Dubzilla : Post Dub Impressions
Etichetta: ZARŠ
Anno di uscita: 2018
Produzione: Miha Arnuš
Durata dell’album: 54.07
Genere: Dub / Art Rock
I Dubzilla sono una band interamente strumentale, senza dubbio una rarità assoluta nel vasto underground del rock alternativo sloveno. Il gruppo, che quest’anno ha messo in archivio il dodicesimo anno di attività, torna sulla scena a quattro anni da «Dub Naturalis» (2014) con il suo terzo lavoro sulla lunga distanza, battezzato in modo decisamente «impressionante» «Post Dub Impressions». I Dubzilla non hanno fretta. Creano quando sentono di poter creare. Il nuovo disco è così, ancora una volta, un album eccellente, una carta d’identità art rock fatta in casa che appartiene solo alla band. Impressioni post dub, appunto. Più eloquente di così non si può. Il dub resta il punto di partenza su cui i Dubzilla costruiscono ogni singolo pezzo, mentre il post rock è sempre lì accanto. Per ora, quindi, non ho detto niente di nuovo, ma dei tre il nuovo album è il più «trippy», «fumato», «staccato dalla realtà» e quant’altro, il che significa che l’ascoltatore, se solo se lo concede, viene portato in fretta e con grande efficacia verso una nuova esperienza di magia musicale attraverso un distacco cerebrale. Essere oggettivi su questa affermazione è impossibile: dipende da quanto e come ciascuno apre la propria testa, ma come detto. Un decollo oltre la ratio sulle note dei Dubzilla è più che benvenuto. Lo è sempre stato, evidentemente lo sarà sempre, e questa musica ti prende al meglio quando stacchi la coscienza, soprattutto quando becchi la band dal vivo.
Il nuovo album ci fa capire che la band mette in fila composizioni sempre più lunghe. Il «passaggio a loop» tra un motivo e l’altro avviene con distanze temporali sempre maggiori, il che significa che stavolta il momento «post» è ancora più intenso. La band costruisce e affina la sua ambientalità sensuale che, nonostante l’uso di campioni e loop, continua a mantenere, trattenere e coltivare un carattere sonoro organico potentemente piacevole in tutto il paesaggio sonoro. I pastelli naturali e caldi nella produzione del suono risaltano soprattutto nell’impianto ritmico dei brani, rinforzato da una solida palizzata di linee di basso dal suono spesso. La band non rifugge dall’uso di un arsenale di suoni e strumenti «vecchia scuola», cosa che ricorda ancora una volta, con piacere, l’integrazione del wurlitzer, così come di quel famoso incrocio Fender tra chitarra elettrica e basso, con cui già i The Beatles registrarono una volta, tanti anni fa, tra le altre, Helter Skelter e Back In the USSR, chiamato Bass VI.
Se nell’album precedente la band aveva invitato violino, armonica e Klemen Klemen, stavolta i Dubzilla hanno chiamato dei fiati, una novità nel vestire l’espressività originaria del gruppo. Lo fa notare già l’opener S.O.K.I., dove gli stacchi del sax baritono solleticano piacevolmente il nucleo motivico del pezzo, così come le altre spezie di sax dentro Aerosol e la conclusiva Pank Decarboxylation. La band usa i fiati per alzare l’atmosfera, girare l’umore, deviare dinamicamente il clima del momento, ma non li sfrutta mai per gite nelle acque del jazz e dell’improvvisazione. Con i suoni dei sassofoni si limita a colorare e contrastare con diligenza gli stati d’animo dei motivi, a rinforzarli e intensificarli (approfondirli). La band mantiene per tutto il tempo un’enorme musicalità. Costruisce i piani del paesaggio sonoro un po’ alla volta e li stratifica gradualmente in un ricco puzzle di convivenza e grande riconciliazione reciproca (tra i mattoni dell’immagine sonora). I Dubzilla si divertono e questo cuore che mettono nel loro lavoro non lo nascondono nemmeno nel nuovo album. Si approcciano ai fatti in totale relax, con una sensibilità incredibile, senza fretta, senza correre. Di conseguenza l’album si rivolge all’ascoltatore con un carattere potentemente avvolgente, del tutto privo di pretese e, grazie al beat solido e compatto e all’accessibilità musicale, contagioso fin sotto la pelle.
L’album risuona come se fosse un concerto. Registrato in un colpo solo, dal vivo. Anche se le composizioni sono strutturate in modo del tutto conciso, il loro sviluppo dà sempre una gradita nota di spontaneità e imprevedibilità. L’album ti parla così attraverso una piega degli eventi del tutto inaspettata. Ritmo e motivo che ti afferra. Interazioni chimiche eccezionali, create tra i membri della band. Da questo punto di vista i Dubzilla sono una band che funziona, nella perspicacia espressiva autoriale, in modo perfettamente levigato. Lo aveva fatto intuire l’ottimo esordio, lo mantiene e lo coltiva il loro terzo album in studio, che è anche espressione dell’eccezionale armonia interna del quintetto.
I Dubzilla stanno diventando dei veri maestri della loro arte, di un naturismo dub strumentale perfetto. Il loro terzo album «Post Dub Impressions», questo dossier musicale cesellato e riconoscibile a un miglio di distanza, approfondisce, coltiva e porta più in alto tutto quello che già facevano. Un risultato eccellente, che conferma come i Dubzilla, con la loro visione musicale chiaramente definita, siano uno dei segreti musicali più affascinanti e gelosamente custoditi della Slovenia in questo momento.
di: Aleš Podbrežnik
voto: 9.0 / 10
Tracklist:
1. S.O.K.I. (10:10)
2. Gajbe (06:15)
3. Pull My Trigger (09:18)
4. Dub Of War (07:23)
5. Aerosol (12:24)
6. Pank Decarboxylation (07:50)
Formazione:
Tomaž Rifelj “Buc” – batteria
Dejan Slak “Sleyk” – bass VI, tastiere, sintetizzatori, chitarre, loop
Črt Zorko – basso, synth basso
Luka Švajger – chitarra
Saša Serban Selyak – campionamenti
MUSICISTI OSPITI:
Simon Rezelj – sax baritono nel brano n. 1
Borut Turk – clarinetto basso nel brano n. 6
Denis Androić – flicorno nel brano n. 6
Borut Perše “Hefe” – chitarra solista nel brano n. 6
Gregor Turk – trombone nel brano n. 7