Black Clouds & Silver Linings

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Artista: Dream Theater
Etichetta: Roadrunner Records
Uscita: year
Durata: 75:22
Voto: 3/5

Quando nel nuovo millennio metti nel lettore CD l’ultimo disco dei Dream Theater, ti frullano in testa solo due domande. La prima è questa: “Troverò qualcosa di ascoltabile?” e la seconda è questa: “Dopo “Six Degrees Of Inner Turbulence” può ancora esserci qualcosa di diverso?”

Purtroppo entrambe le domande nascono da uno scetticismo che oggi è il compagno scontato di ogni nuova uscita dei Dream Theater. Chiariamo subito una cosa: i Dram Theater restano, e sono sempre rimasti, un’attrazione dal vivo di prima categoria, e qualsiasi euro speso nei loro DVD e CD che documentano i concerti è un investimento che vale il peccato. Ma una band si fa davvero valere solo con i dischi in studio. Dal vivo è permesso tutto, in studio no. Devi tirare fuori l’essenza di te stesso, mettere in mostra la tua unicità creativa. E non è sempre un compito facile.

“Scenes From A Memory: Metropolis pt II” (1999) è stato e resta il canto del cigno della band. “Octavarium” (2005) mostrava qualche segnale di piacevole sorpresa. “Systematic Chaos” è stato un nuovo crollo creativo e “Black Clouds And Silver Linings”? Più o meno l’ennesima minestra tiepida, a un miglio di distanza dai giorni dell’ispirazione, che conferma l’esaurimento creativo della band. Una band che oggi si preoccupa solo di cosa può suonare, quanto veloce e in quanti modi. Dai dischi degli Iron Maiden e dei Metallica fino ai Pink Floyd e ai Genesis. Un’incorreggibile, spenta esibizione di nozioni imparate a scuola, gonfiate a steroidi da passaggi solisti a velocità folle, con cui cercano di nascondere un grosso problema.

I Dream Theater, infatti, non sono mai stati famosi per la solidità del gruppo. Non nel senso della stabilità della formazione. Sono sempre stati famosi come singoli. Da questo punto di vista non è difficile farsi l’idea che si tratti in realtà di una band messa insieme a tavolino, il che ovviamente non è vero. Cinque ego trip con poca attenzione l’uno per l’altro. Per questo i pezzi sono lunghi, ramificati. Spesso troppo lunghi, con troppi motivi e soprattutto con decisamente troppi assoli. Alla fine tutti questi brani sembrano perfino uguali tra loro, anche se sono diversi. Forse proprio per i deboli legami di coesione tra i membri, i Dream Theater non riescono a tirare fuori da sé una maggiore compattezza, una definizione melodica dei motivi e una chiarezza creativa.  

A Nightmare to Remember, lunga quasi 15 minuti, nella prima parte è un brano promettente, molto atmosferico, che ti riempie davvero di speranza, vista l’aspettativa e l’esigenza, da sempre altissime, che l’ascoltatore ha verso un nuovo lavoro dei Dream Theater. L’atmosfera che la band crea con un notevole muro sonoro di riff e tastiere, sostenuto dalla solita doppia cassa della locomotiva Portnoy, è quasi provocatoriamente black metal. Poi entra LaBrie con la voce. Il pezzo è tipico dei Dream Theater. Frammentato nei motivi, ma fino ai 7 minuti e mezzo tutto è intrecciato in modo ardito e piacevole. Un galleggiare dinamico tra tanti stati d’animo. Tutto okay. Poi arriva l’infausto 36° secondo dell’ottavo minuto e Petrucci e Rudess, nella loro vertiginosa masturbazione solista, sbriciolano tutto quello che i ragazzi avevano costruito fino a quel momento. Non l’abbiamo già sentito fin troppe volte? Un solismo letteralmente odioso, che ti macina il cervello come un macinacaffè, incompatibile, non vissuto. Due minuti di tortura e poi finalmente arriva di nuovo un’uscita melodica, seguita da un riff compatto e perfino da un growl brutale, più piacevole nel finale di qualunque assolo. Quindi il primo pezzo poteva essere due minuti più corto, e lo “spaccare il capello in quattro” dei Dream Theater avrebbe mantenuto comunque il suo senso.

A Rite To Passage è qualcosa che i Dream Theater ci offrono da “Train of Thought” (2003). Un riff grezzo con una piega orientaleggiante e un ritornello melodicamente ben riuscito. Naturalmente la seconda metà è di nuovo crivellata di “soli-smi” e la sensazione che resta alla fine è la stessa dell’ascolto del pezzo d’apertura. Whiter è il brano più corto, pronto per uscire come singolo, ma anche questo l’abbiamo già sentito tutto in Forsaken o Through Her Eyes, per non parlare della stra-eccellente Surrounded. The Shattered Fortress è un tentativo di creare un brano simile al classico Metropolis, con un’introduzione e un finale sdolcinati e clichéizzati, dove ti puoi cantare la melodia in anticipo. Ci risiamo: la band prova a riciclare i suoi vecchi lavori. Troppo evidente. The Best Of Times porta di nuovo qualcosa di più interessante. Un brano avvolgente, un motivo fluido, Petrucci riesce a piazzare un’introduzione interessante di impronta orientale-maideniana, che si incastra perfettamente nell’energia da “Train of Thought” del pezzo. Il brano più duro dell’album, in cui i Dream Theater sono pericolosi metallari (thrash!). Se mettiamo da parte il kitsch di Rudess alle tastiere nel ritornello, è un pezzo con del potenziale. Quando poco prima del settimo minuto Rudess scappa negli assoli, ti viene da desiderare una cosa sola: “Rudess, lascia subito i Dream Theater!” Il solismo di Petrucci nella parte finale del pezzo basta e avanza, è perfino ascoltabile! Soprattutto la band tira fuori il brano con abilità nel finale, perché la dinamica cresce con l’aiuto dei ritmi progressivamente spezzati della locomotiva Portnoy, che qui si trascina dietro il pezzo.

The Count Of Tuscany, quasi 20 minuti, continua a far comprare i fissati del prog metal con la sua lunghezza. Interessante è il dodicesimo minuto dell’album, perché è difficile non notare la somiglianza dell’approccio di Petrucci con il trucco della “steel pedal” di Steve Howe, usato nel lontano 1974 nell’album “Relayer” degli Yes, nel brano Gates Of Delirium, prima della parte chiamata Soon. Eh, ci risiamo con il riferimento. L’ultimo brano è di per sé un buon brano, senza difetti. Perfino ascoltabile. E anche di più. La compattezza addirittura domina sulla frammentazione, nonostante i quasi 19 minuti di durata. Posso concludere che è proprio questo pezzo a salvare l’album dalla mediocrità, a sollevarlo sopra la confusione che regnava nell’album dal titolo eloquente “Systematic Chaos” (2007). E, cosa più importante, i Dream Theater questo brano non lo hanno fatto a pezzi con gli assoli. Si potrebbe dire, fino a un certo punto, perfino un Change Of Seasons per il 2009.

“Black Clouds And Silver Linings” è, nei contenuti, “Systematic Chaos” con un po’ più di compattezza e con il solito sferragliare metal da “Train of Thought”, a cui ormai ci siamo abituati. Il nuovo album non ha niente di speciale. Non è nemmeno particolarmente attraente e, da questo punto di vista, per la band è più un passo indietro che avanti. È i Dream Theater da capo a piedi, ma con troppo auto-riciclo, che i ragazzi non riescono a mascherare, perché nella band da un pezzo non soffia più nessun venticello concreto capace di portare ispirazione creativa. Soprattutto spiccano ancora, e non poco, certi assoli forzati, in particolare quel suono odiosamente acuto e stridulo, quasi da PinBall o SuperNintendo, del tastierista Jordan Rudess, che ci dà un nuovo alibi per rimpiangere ancora di più sia Derek Sherinian sia, ancora di più, Kevin Moore. Questo significa anche che l’album avrebbe potuto essere almeno 20 minuti più corto e risultare così molto più piacevole. Dunque. Un buon album. Senza picchi. Gli appassionati della band ce l’hanno. Noialtri restiamo del tutto appagati dall’opera della band fino al 1999.

Formazione

James LaBrie – voce
John Petrucci – chitarra
Jordan Rudess – tastiere
John Myung – basso
Mike Portnoy – batteria

MUSICISTA OSPITE:

Jerry Goodman – violino (traccia n. 5)

Produzione

Mike Portnoy & John Petrucci

Tracklist

1. A Nightmare to Remember (16:10)
2. A Rite of Passage (8:35)
3. Wither (5:25)
4. The Shattered Fortress (12:49)
5. The Best of Times (13:07)
6. The Count of Tuscany (19:16)

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