“My Name Is Sam (Your Time Is Up)” è un altro esperimento interessantissimo, con un effetto vocale distorto (che sale dal “rappato” fino all’urlo finale da bestia) e un ritmo a tratti, e di proposito, quasi da rapper. Nella seconda parte c’è un’ottima sezione strumentale jazz-funk con tanti cambi ritmici insoliti ed effetti. Rappresenta il momento in cui il film mentale di Sam si strappa definitivamente. “Generation 13 (Theme #2)” è un altro strumentale piuttosto morboso, con distorsione su una specie di compressore, cortine sonore e il parlato di un capo demagogo. Segue un antipasto ritmico impazzito, bello pepato di metal (batteria saltellante), nel quale grattano i riff scatenati di Ian. Il contrasto che nasce quando entra l’intro emotiva da ballata di “Where Are You Now?”, che ogni tanto suona come la colonna sonora di un film gotico di Tim Burton, non potrebbe essere più grande.

Ma già nella seconda sezione, “Screw ‘Em”, arriva una delle cose più sporche e tirate che avessero mai fatto fino a quel momento. Al riffing incazzato, alla batteria scatenata e allo strato rimbombante di organo segue un passaggio con una breve parte che, per la narrazione vocale e il ritmo, sembra parecchio rap. Ovviamente non dura a lungo e arriva un assolo di chitarra orgasmico che toglie il fiato. A questo si aggiunge un assolo di tastiere, poi le tastiere si riannodano bene con chitarra e ritmo. Michael ogni tanto torna a suonare come un teppistello di strada. I cambi di tempo sono straordinariamente vivaci e rappresentano un altro dei picchi prog rock del disco. “No Strings Attached”, ballata romantica e sognante, appena colorata di jazz, è una favola pura e una delle cose più belle e mature che abbia mai sentito da questo gruppo. Il pezzo è carico di una splendida atmosfera da mezzanotte, arrangiamenti orchestrali da sogno (conquistano soprattutto i fiati, cioè l’uso del clarinetto, che gli dà un tocco jazz), passaggi di chitarra delicati, finissime cortine sonore e un canto che spezza il cuore ma è anche sognante. Ian ogni tanto si concede qualche ghirigoro avanguardistico di chitarra mentre il ritornello a più voci è una vittoria totale che ipnotizia l’ascoltatore e lo porta in un’altra galassia. La composizione ha perfino un po’ dell’atmosfera e degli elementi che ricordano i King Crimson (nell’incarnazione degli anni ’80) e il loro classico “Matte Kudasai”, il che dice più di mille parole su quanto in alto siano riusciti ad arrampicarsi stavolta. Sicuramente una delle tre cose migliori del disco.

“All Will Change (It’s Happening To Me)” è la ripresa del tema leggero di pianoforte dell’inizio dell’album, solo che qui la voce è molto più “carica”, perché il protagonista si è reso conto dei suoi cambiamenti interiori. “The Victim” ha un possente strato sinfonico di organo, sopra il quale all’improvviso arriva un passaggio con quel classico motivo Saga, in cui su una performance vocale melodica ma anche spiritosa si alternano strati di tastiere e passaggi di chitarra affilati, il tutto accompagnato da un’eccezionale dinamica ritmica. “One Small Step”, divisa in due sezioni, ha di nuovo ottimi arrangiamenti orchestrali e la voce del piccolo bastardo Sam (in certi punti suona davvero antipatico), che compare nella prima sezione, chiamata “Sam’s New Friend”. Gli arrangiamenti sinfonici, attraverso i quali si fanno strada delicati passaggi di chitarra, suonano di nuovo come usciti da un film gotico. Dopo l’atmosfera da brivido arriva la sezione “We Hope You’re Feeling Better”, dove ritorna ancora una volta il motivo principale dell’album, che oscilla tra passaggi scatenati, distorti fino in fondo e tinti di hard rock/metal e arrangiamenti orchestrali tesissimi. Alla fine ritorna ancora quel ritornello vincente e travolgente “We Hope You’re Feeling Better”, che suona come un vero inno da stadio. Il grande finale drammatico è riuscito alla perfezione. “Changes Are #2” chiude l’album come era cominciato – con voce malinconica e delicato accompagnamento di pianoforte. Così si chiude il lavoro più compiuto (se non il migliore) della storia del gruppo fino a quel momento.

I Saga nella loro carriera avevano già dimostrato più volte di essere capaci di imprese artistiche eccezionali, quando vogliono e quando di mezzo non c’è la logica del denaro ma la voglia di esplorare nuovi aspetti artistici. Ma che fossero capaci anche di miracoli musicali l’ha dimostrato solo questo fenomenale concept album. “Generation 13” è uno dei migliori risultati della loro storia, paragonabile ai loro primi album, un puro capolavoro dell’art rock e un ritorno incredibile che supera i sogni più folli dei loro seguaci. Allo stesso tempo è anche un grosso schiaffo per tutti quelli che li avevano già dati per spacciati da un pezzo come band progressive e li consideravano più una band pop rock/AOR puntata sugli hit radiofonici. Con “Generation 13” i Saga hanno creato un gioiello prog rock splendente, che ancora oggi sorprende per la forza espressiva e il suono moderno e dimostra che il gruppo appartiene a pieno titolo ai rappresentanti più importanti del suo genere. Né prima né dopo hanno suonato così prog, e penso che sia uno dei loro pochi dischi in cui hanno dato una bella lezione anche ai loro colleghi dell’art rock, i Rush, che ormai da un pezzo si erano stufati dei concept progressive e (peraltro con grande successo) erano tornati alle radici hard rock. Purtroppo però i Saga questo loro traguardo non hanno saputo coltivarlo né costruirci sopra un successore, perché poi li ha punti di nuovo un’incomprensibile necessità di servire ai fan, dopo la torta alla crema dal seno di una giovane graziosa, il fiele di maiale dalle mani di una vecchia avvizzita. Negli anni ’90 i Saga sono diventati dei veri camaleonti dell’art rock, si potrebbe dire che con rapidità incredibile si sono spostati tra estremi sonori diversi, da grandi salite a cadute incredibili, e a volte di certo non era facile essere loro fan. Ci credereste che dopo il loro apice artistico come band prog o art rock con l’album successivo avrebbero toccato solo il fondo della carriera? Doveva succedere anche questo, perché potesse seguire un’altra grande rinascita musicale da bruco a farfalla, stavolta per fortuna quella definitiva.

Formazione

Michael Sadler – voce, organo
Ian Crichton – chitarra
Jim Crichton – basso
Jim Gilmour – tastiere, clarinetto, cori
Steve Negus – batteria, percussioni

MUSICISTI OSPITI:
Mary Newland – cori (17)
Richard barker & The Panorama City Philharmonic

Produzione

Jim Crichton

Tracklist

1. Chances Are #1
2. Generation 13 (Theme #1)
3. All Will Change
a) The Cross (Home #3)
4. Danger Whistle
a) Leave Her Alone
5. I’ll Never Be Like You
a) My Name Is Sam
6. The 13th Generation
7. The Cross
8. The Learning Tree
9. I’ll Never Be Like You (Once Again)
10. Snake Oil
a) We Hope You’re Feeling Better
11. My Name Is Sam (Your Time is Up)
12. Generation 13 (Theme #2)
13. Where Are You Now?
a) Screw’em
14. No Strings Attached
15. All Will Change
16. The Victim
17. One Small Step
a) Sam’s New Friend
b) We Hope You’re Feeling Better
18. Chances Are #2

Durata dell’album: 68:50

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