Porcupine Tree ipnotizzano Padova (2009)
Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Teatro Tenda / Padova / Italia
Data del concerto: 07.11.2009
Pubblico: 3000
Prezzo del biglietto: 34,50€
Si sa come vanno ste cose: nuovo tour dei Porcupine Tree, nuovo disco, “The Incident” (recensione di RockLine QUI). Sono passati quattro giorni da quando i Porcupine Tree hanno suonato in Slovenia, per la precisione al Kino Šiška di Lubiana (reportage di RockLine QUI), e la curiosità ci ha spinti verso la seconda tappa più vicina del tour in corso: Padova, in Italia.
I Porcupine Tree, accompagnati in tour dai promettenti rocker progressive francesi Demians, sono arrivati a Padova da Bologna, dove avevano suonato il giorno prima. Era l’ultima data nel Vecchio Continente: poi i Porcupine Tree si ritirano per un bel po’ nel grembo della loro isola natale, la Gran Bretagna, fino a fine novembre, quando tornano per la tranche tedesca del tour. Il Teatro Tenda (teatro-tendone), o Gran Teatro, ha fatto venire parecchi dubbi a noi due, viaggiatori ignari. In rete, infatti, non c’è modo di scovare l’indirizzo preciso di dove si trovi. L’unica cosa scritta era Corso Australia. Si tratta di una delle circonvallazioni “interne” che girano intorno a Padova. Dopo l’inevitabile perdita dell’orientamento e un atterraggio da qualche parte nella zona sud di Padova, abbiamo avuto una fortuna sfacciata nell’imbattersi nella prima vittima a cui chiedere le coordinate giuste: la gentile barista di un bar di una pompa di benzina ci ha mandati verso la zona di Foro Boario. Uno resta un po’ spaesato, per non dire sorpreso, quando si accorge di essere già passato davanti al teatro. E per giunta lungo una doppia carreggiata, solo che il teatro stava sul lato opposto rispetto a quello da cui eravamo arrivati (da Padova ovest verso Padova sud). Bastava quindi tornare indietro, nella direzione opposta. Il teatro sta davvero su Corso Australia. Vi è mai capitato di sentire che gli edifici lungo una tangenziale abbiano un numero civico? E anche il teatro “sotto il tendone” non ce l’ha. Volevo solo dire che è dannatamente facile da trovare, ma anche da mancare. Siccome però si monta e si smonta a seconda del cartellone dei concerti, non ha nemmeno bisogno di un numero civico fisso.
Questo teatro gli organizzatori lo montano solo il giorno del concerto, con tanto di struttura e copertura in tela del tendone. Questa consolidata maniera di fare ha creato un po’ di confusione anche alla band dei Porcupine Tree, che all’arrivo si è trovata in una situazione in cui non sapeva dove fossero l’ingresso della sala e il palco, perché né l’una né l’altro esistevano (ancora). Chissà perché, ma gli italiani hanno una filosofia tutta loro per quanto riguarda gli spettacoli dal vivo, ed è meglio essere preparati. I Porcupine Tree hanno così iniziato il soundcheck soltanto alle 19.00, e probabilmente avranno pensato che l’organizzatore fosse un pigrone. Macché. È semplicemente stile italiano. Il concerto era annunciato per le 21.30. A Lubiana era partito tutto alle 20.00 in punto. Ma funziona così. Gli italiani sono abituati a venire per stare in compagnia e divertirsi, bersi insieme una birra o due, mangiare bene, chiacchierare, mentre il concerto in sé è per loro un extra, una ciliegina in cima alla coppa di frutta.
Alle 18.00 una grossa ressa di gente premeva contro i cancelli d’acciaio, ancora ben sprangati. Dopo circa mezz’ora le preghiere sono state esaudite, e la folla si è subito buttata sul banchetto del fast food, iniziando a “ingozzarsi” in massa. Solo alle 19.00, come detto, si sono potuti sentire i primi suoni del soundcheck dei Porcupine Tree, mentre la gente ha cominciato a entrare nella sala finalmente alle 20.30!
| DEMIANS: 21.00 – 21.40 |
La band francese, che nemmeno nei sogni più folli si sarebbe immaginata di piacere al capo in persona dei Porcupine Tree, Steven Wilson, che li ha invitati in tour, ha in tasca l’album di debutto “Building An Empire” (2008) – recensione di RockLine QUI e pochi giorni prima di partire per questo tour ha finito anche di registrare il nuovo disco, che dovrebbe uscire ad aprile 2010!
La formazione è guidata dal mago della musica e “pezzo unico” Nicholas Chapel, che nell’assorbire e restituire l’informazione musicale funziona, in fondo, in modo simile a Steven Wilson. Lasciamo da parte per un attimo il pignolismo sonoro e il resto. Il punto in comune fra i due è che entrambi si lasciano guidare liberamente nel combinare melodie perfette con atmosfere ad alta vibrazione, e non cercano indicazioni nella musica già creata da altri. Chapel, aiutato sul palco da altri due membri, è costretto a esibirsi con i Demians senza tastierista, quindi con tastiere preregistrate. Semplicemente, prima del tour non è riuscito a trovare un tastierista adeguato a colmare il vuoto. Da solo piazza nello spazio una sbavatura sonora ricca di riff, che resta organica ma allo stesso tempo ha un impatto rock bello diretto, e ti prende in un attimo grazie alla voce virile, intonata a metà, di Chapel: non diresti mai, nemmeno nei sogni, che il tipo sia francese, tanto “NonFrancesi” suonano i Demians. Il canto è più che soddisfacente, “inglese” al punto giusto, e dal modo in cui Chapel prende i versi e tira le parole dentro la melodia si capisce che ha un orecchio eccellente e una sensibilità musicale nel sangue.
I Demians sono un boccone molto più leggero dei Porcupine Tree. I paragoni li faccio malvolentieri, ma anche i Demians riescono a creare momenti di grande atmosfera, che ti tirano dentro e non ti mollano più per tutto il viaggio. Solo che i Demians sono molto più semplici. Non creano un dialogo così ricco fra tastiere e chitarra, né fra questi due elementi e la sezione ritmica. Le tastiere servono soprattutto a stendere una cortina sonora, e per farlo ricorrono spesso a suoni retrò a cavallo fra Sessanta e Settanta. Gli arrangiamenti possono anche essere dilatati, ma vengono semplificati soprattutto da tanti pattern di chitarra e dal rumore rock messo bene in evidenza.
I Demians hanno fatto la loro esibizione al massimo. Le condizioni, per quanto riguarda lo sfruttamento del suono, erano più che ottimali per una band di apertura, cosa molto importante nel caso dei Demians, che in molti posti sono ancora poco conosciuti. L’ha sperimentato sulla propria pelle anche il pubblico italiano, che i Demians hanno convinto e che li ha accompagnati giù dal palco con ovazioni fragorose. In ogni caso Chapel è un genio a modo suo. I Demians sono una band difficile da paragonare, hanno uno stile particolare e riconoscibile. Costruiscono su ricche cortine sonore e mantengono la melodia. Tutta roba interessante anche per i fan dei Porcupine Tree. In Perfect Simmetry Chapel ha usato anche un po’ di effetti delay: ha “memorizzato” un motivo, l’ha spinto sullo sfondo del quadro sonoro e ci ha suonato la melodia sopra. Insomma, i Demians sono una band che in futuro può ancora prosperare alla grande e crescere fino a farsi conoscere sulla mappa mondiale. Teniamo le dita incrociate.
| PORCUPINE TREE: 22.00 – 00:10 |
I nostri compagni, con cui quattro giorni fa a Lubiana avevamo passato due ore indimenticabili di fantasmagoria concertistica, di perfezione sonora ed esecutiva, stavolta si sono concessi una bella pulizia a fondo del pavimento del palco prima di decidersi a salirci. Per ben cinque minuti, dopo che dal punto di vista tecnico era già tutto pronto per l’esibizione, abbiamo potuto goderci la vista dello stage manager che strofinava il pavimento con l’aspirapolvere. Il pubblico è scoppiato in diverse salve di risate, molti hanno tirato fuori macchinette e cellulari per immortalare il momento, e questa visione piuttosto grottesca del palco ci ha aiutato a far passare i pesanti minuti del conto alla rovescia verso l’inizio.
La risposta alla domanda perché i Porcupine Tree abbiano bisogno di un aspirapolvere in tour, i presenti al concerto di Padova l’hanno avuta presto. Il tendone è stato inghiottito dal buio. Il pubblico si risveglia. Gli uomini sono sul palco. Un tenue fascio di luce viola-blu illumina per qualche istante solo Steven Wilson, che aspetta immobile che parta l’intro preregistrata di Occam’s Razor. Subito dopo la band esplode nel riff pesante di The Blind House, il palco si riempie di sfumature di luce verde, rossa e bianca, e Wilson fin dall’inizio fa capire di dominare con sicurezza anche palchi ben più grandi di quello del Kino Šiška: fra un riff e l’altro ha quasi eseguito una vera danza propiziatoria da stregone, mostrando per la prima volta i piedi nudi e dando così un senso all’aspirapolvere.
Per farvi un’idea, descrivo al volo le condizioni in cui i Porcupine Tree hanno suonato a Padova. Il teatro “sotto il tendone” non è molto più piccolo della sala piccola della Hala Tivoli, e le tribune stanno solo dietro il parterre, a una distanza di circa 80 m dal palco. Il telone è calato su una struttura d’acciaio che raggiunge un’altezza di una buona ventina di metri. Condizioni del genere hanno permesso alla band di sfruttare al meglio l’allestimento delle luci di scena, il che ha dato il via a un fattore importante nella creazione dell’atmosfera ipnotica per cui i concerti dei Porcupine Tree sono famosi.
Il suono era di nuovo una meraviglia. Certo, non dovevi stare troppo lontano dal palco, perché con la distanza il suono calava. Effetto opposto a Lubiana, dove a quanto pare a qualcuno fra i presenti “facevano male” le orecchie, perché i Porcupine Tree erano “troppo forti” proprio in fondo (vicino all’uscita/ingresso della sala del Kino Šiška). Durante il concerto mi sono spostato da destra, poi indietro fino a 30 m dal palco, e a un certo punto mi sono “infilato” a forza lungo il centro del parterre fino a una decina di metri scarsi dalla band. Ovunque sentivi chiaramente tutto quello che succedeva sul palco. Era importantissimo soprattutto nella costruzione dei collage sonori stratificati che mettono insieme Wilson, Barbieri e Wesley. Di solito questi ultimi due, al punto che a volte fai fatica a capire quale suono appartenga a quale dei due. Gli effetti attraverso cui suonano Wilson e Wesley storcono parecchio il suono, tanto che a volte hai la sensazione che sul palco ci siano tre tastieristi. Non mancano nemmeno i “soundscapes” mellotronici occasionali di Wilson (Circle of Manias) suonati con la chitarra, per i quali non serve neanche più ricordare da quale guru della chitarra siano ereditati, o i raddoppi di linee fra Barbieri e Wesley (I Drive The Hearse).
La band ha confermato di nuovo un’affiatamento eccellente e una forma altissima. La prima parte è stata segnata per intero dal disco “The Incident”, con il culmine in Time Flies. Un ottimo nuovo prodotto che si merita senza dubbio di essere eseguito per intero. Wilson, che a quattro giorni dalla visita dei Porcupine Tree a Lubiana non era ancora riuscito a radersi e a Padova esibiva senza vergogna una faccia leggermente ispida, ha tenuto d’occhio per tutto il tempo, da vero capo, cosa facevano i suoi compagni sul palco. Spesso, quando Barbieri o Wesley prendono il comando nel dipanare un motivo, Wilson, un attimo prima che prendano il ruolo, passeggia fino a loro, oppure fino a Harrison ed Edwin, e osserva se i colleghi sono sulla “giusta lunghezza d’onda” nel ridare vita al materiale sul palco.
Su Wilson sono dappertutto capelli, che nell’acconciatura sono scompigliati apposta anche sugli occhi e su tutta la faccia. Spesso mentre canta il suo viso non lo vedi nemmeno. Ogni tanto il ciuffo che gli cade sul volto e sulla bocca si apre per un attimo mentre il tipo espira cantando, oppure se li soffia via per scoprirsi la visuale che gli serve. Sono dettagli minimi, ma interessanti, perché appartengono solo al modo di fare e all’immagine scenica della figura unica di Steven Wilson. Wilson ha cantato di nuovo benissimo, articolando la voce con maestria, e ha entusiasmato soprattutto nei momenti in cui aveva al collo la chitarra acustica, seduto su uno sgabello da bar, cioè nei momenti di maggiore raffinatezza.
Dopo una pausa di 10 minuti la band attacca la seconda parte, dedicata a rispolverare i classici più vecchi. Questa parte è stata ovviamente più intensa, perché il pubblico li conosce molto meglio del nuovo album, che nelle orecchie sta ancora prendendo piede. Così abbiamo potuto navigare senza confini con la band in un trittico che è partito con The Start of Something Beautiful (“Deadwing”, 2005). Nella seconda parte è venuta a galla con tutta la sua intensità espressiva la forza e la capacità della band di creare un’atmosfera solida, che ti può portare in uno stato di “rapimento”, per non dire “ipnosi”. Con gli ottimi effetti delle luci di scena, questa sensazione si approfondiva e si intensificava ancora di più. Ha contribuito parecchio anche il pubblico entusiasta, che ha agganciato subito la frequenza giusta con la band e si è lasciato andare alla libera navigazione nel suono e nel mondo musicale unici dei Porcupine Tree. Magia, in una parola!
Uno dei momenti più cupi della serata, Russia On Ice (“Lightbulb Sun”, 2000), è passato senza stacchi in un momento di rock più tirato, nella seconda parte del brano Anesthetize (“Fear of a Blank Planet”, 2007), che ha scaldato a dovere il parterre pieno. Dopo, Wilson, stavolta molto più laconico che al concerto di Lubiana, si è preso finalmente qualche istante per parlare al pubblico. Ha annunciato il pezzo successivo come il momento del concerto di Padova che nessuno aveva ancora visto finora in questo tour. Il brano in scaletta lo ha descritto come qualcosa nato tanti, tanti anni fa, quando i Porcupine Tree non avevano ancora la possibilità di suonare in Italia. Stars Die, uscita come EP prima ancora dell’album “The Sky Moves Sideways” (1995), ha in qualche modo sostituito Lazarus (“Deadwing”, 2005), che la band per esempio aveva suonato al concerto di Lubiana quattro giorni prima, mantenendo però la funzione di sgonfiare l’atmosfera altamente elettrizzata e creando il passaggio verso un’esperienza ambient completamente nuova! Un brano sognante, che ha rappresentato un’ottima e irripetibile variazione del repertorio. La band ha poi versato di nuovo olio sul fuoco con il classico di “In Absentia” (2002) Strip The Soul, brusco ma cupo, accelerato e malvagio, e lo ha “calmato” da maestra con il brano “.3”
Segue un’altra breve pausa, e Wilson si ripresenta sul palco con un bicchierino di vino. Nel discorsetto brinda con la folla e attira l’attenzione su di sé soprattutto con la frase: “This is my first glass of “vino” on this tour!” Naturalmente il pubblico ha colto il cinismo dell’inglese, e giù di nuovo salve di risate e ovazioni. Considerando che Wilson è un “pignolo” spaccacapelli in quattro, come perfezionista musicale in effetti è, uno quasi gli crederebbe che finora in tour abbia bevuto solo acqua. Dopo una breve pubblicità all’EP “Nil Recurring” (2008), la band si butta su Normal e poi sorprende con una mossa del tutto inaspettata. Come brano di chiusura della parte regolare sceglie un pezzo del CD extra del nuovo disco “The Incident”, cioè Bonnie The Cat. La mossa sorprende soprattutto perché la maggior parte si aspettava per finire un brano più vecchio nello stile di Blackest Eyes, Even Less, Open Car, The Hatesong, e simili…
Ma è chiaro perché questo brano piaccia tanto alla band. A prescindere dall’atmosfera tremendamente cupa che la band ricrea sul palco, in questo pezzo piace e stupisce soprattutto lo sguardo sull’opera unica del batterista Gavin Harrison. La contraddistingue una frantumazione progressiva, del tutto imprevedibile, delle linee esplorative. Nemmeno una linea di batteria si ripete, nemmeno un passaggio è uguale. Il dettare il ritmo di base del rullante in questo brano è impossibile da prevedere, e allo stesso tempo Gavin “spolvera” lungo il pezzo qualche “rolling” esplosivo e dosato con precisione, che crea una dinamica di prim’ordine e sottolinea la ricca portata tridimensionale del quadro sonoro così costruito. Geniale e nello stile dei più grandi maestri! Giù il cappello! E all’improvviso la parte regolare del concerto era finita! Non c’è da stupirsi che a scegliere Harrison per i King Crimson sia stato Robert Fripp in persona.
Il pubblico non smetteva più con le ovazioni. “Porkupin 3!” è stata stavolta la traduzione “italianizzata” del nome della band amata. La gente è in estasi. Gli eroi tornano, sparano l’attesissima The Sound Of Muzak (“In Absentia”, 2002), che culla il pubblico in un nuovo sogno e funziona da vincitrice con il suo ritornello melodicamente seducente, impensabile senza la voce di Wilson. Quando Wilson prende in mano anche la chitarra acustica, diventa quasi del tutto chiaro che segue Trains (“In Absentia”, 2002). Durante l’esecuzione Wilson si avvicina di nuovo a Wesley e poi anche al maestro Richard Barbieri (ex-Japan) e dà loro istruzioni. Evidentemente entrambi hanno colto i segnali giusti. Poco prima dell’uscita finale del brano i Porcupine Tree si fermano. Segue infatti una presentazione scherzosa dei membri della band, a cominciare da Gavin Harrison e dal suo trucchetto con l’asciugamano, mentre in sottofondo si infila una parte preregistrata di “Hit Me With Your Rhythm Stick” di Ian Dury and the Blockheads. Tocca poi, secondo le parole di Wilson, all’italiano Richard Barbieri, che intanto si è lanciato in un breve e spassoso motivetto di salsa. La comicità non finisce lì, e la gente si diverte un mondo quando Wilson annuncia l’americano John Wesley, e Barbieri qui “infila” il motivo portante di “Born In The Usa” di Springsteen. Resta ancora Colin Edwin. Australiano? Esatto. E cosa hanno scelto i dispettosi folletti del suono come sottofondo per la sua presentazione? “Down Under” dei Men At Work, ovvio!
Ma gli scherzi sono durati poco, perché la band ci porta nelle due ripetizioni finali di Trains, attraverso il verso “Always the summers, are slipping away”… Poi Wilson urla: “Grazie!” Fine. Due ore e dieci minuti piene (pausa esclusa) di perfezione sonora e musicale dei Porcupine Tree, una band in forma straordinaria, sono volate di nuovo via in un lampo. Senza un momento di vuoto. Anche dopo il concerto di Lubiana, dove la band, rispetto all’esperienza di Padova, aveva messo l’accento su maggiore intimità e più rock, i Porcupine Tree nell’ambiente completamente diverso del Teatro Tenda hanno messo in fila un altro frammento musicale indimenticabile, irripetibile, unico e magnifico. Stavolta abbiamo potuto gustare e sentire in modo ancora più intenso la vittoriosa creazione di un’atmosfera ricca, l’essenza del mondo unico dei Porcupine Tree.
foto: Aleš Podbrežnik
Scaletta
DEMIANS: 1. Sapphire 2. Naive 3. Feel Alive 4. Earth 5. The Perfect Symmetry PORCUPINE TREE: 1. Occam’s Razor 2. The Blind House 3. Great Expectations 4. Kneel and Disconnect 5. Drawing the Line 6. The Incident 7. Your Unpleasant Family 8.The Yellow Windows of the Evening Train 9. Time Flies 10. Degree Zero of Liberty 11. Octane Twisted 12. The Séance 13. Circle of Manias 14. I Drive the Hearse — seconda parte (dopo una pausa di 10 minuti) — 15. The Start of Something Beautiful 16. Russia on Ice 17. Anesthetize Part 2: “The Pills I’m Taking” 18. Stars Die 19. Strip The Soul 20. .3 21. Normal 22. Bonnie the Cat — bis — 23. The Sound of Muzak 24. Trains
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