Porcupine Tree tornano a Vienna (2022)
Luogo: Vienna / Gasometer / Austria
Data: domenica 23/10/2022
Nella penultima domenica di ottobre la sala concerti viennese Gasometer era piena da scoppiare: a riempirla sono stati i fan della leggendaria band progressive rock inglese Porcupine Tree. I campioni del prog rock moderno si sono esibiti a Vienna per la prima volta dopo dodici anni, cioè da quando si erano fermati (almeno in apparenza) e il loro eclettico capo Steven Wilson, che i più conoscono come cantante e chitarrista fondatore, si era dedicato per un bel pezzo alla carriera solista. Dopo più di dieci anni di assenza sono tornati quest’anno con il nuovo album »Closure/Continuation« (RockLine recensione), accolto più che giustamente con calore dalla maggior parte dei fan, e hanno annunciato un nuovo tour.
Visto che è più che possibile che si tratti di un tour d’addio, anche per questo l’interesse per la data viennese era enorme, tanto da portare a Vienna parecchi appassionati sloveni di musica sperimentale, spesso dai toni intellettuali e dalla profondità ambient, anche se altrettanto spesso decisamente malinconica e cupa. Nonostante Steven odi i paragoni con altre band e non molto tempo fa rifiutasse ancora l’etichetta ’progressive rock’ per la musica dei Porcupine Tree, molti fan, per via di quella profondità ambient e dell’accento su malinconia oscura e romanticismo, amano paragonarli ai leggendari Pink Floyd.
Steven e compagnia hanno diviso lo show di tre ore in due parti, separate da una pausa di venti minuti, perché la band ‘dopo l’incontro di tutti e tre i membri con Abramo’ non rientra più tra i giovanotti del mestiere e ha bisogno di tirare un po’ il fiato. Sul palco Steven era affiancato dagli altri due membri storici, cioè il rodatissimo tastierista Richard Barbieri (ex-Japan) e il grandissimo batterista Gavin Harrison, che si guadagna da vivere anche con i King Crimson, mentre molti dei presenti hanno incontrato per la prima volta i due musicisti americani ingaggiati per i concerti.
Il chitarrista e voce di supporto Randy McStine (noto per le collaborazioni con musicisti come Nick D’Virgilio, Marco Minnemann, Ryo Okumoto, Adam Holzman, Dave Kerzner, Doug Pinnick, Vinnie Moore e Charlie Benante) e il bassista Nate Navarro sono due musicisti notevoli, come hanno dimostrato più volte durante lo show, ma il loro futuro nei Porcupine Tree resta incerto. Molto probabilmente rimarranno solo dei rinforzi per i concerti, come il predecessore di Randy, John Wesley. Va detto però che Randy, con il suo eccellente lavoro alla chitarra aggiuntiva e le armonie vocali di supporto, è stato un aiuto enorme per Steven e si merita una menzione speciale.
I Porcupine Tree hanno aperto lo show con »Blackest Eyes«, standard prog metal tratto da »In Absentia« (2002) e una delle loro composizioni più rappresentative. Steven, come da sua vecchia abitudine, era scalzo sul palco e passeggiava di continuo nella zona tra Barbieri e Harrison. Quella sera a tratti è sembrato un po’ imbronciato e anche le sue battute stavolta non hanno fatto ridere tutti, anche se il suo senso dell’umorismo resta azzeccato e un paio di volte ha scherzato pure su se stesso. Lui stesso ha ammesso a un certo punto che le sue battute evidentemente non fanno più ridere, visto che al concerto precedente, rispetto alla serietà del pubblico viennese, avevano strappato almeno qualche sorrisetto trattenuto.
Ha poi ringraziato il pubblico per non essere andato piuttosto al concerto dei The Cure, che si teneva lo stesso giorno, e, sulla scia dell’impopolarità generale degli USA e della politica americana tra la maggior parte degli europei, se l’è presa con i due ’novellini’ americani. Si percepiva anche una lieve gelosia (finta?) verso Gavin, che, come membro di Porcupine Tree e King Crimson e uno dei batteristi rock più apprezzati della nostra epoca, gode di una popolarità enorme. Alcuni fan in sala, infatti, non tenevano in mano solo i cartelli di sostegno a Steven: in quel modo celebravano anche Gavin.
La prova che il principale mecenate del prog rock moderno si sta trasformando, socialmente ed emotivamente, in una primadonna eccentrica è soprattutto il suo rapporto con le fotografie. Per i fotografi accreditati gli scatti erano limitati rigorosamente ai primi due pezzi e per giunta solo da certe posizioni, mentre per il pubblico qualsiasi foto o ripresa del concerto era vietata in modo categorico. Sempre più, su questo genere di pignoleria e rigidità, Steven di anno in anno somiglia a Robert Fripp, uno dei suoi idoli musicali.
I classici di sempre si sono mescolati ai brani dell’ultimo album in studio, suonato per intero: Steven l’ha sottolineato di proposito, punzecchiando tutte le band che all’uscita di un nuovo disco ne suonano dal vivo solo una manciata di pezzi. Come da tradizione ormai pluriennale per questa band, quasi tutti i brani erano accompagnati da proiezioni visive interessanti e sconvolgenti. Le più spiccate erano quelle di »Fear of a Blank Planet«, con i ragazzini distrutti a livello psicosociale, e del nuovo pezzo »Herd Culling«, con lupi, o meglio lupi mannari, da brividi.
Gli amanti delle cose più oscure dei Porcupine Tree hanno gioito per »Buying New Soul«, uscita nel 2008 su un singolo relativamente raro e conosciuta solo dai seguaci più fedeli. Non è facile essere un fan dei Porcupine Tree e conoscere le loro cose più rare, perché la concorrenza è fatta di vari dottori in scienze musicali e ’secchioni’ dell’informatica, come mostrava anche un’occhiata al pubblico, dove le donne, come di solito ai concerti loro e di Steven solista, erano poche anche quella sera, anche se la situazione sta migliorando piano piano.
L’album »Stupid Dream« (1999) era rappresentato solo da »Even Less«, mentre gli appassionati dei pezzi meno chiacchierati hanno gioito per »Drown With Me«, uscita in origine solo sulla versione europea esclusiva di »In Absentia«. Pur trattandosi di un brano meno noto, la reazione finale non è stata meno fragorosa che per la maggior parte degli altri pezzi della serata. Probabilmente in sala abbiamo gioito proprio tutti per la ghiottoneria di »In Absentia« »The Sound of Muzak«. All’uscita era un brano visionario, perché il suo messaggio, o meglio il suo avvertimento sull’arrivo e il trionfo di una musica che di musica avrebbe avuto solo il nome, negli anni successivi si è avverato in più di un senso, a guardare i vertici delle classifiche moderne. Beh, la realtà è comunque un po’ meno nera delle previsioni di vent’anni fa, come ha ricordato anche Steven.
Tra le sorprese maggiori si può mettere anche l’esecuzione impeccabile del capolavoro psichedelico »Last Chance to Evacuate Planet Earth Before It Is Recycled«, quella sera l’unico standard da »Lightbulb Sun« (2000). Appena sulla proiezione è comparso il volto folle di Marshall Applewhite, capo della famigerata setta Heaven’s Gate che nel 1997, al passaggio della cometa Hale-Bopp, spinse alla morte sé stesso e i suoi seguaci con il pretesto che le loro anime si sarebbero trasferite in nuovi corpi su un’astronave extraterrestre prima che il nostro pianeta venisse riciclato, in sala è partito un bel boato.
Un’introduzione tutta speciale se l’è meritata anche il complesso capolavoro »Anesthetize«: prima di suonarlo Steven, che ogni tanto si è ritrovato anche dietro al suo amato sintetizzatore, ne ha messo in risalto la parte centrale tutta metal e mazzate. Quella parte nacque infatti nel periodo in cui il capo dei Porcupine Tree si entusiasmava un sacco per le forme più estreme del metal progressivo, ovvero per i metallari estremi che di colpo avevano scoperto il meraviglioso mondo del progressive rock. Allo stesso modo Steven, da giovane, dopo aver scoperto il prog rock degli anni Settanta, aveva smesso di seguire la scena NWOBHM.
L’album »The Incident« (2009), che per molto tempo è stato considerato l’ultimo lavoro in studio dei campioni del prog inglese, era rappresentato da »I Drive the Hearse«, che nell’originale è la sezione conclusiva dell’epica suite di 55 minuti »The Incident«. Durante »Sleep Together«, con cui si è chiusa la seconda parte del concerto, Steven ha dimenticato qualche verso, cosa che un musicista del suo calibro davvero non dovrebbe permettersi. Comunque la maggior parte dei fan gli ha perdonato subito la caduta, perché nel bis con i compagni ha suonato tre classici dei Porcupine Tree che hanno fatto venire la pelle d’oca a quasi tutti. Il primo bis è stato il nostalgico capolavoro »Collapse the Light into Earth«, che Steven ha cantato con una carica incredibile suonando la chitarra acustica, con il solo Barbieri al pianoforte a fargli compagnia sul palco. Le sorprese non erano finite, perché è seguita »Halo«, standard di »Deadwing« (2005), che quella sera, sorprendentemente, è stata l’unico brano di quell’album tanto amato dai fan.
I Porcupine Tree hanno chiuso lo show con il loro pezzo più riconoscibile: »Trains«. A detta di Steven, ancora oggi non sanno dare una vera risposta sul perché questo standard dalle tinte di melodie celtiche sia diventato così amato dai fan. La sala è esplosa di entusiasmo dopo che Steven ci aveva preso in giro con un falso annuncio di un medley fatto di cover di vari classici del rock, che poi ha bollato come una delle abitudini concertistiche più miserabili di certe band. Quando tra le possibili cover ha nominato »Sweet Home Alabama« è stato subito chiaro che era una battuta insulsa. Purtroppo l’esecuzione di »Trains« non conteneva la parte strumentale dalle tinte celtiche, uno dei rari casi di incursione nel folk nella storia dei Porcupine Tree, ma è stata interrotta da una breve pausa, cioè dal silenzio, dopodiché hanno suonato ancora una volta a piena potenza il suo motivo centrale, chiudendo così lo show.
L’impressione finale sul concerto viennese dei Porcupine Tree si potrebbe riassumere in una versione riadattata del detto dell’antica Roma ’venni, vidi, vinsi’, che non si attribuisce a Steven Wilson ma a un’anima antica, eppure affine e autoritaria: Giulio Cesare. Tutto è stato suonato e cantato a un livello invidiabile, perciò nemmeno il già citato scivolone di Steven sul testo di »Sleep Together« ha rovinato l’ottima impressione finale. Anche l’audio in sala era fantastico, perché Steven, da una vita ingegnere del suono e produttore, in questo è un vero perfezionista. La scaletta era praticamente da sogno, anche se qualcuno di noi ha sentito la mancanza di altri standard amati dal tesoro dei Porcupine Tree, come per esempio »Lazarus«, »Open Car«, Shesmovedon«, »Way Out of Here«, »Four Chords That Made a Million«, »Mellotron Scratch«, »Stranger By the Minute« e »Radioactive Toy«, per citarne solo alcuni, ma in quel caso il concerto avrebbe dovuto durare almeno un’ora in più.
Autore: Peter “Dr. ProgRock” Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Setlist:
Set 1:
1. Blackest Eyes
2. Harridan
3. Of the New Day
4. Rats Return
5. Even Less
6. Drown With Me
7. Dignity
8. The Sound of Muzak
9. Last Chance to Evacuate Planet Earth Before It Is Recycled
10. Chimera’s Wreck
Set 2:
11. Fear of a Blank Planet
12. Buying New Soul
13. Walk the Plank
14. Herd Culling
15. Anesthetize
16. I Drive the Hearse
17. Sleep Together
—bis—
18. Collapse the Light Into Earth
19. Halo
20. Trains







































