Power And The Passion

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Eloy
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1975
Voto: 4/5

Con “Power And The Passion” gli Eloy hanno fatto un importante salto di stile verso una forma di space rock più raffinata e dalle tinte sinfoniche. Il loro suono fino a quel momento, per molti versi fortemente influenzato dall’heavy rock e basato soprattutto sull’interazione tra la chitarra elettrica di Bornemann e l’organo hammond di Wieczorke, a metà anni ’70, nel contesto delle forme più avanzate di rock progressivo, suonava ormai parecchio retrogrado, e la band doveva assolutamente fare un altro passo avanti nella sua evoluzione graduale: da uno dei primi gruppi hard rock tedeschi a mostri sacri dello space rock riconosciuti in tutto il mondo.

“Power And The Passion” è stato il loro primo concept album, una pratica che con i dischi successivi diventerà ormai abitudine e che porterà anche alla rottura di Frank con la formazione di allora, che non condivideva le sue visioni avanguardistiche. Come si addice a dei fanatici dello space rock, che con la loro musica e i loro testi cercavano spesso di portare l’ascoltatore quasi a un’esperienza mistica, si tratta di una storia di fantascienza sul viaggio nel tempo, che di per sé non ha niente di speciale, soprattutto se la confronto con l’enorme quantità di spunti letterari e film di ogni genere fatti sull’argomento, ma che si fonde comunque piuttosto bene con la musica e l’atmosfera dell’album, ed è questo che conta di più in ogni buon concept. In fondo c’era da aspettarselo: una band che ha preso il nome dal popolo dell’amatissimo romanzo di Wells sul viaggio nel tempo prima o poi si sarebbe cimentata a modo suo con un concept del genere.

La trama gira intorno al giovane francese Jamie, figlio di uno scienziato geniale e un po’ folle. Quest’ultimo non è niente meno che l’inventore di una speciale pillola che può far viaggiare nel tempo chi la usa (Introduction). Un giorno Jamie si annoia, ficca il naso nel laboratorio del padre, scopre la famosa pastiglia e con il suo aiuto torna nel Medioevo, per la precisione al 1358 (Journey Into 1358). Qui incontra la graziosa contadinella Shannie, con la quale si ritrova subito invischiato in una relazione appassionata, dopo averla fatta appassionare anche al fumo di marijuana: la ragazza dalle guance rosse, abituata al duro lavoro nei campi e alla falsa morale cattolica, ne viene conquistata in un attimo (Love Over Six Centuries). Dopo la rivolta dei servi della gleba contro il conte tiranno e il pretendente fallito di Shannie (Mutiny), Jamie finisce in prigione (Imprisonment), finché a liberarlo, con l’aiuto di un mago distratto, non è il suo amore del passato (Daylight). Il mago rimbambito lo rimanda poi, su sua richiesta, nel suo tempo, dove si ritrova sulla soglia della chiesa di Notre- Dame (Thoughts Of Home, The Zanny Magician, Back Into The Present, The Bells Of Notre-Dame). Niente metafisica, niente messaggi profondi, solo una favoletta romantica piuttosto semplice sull’incontro di due mondi completamente diversi, separati dal tempo. Frank in futuro migliorerà parecchio nel creare concept fantascientifici, ma resta comunque un inizio abbastanza solido, in un periodo in cui i concept album nel prog rock vivevano il loro apice di popolarità.

Per quanto riguarda la musica vera e propria, non si possono ignorare i miglioramenti evidenti rispetto al predecessore “Floating” (1974). Gli arrangiamenti sinfonici sono diventati molto più ricchi e vari, perché il tastierista Wieczorke ha finalmente allargato l’uso delle tastiere, passando dalla fissazione di prima per l’organo hammond al clavinet, al mini moog e anche al melotron. Le linee di chitarra di Bornemann in certi punti sono ancora belle toste, da heavy rocker, ma non occupano più il posto dominante. Ogni tanto, quando le linee di organo e chitarra si scontrano tra loro, riaffiora ancora quell’influenza degli Uriah Heep di Hensley, nei primi anni particolarmente evidente, ma qua e là è già parecchio subordinata alla sottigliezza sinfonica che porta con sé la ricchezza di colori delle tastiere. Anche il suono delle chitarre si è arricchito in modo evidente, perché in questo album a Frank si è unito un altro chitarrista, Detlef Schwaar. Quest’ultimo non era talentuoso come Frank e per lo più si limita alla chitarra ritmica, ma è fondamentale per creare certe armonie a più parti, anche a tre voci, soprattutto nelle sezioni più incisive e heavy rock. La sezione ritmica, ancora dominio del basso melodico di Janssen e della batteria massiccia di Randow, secondo me regge il confronto con quella di alcune delle migliori band prog dell’epoca, anche se non arrivava dal jazz come di solito succedeva nel progressive. Le jam strumentali stavolta sono decisamente meno e si dà la precedenza ad arrangiamenti strutturati con cura. La band ha fatto passi avanti evidenti nel creare composizioni che stanno in piedi. L’unica critica un po’ più seria riguarda alcune sezioni psichedeliche più lunghe, che spesso contengono parti parlate. Queste sezioni psichedeliche ogni tanto risultano un filo monotone, ma è un po’ una costante di quasi tutta la musica a tinte psichedeliche. Nonostante questo, “Power And The Passion” ha un ottimo flusso tra un brano e l’altro, la storia prende vita con successo e l’album è abbastanza dinamico da essere un piacere da ascoltare in ogni occasione, anche se non lo definirei un capolavoro.

“Introduction” è un’introduzione breve ma maestosa all’album, con il suono possente di un organo da chiesa, passaggi malinconici di chitarra e armonie vocali corali a più voci. Riesce a trascinare subito l’ascoltatore nell’atmosfera del concept e a preparare il terreno per il seguito drammatico. “Journey Into 1358”, uno dei pezzi più incisivi del disco, all’inizio ha una voce calma e malinconica, una chitarra bluesy e un delicato accompagnamento di pianoforte. Dopo questa quiete melodica prima della tempesta infuocata, annunciata dall’improvviso rimbombare del basso, al primo cambio arriva un riff potente poggiato su un ritmo al galoppo e sul suono dinamico dell’hammond, il tutto accompagnato dagli alti gridi, o meglio strilli, di Bornemann. Tracce di questa sezione si trovano ancora oggi in alcune band heavy metal tedesche. Certo, farei il gradasso se questo pezzo solido lo definissi già progressive metal.

“Love Over Six Centuries” è uno dei tre brani più corposi del disco e ha una forte componente psichedelica. Anche qui ci accoglie un’intro calma, con una voce malinconica e distante in produzione e una chitarra bluesy. Va avanti così fino al momento in cui entra la sezione strumentale, dove si intrecciano le linee di basso, chitarra e organo hammond. Il suono dell’hammond ogni tanto ammicca più che chiaramente agli Uriah Heep di Hensley, soprattutto nell’interazione con le linee incisive della chitarra e i passaggi di batteria. Segue un’altra sezione a tinte psichedeliche, dove entrano i suoni del mini moog e il dialogo tra Jamie (Frank, che cerca piuttosto inutilmente di nascondere il suo tipico accento tedesco) e Shannie (ospite speciale Mary Davis-Smith). Qui arriva il pezzo di storia in cui i due si conoscono e Shannie racconta come suo padre volesse costringerla a sposare il figlio di un nobile del posto, ma lei si è ribellata ed è scappata. Jamie le offre poi un rotolino di “erba miracolosa”, che dopo la prima prova la conquista del tutto (il tutto sembra una celebrazione da quattro soldi delle sostanze stupefacenti e, se non si trattasse di una band che le legava ai suoi viaggi psichedelici, su questa parte della storia avrei scritto due righe belle toste). A questo “sognare” psichedelico segue un’altra sezione heavy rock incisiva, con tanti “scream” e passaggi d’organo potenti, a cui si aggiunge anche un assolo bluesy di chitarra.

“Mutiny” è un altro brano lungo, che di nuovo ha un’intro calma al pianoforte, suoni ambientali di clavinet e una voce malinconica, registrata in modo distante. Chitarra e ritmo marziale di batteria portano pian piano il pezzo in una sezione drammatica, dove regna il suono maestoso dell’organo hammond. Frank ancora una volta non si risparmia con i suoi tipici passaggi bluesy . Il brano passa poi a un tempo più veloce, con un basso tintinnante, un suono di tastiere stratificato e un uso solido della chitarra ritmica. La voce di Frank accompagna bene le linee maestose dell’interazione tra organo e chitarra. Nel finale arriva un altro motivo epico dal sapore medievale, su tamburi marziali e linee piangenti di entrambe le chitarre, dove si risentono alcuni elementi heavy metal. Sicuramente uno dei tre brani centrali dell’album, chiuso dal suono orchestrale e maestoso del melotron.

Dopo due pezzi lunghi arriva “Imprisonment”, di tre minuti, che si apre con il rumore dei passi del carceriere e lo scricchiolio delle porte. Dopo l’intro ambientale di tastiere e una voce malinconica, distanziata in produzione (che è anche l’ultimo tentativo di Frank di suonare come Ian Anderson dei Jethro Tull), assistiamo a un’interazione melodica tra chitarra e tastiere. Le tastiere sullo sfondo riescono a creare bene un’atmosfera triste. “Daylight”, prosecuzione diretta del brano precedente, è un pezzo dal tempo molto più veloce, con voce drammatica e batteria dinamica. L’atmosfera cataclismatica del brano nasce da un ottimo intreccio tra chitarra, organo e basso. “Thoughts Of Home” è una cosa cortissima, con clavinet e voce malinconica, e in pratica fa da preparazione al pezzo successivo. “The Zany Magician”, in cui sulla scena entra l’Albert Einstein del Medioevo, si apre con un riff di chitarra heavy rock rovente, passaggi d’organo infuocati e una voce assurda e smorfiosa, che mi ricorda più di tutto certi sfoghi di Roger Waters (ritratto riuscito della psiche del mago confuso). Questo brano, che per lo più viaggia a tempo veloce, per via di quel riff heavy rock ricorda parecchio certi pezzi dei Black Sabbath.

“Back Into The Present”, per struttura e melodia, è stranamente simile al classico degli Uriah Heep “Love Machine” dall’album “Look At Yourself” (1971). Anche se non potrei dire che sia una copia pura e semplice, certi passaggi d’organo suonano proprio come se fossero presi da lì. Qui si sente più che chiaramente quanto gli Uriah Heep abbiano influenzato la scena rock tedesca di allora. La conclusiva “The Bells Of Notre-Dame”, che chiude l’avventura di Jamie, ha un’atmosfera cupa con tempo lento, suono possente dell’organo e singoli passaggi di chitarra bluesy e melodrammatici. Le trame delle tastiere sono arricchite ulteriormente dal suono del melotron. Per molti versi questo pezzo è già l’annuncio del loro stile sinfonico, che troverà piena espressione con l’album successivo.

Con “Power And The Passion” gli Eloy non hanno (ancora) creato il loro primo capolavoro nella forma space rock del rock progressivo, anche se si tratta di un lavoro molto buono, sicuramente il migliore da loro realizzato fino a quel momento. In questo album gli Eloy hanno mostrato per la prima volta i segni di un’ambizione concettuale e l’intenzione di creare un disco in grado di competere anche con alcune opere dei maestri del prog rock britannico. Questa intenzione non la rifletteva solo l’aspetto sonoro e concettuale, sempre più sinfonico, ma anche il logo riconoscibile, realizzato in stile Yes, che da allora è rimasto invariato ed è una costante della maggior parte dei futuri album. “Power And The Passion” potrebbe essere definito anche una specie di ponte tra i primi Eloy, ancora conditi di heavy rock, e l’età d’oro sinfonico-concettuale della seconda metà degli anni ’70. Le ambizioni successive di Frank lo hanno spinto ancora più lontano verso galassie sconosciute, lontano dalle influenze heavy rock e verso spazi sinfonico-ambientali e concept fantascientifici, cosa che dopo l’uscita di questo album ha portato allo scioglimento di quella formazione e a un nuovo inizio con altri strumentisti. Il risultato finale è stato il loro primo album a portare un successo più ampio e uno dei dischi chiave della loro carriera, ma questa è già una storia per la prossima recensione.

Formazione

Frank Bornemann – voce, chitarra
Detlef Schwaar – chitarra
Luitjen Janssen – basso
Manfred Wieczorke – tastiere, melotron
Fritz Randow – batteria

MUSICISTA OSPITE:
Mary Davis-Smith – voce (3)

Produzione

Frank Bornemann

Tracklist

1. Introduction (1:10)
2. Jouney Into 1358 (2:56)
3. Love Over Six Centuries (10:05)
4. Mutiny (9:07)
5. Imprisonment (3:12)
6. Daylight (2:38)
7. Thoughts Of Home (1:04)
8. The Zany Magician (2:38)
9. Back Into The Present (3:07)
10. The Bells Of Notre-Dame (6:26)

Durata dell’album: 42:23

Bonus track della ristampa:
11. The Bells Of Notre-Dame

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