Post Dub Impressions

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Autore: Aleš Podbrežnik

Artista: Dubzilla
Etichetta: ZARŠ Records
Uscita: 2018
Durata: 54:07
Voto: 4.5/5

Dubzilla sono una band completamente strumentale, senza dubbio un’assoluta rarità nel vasto underground del rock alternativo sloveno. La band, che quest’anno ha messo in cassaforte il dodicesimo anno di attività, torna sulla scena dopo quattro anni dall’uscita di »Dub Naturalis« (2014) con il suo terzo lavoro sulla lunga distanza, »impressionantemente« battezzato »Post Dub Impressions«. I Dubzilla non hanno fretta, nemmeno un po’. Creano quando sentono di poter creare. Il nuovo disco è così, ancora una volta, un album eccellente con una carta d’identità artistica tutta sua, che appartiene solo alla band. Impressioni post-dubbistiche, insomma. Più eloquente di così non si può. Il dub resta il punto di partenza chiaro su cui i Dubzilla costruiscono ogni singolo pezzo, mentre il post rock c’è sempre stato, lì accanto.  Per ora, quindi, non ti ho detto niente di nuovo, ma di tutti e tre il nuovo album è il più »tripposo«, »fumato«, »scollegato« e chi più ne ha più ne metta. Il che vuol dire che l’ascoltatore, se solo se lo concede, viene portato molto in fretta e in modo molto efficace verso nuove esperienze di ricezione della magia musicale, attraverso un distacco cerebrale. Essere oggettivi su questa affermazione è impossibile, dipende da quanto e come ciascun individuo apre la propria testa, ma come dicevo. Il tiro al piattello oltre la ragione, sulle note dei Dubzilla, è quanto mai gradito.  Lo è sempre stato, a quanto pare lo sarà sempre, e questa musica ti prende al meglio quando stacchi la coscienza, soprattutto quando ti trovi la band davanti dal vivo.

Il nuovo album ci fa capire che la band compone brani sempre più lunghi. Il »looping« di passaggio tra i singoli motivi avviene nelle composizioni con distanze temporali sempre maggiori, il che significa che il momento »post« stavolta è ancora più intensificato.  La band costruisce e affina la sua ambientalità sensoriale che, nonostante l’uso di sample e loop, continua a mantenere, trattenere e coltivare un carattere sonoro intensamente organico in tutto il paesaggio sonoro.  I pastelli naturali e dal suono caldo della produzione risaltano soprattutto nella base ritmica dei brani, rivestita da una solida cassaforma di linee di basso dal suono grosso. La band non rifugge dall’uso di un arsenale di suoni e strumenti »vecchia scuola«, come ribadisce ancora una volta l’integrazione del Wurlitzer, e anche di quel famoso ibrido Fender tra chitarra elettrica e basso, il Bass VI, con cui già i The Beatles registrarono, tanto tempo fa, tra le altre, Helter Skelter e Back In the USSR.  

Se nel disco precedente la band aveva invitato come ospiti violino, armonica e Klemen Klemen, stavolta i Dubzilla hanno chiamato i fiati, una novità nel vestire l’espressività originaria del gruppo. Lo segnala già l’iniziale S.O.K.I., dove gli stacchi del sax baritono fanno piacevolmente il solletico al nucleo motivico del brano, così come le altre spezie di sassofono dentro Aerosol e la conclusiva Pank Decarboxylation. La band però usa i fiati per alzare l’ambiente, girare l’umore, deviare dinamicamente l’atmosfera data, e non li sfrutta in nessun caso per gite nelle acque del jazz e dell’improvvisazione. Con i suoni dei sassofoni colora e fa contrasto, con diligenza, ai vari stati d’animo dei motivi, li rafforza e li intensifica (li approfondisce). La band mantiene per tutto il tempo una musicalità straordinaria. Costruisce i piani del paesaggio sonoro a poco a poco e li stratifica in modo graduale in un ricco puzzle di convivenza e grande riconciliazione reciproca (dei mattoni dell’immagine sonora). I Dubzilla si divertono e questa cordialità nel loro lavoro non la nascondono nemmeno nel nuovo album. Si avvicinano alle cose in modo del tutto rilassato, con un senso incredibile, senza fretta, senza premura. Di conseguenza il disco si rivolge all’ascoltatore con un carattere molto sicuro di sé, del tutto privo di pretese e, grazie al beat solido e compatto e all’accessibilità musicale, contagioso sottopelle.

L’album risuona come se fosse un concerto. Registrato in un colpo solo, dal vivo. Anche se le composizioni sono strutturate in modo del tutto conciso, il loro sviluppo dà sempre quella nota gradita di spontaneità e imprevedibilità. L’album ti parla così, con una piega degli eventi del tutto inaspettata. Ritmo e motivo rapace. Straordinarie interazioni chimiche, create tra i membri della band. In questo senso i Dubzilla sono un gruppo che opera con una perspicacia autoriale espressiva del tutto rifinita. Lo aveva fatto intuire l’ottimo esordio, lo conserva e lo coltiva il loro terzo album in studio, che è anche espressione dell’eccezionale concordia interna del quintetto.

I Dubzilla stanno diventando grandi maestri della loro arte artigianale, del naturismo dub strumentale puro. Il loro terzo album »Post Dub Impressions«, questo dossier musicale cesellato e riconoscibile a un miglio di distanza, lo approfondisce, lo coltiva e lo porta oltre. Un risultato eccellente, che conferma come i Dubzilla, con la loro visione musicale chiaramente definita, siano in questo momento uno dei segreti musicali più affascinanti e custoditi con più cura in Slovenia.

Formazione

Tomaž Rifelj “Buc” – batteria 
Dejan Slak “Sleyk” – Bass VI, tastiere, sintetizzatori, chitarre, loop 
Črt Zorko – basso, sintetizzatore basso
Luka Švajger – chitarra
Saša Serban Selyak – campionamenti 

MUSICISTI OSPITI:
Simon Rezelj – sax baritono nel brano n. 1 
Borut Turk – clarinetto basso nel brano n. 6 
Denis Androić – flicorno nel brano n. 6 
Borut Perše “Hefe” – chitarra solista nel brano n. 6 
Gregor Turk – trombone nel brano n. 7 

Produzione

Miha Arnuš

Tracklist

1. S.O.K.I. (10:10)
2. Gajbe (06:15)
3. Pull My Trigger (09:18)
4. Dub Of War (07:23)
5. Aerosol (12:24)
6. Pank Decarboxylation (07:50)

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