The Seventh House
Artista: IQ
Etichetta: Giant Electric Pea
Uscita: 2000
Voto: 4.6/5
Dopo il picco della loro carriera (il doppio concept Subterranea) gli IQ avrebbero potuto benissimo cadere in una crisi creativa. Avrebbero potuto cercare di rifare quello che avevano fatto su Subterranea. Per fortuna, in quel periodo gli IQ erano al massimo delle loro forze e di slancio creativo non ne mancava. Hanno deciso di non ripetersi, ma di provare a creare qualcosa di nuovo.
Ancora una volta Orford e Holmes hanno preso in mano le redini di pre-produzione e produzione. Holmes, in veste di produttore, ha dato di nuovo un contributo importante a un suono di qualità e dinamico: il disco suona nuovo e fresco, ma senza risultare troppo sterile.
Ufficialmente The Seventh House non è un concept, ma alcuni elementi fanno pensare che almeno in parte potrebbe esserlo. Certe melodie ritornano più volte lungo l’album (per esempio, una melodia di The Seventh House e quella di Guiding Light sono la stessa), e anche alcune parti vocali sono collegate tra loro. Eppure Peter Nicholls giura che l’album non racconta nessuna storia, e che se proprio di concept si tratta, il filo che lega le cose è molto più oscuro e sfumato.
Già l’inizio del disco fa capire che non sarà il tipico lavoro degli IQ. Dopo l’intro di tastiera sembra che debba arrivare una roba techno, ma ben presto gli IQ rientrano in schemi riconoscibili. Wrong Side of Weird è un pezzo di una complessità strutturale pazzesca, dove si affaccia già un suono più heavy, quasi metal, che alcuni dei brani successivi non faranno che rafforzare.
Succede per esempio già su Zero Hour, che parte piuttosto piano, ma a metà brano Holmes sgancia un paio di riff metal secchi e nervosi, a cui segue una parte strumentale che tocca il suo apice quando agli altri strumenti si unisce il possente mellotron.
Come in Gates of Delirium (Yes), anche in The Seventh House si parla dell’assurdità e della insensatezza della guerra. Le parti di chitarra d’apertura ricordano molto il lavoro di Hackett con i Genesis ai tempi di Selling England by The Pound. Più avanti arrivano anche chitarre hard rock più robuste, che portano il pezzo in una nuova sezione. Orford suona alcune parti di piano eccezionali e assoli di sintetizzatore, e non mancano nemmeno i classici interludi chitarristici di Holmes. Come in altri pezzi di questo album, anche qui ritorna la melodia iniziale, solo che stavolta è suonata con più grinta e ruvidezza. A brillare in particolare è Nicholls, che nelle parti vocali ci mette tutto il cuore.
Zero Hour fin dall’inizio lascia intuire che sarà una cosa più pop, di ottima qualità, sì, ma pur sempre pop. La splendida chitarra di Holmes nella parte strumentale finale, per fortuna, dà al brano proprio quello che gli mancava.
Shooting Angels è, a livello di suono, il pezzo che c’entra meno con l’album. È un tentativo piuttosto sfortunato di fare musica pop. Qualche passaggio è anche interessante, ma per il resto la cosa è parecchio noiosa e senza ispirazione. Né il sassofono né Nicholls riescono a salvare questa canzone.
Per finire, una vera delizia, che parte con una delle melodie vocali e pianistiche più belle in assoluto. Il dialogo tra Orford e Nicholls è sincero, ti arriva dritto al cuore. Il brano avrebbe potuto chiudersi tranquillamente ai tre minuti, ma gli IQ volevano creare qualcosa di più di una semplice splendida ballata. Molte altre band, andando avanti, avrebbero rovinato l’impressione lasciata da un attacco così riuscito, ma gli IQ proseguono in modo eccellente. Nessun calo di tensione, un sacco di cambi di ritmo e di tempo tipici degli IQ, e alla fine ritorna la bellissima melodia d’apertura.
Come su Subterranea, anche stavolta la band si allontana un po’ dal suono neo. Ci sono più parti sinfoniche, qualche elemento di prog metal, di musica sperimentale e ambient, di classica… Insomma, gli IQ si sono di nuovo staccati dagli schemi ormai consolidati e hanno creato ancora una volta qualcosa di originale, mantenendo comunque uno stile riconoscibile.
Stavolta sul disco si nota soprattutto Mike Holmes, che alle sue splendide linee fluide aggiunge anche qualche elemento metal. L’influenza di Steve Hackett si sente ancora, ma c’è anche un certo ammiccare al prog metal. Orford non sta molto in primo piano, ma le sue tastiere sono comunque importantissime, perché spesso costruisce l’atmosfera con quelle. Di assoli ce ne sono meno di prima, le sue parti sono più discrete e raffinate. Visto che The Seventh House è un lavoro più heavy, non stupisce che il contributo di John Jowitt sia quasi forte quanto quello di Holmes. Le sue linee di basso sono veloci, incisive e a volte nervose, ma sempre al posto giusto. Anche se Paul Cook non è il batterista più tecnico in circolazione, per gli IQ è perfetto. La loro musica non ha bisogno di un manicomio di batteria alla Mike Portnoy, anzi, uno stile sobrio è molto più gradito. Siccome stavolta Orford non ha messo nulla di flauto, su un paio di pezzi è di nuovo presente il vecchio amico Tony Wright al sassofono, che rinfresca ancora un po’ una musica già fresca di suo. Per finire resta il contributo di Peter Nicholls, che migliora a ogni album. La sua voce è come un vino pregiato – più invecchia, meglio canta.
Su The Seventh House Peter Nicholls dimostra ancora una volta capacità di altissimo livello, non solo come cantante ma anche come autore di testi. Le sue combinazioni di motivi amorosi, metafisica, perdita, dolore e chissà cos’altro non erano mai suonate così fluide. Ci sono di nuovo parecchi passaggi che per me restano incomprensibili, ma con lui ci sono ormai abituato. Preferisco concentrarmi sulle parti che riesco a decifrare e lasciare in pace le altre. Del resto lo stesso grande Nicholls ha detto che a volte nemmeno lui sa che cosa voglia dire.
Rispetto agli altri dischi, The Seventh House è un po’ più orientato alla chitarra, quindi non stupisce affatto che sia un album che a Martin Orford non va molto a genio. Forse sono state proprio “ingiustizie” di questo tipo a contribuire alla sua uscita dalla band (anche se solo nel 2007). Probabilmente le frustrazioni si sono accumulate, e a un certo punto gli è saltata la mosca al naso e semplicemente non ce l’ha fatta più ad andare avanti. Nonostante le riserve del signor Orford, io penso che qui siamo davanti a un lavoro di altissimo livello, che regge il confronto con qualsiasi altro della loro discografia. Già solo per la title track e per Guiding Light potrei definire l’album un capolavoro, ma in più ci sono anche le ottime The Wrong Side of Weird, Erosion e Zero Hour. Solo Shooting Angels non ha la carica giusta, ma che sono pochi minuti contro tre quarti d’ora di goduria.
Formazione
– Peter Nicholls: voce principale e cori
– Martin Orford: tastiere, cori
– Mike Holmes: chitarre, tastiere
– John Jowitt: basso, cori
– Paul Cook: batteria e percussioni
– ospite: Tony Wright: sassofono
Produzione
Mike Holmes
Tracklist
1. The Wrong Side Of Weird (12:24)
2. Erosion (5:43)
3. The Seventh House (14:23)
4. Zero Hour (6:57)
5. Shooting Angels (7:24)
6. Guiding Light (9:58)
Durata dell’album: 56:49