Power Windows
Artista: Rush
Etichetta: Mercury Records
Uscita: 1985
Voto: 3/5
“Power Windows” è l’album in cui i Rush hanno finalmente levigato fino alla perfezione il loro sound synth era degli anni Ottanta, iniziato a sviluppare senza vergogna con “Signals” (1982). È il successore naturale di “Grace Under Pressure”, con un salto di qualità assoluto nella produzione (rapportato agli standard produttivi degli anni Ottanta, soprattutto a quello che offrivano allora la produzione pop, new wave e art pop). Il suono è enorme. I contrasti tra gli strumenti sono spinti al massimo, i collage sonori sono puliti, chiari e dinamici. Il suono della chitarra, rispetto al predecessore, è ancora più tagliente, ancora più votato a navigare sull’effetto delay e, come tale, in dialogo con il grande suono da arena dei synth dell’epoca, mattone di base della grande atmosfera di questo tipo di album di quel periodo, costruisce insieme a loro la parte più grossa della melodia e del suono del disco. Il playing di Lifeson è ridotto ulteriormente all’osso. Il tipo, su “Power Windows”, continua a rifugiarsi nella riduzione delle note, in una dipendenza sempre più marcata da semplici riff di pochi accordi che costruiscono il ricco sfondo sonoro. Nei passaggi di transizione il raddoppio dei motivi nel dialogo tra tastiere e chitarra a tratti ricorda (solo di sfuggita) l’uso di trucchi (che però suonano del tutto unici nel design) dei loro connazionali canadesi Saga, e lo stesso vale per il tipo di produzione che le due band sviluppavano in quel periodo.
La produzione, con un’ulteriore pulizia del suono, rimette il basso in una posizione più in vista, rispetto a quella subordinata che aveva su “Grace Under Pressure”. Così torna a svolgere la funzione chiave di aggiungere una melodia in più, nonostante abbia sacrificato il suo marchio organico già da un bel pezzo. Su “Grace Under Pressure” ai Rush questo non era riuscito, e con la produzione di “Power Windows” hanno corretto l’errore. Insieme al suono compresso e assottigliato della batteria di Peart, che porta con sé un riverbero grande e voluminoso, questo equilibrio tra la cortina sonora di chitarre e tastiere, la linea di basso e la batteria funziona in modo ideale: bilanciato alla perfezione, dinamico, ricco di volume e sfruttato al meglio. Anche se, come abbiamo già detto, la vecchia vitalità organica è stata sostituita da un giocherellare artificioso con gli aggeggi degli studi anni Ottanta. Ed è questo il succo del raggiungimento dell’obiettivo di base, solo con mezzi diversi. Dimostra che anche i Rush hanno imparato un sacco tra il 1982 e il 1985 e che, grazie alle nuove esperienze accumulate, hanno continuato a tappare i buchi della produzione e a migliorarla con successo da un album all’altro, fino a raggiungere su “Power Windows” l’optimum del loro sound “eighties synth”. Una sottomissione alle frequenze alte da cui non si sono schiodati granché nemmeno sul successore “Hold Your Fire” (1987).
“Power Windows” è un fratello decisamente più luminoso di “Grace Under Pressure”, quanto ad atmosfera, anche se mantiene quel tipico e ben noto contatto con l’avventurismo art rock esplorativo dei Rush, con un pizzico di imprevedibilità drammatica e di combinazioni melodiche personali dei motivi guida. A coronare efficacemente la costruzione del momento drammatico è la voce pulita e melodica di Lee, misticamente attraente, distante (estraniata) ma sempre anche sentita e familiare (emotiva).
Il travestimento dei synth, insomma, dilaga inarrestabile per tutto l’album. The Big Money, che apre il disco, con quel “Big Money” urlato di proposito da Lee nel ritornello risulta già quasi fastidiosa. È il brano art rock più incisivo e diretto dell’album. Ancora una volta un’apertura unica per un disco dei Rush, che non somiglia a nient’altro, ma comunque tipicamente da Rush. Il seguito di “Power Windows” è la band che si lancia alla scoperta di nuove dimensioni e traguardi musicali, dettati dalle nuove sfide dei trend del momento, senza che i Rush perdano per questo nulla del loro genio espressivo musicale. I pezzi non sono complicati. È interessante anche che nessuno si stacchi dagli altri, né per qualità né per mood. Per questo, da questo punto di vista, “Power Windows” rientra tra gli album meno interessanti della discografia dei Rush. Anche se i brani durano un po’ più di quelli di “Grace Under Pressure”, suonano ancora più compatti e definiti nei motivi. Si dilatano nelle parti strumentali centrali, come in quelle finali. Parti, cioè, che non possono mancare nell’espressione musicale dei Rush. Parti che, nonostante l’ulteriore minimizzazione di suono e stile, restano interessanti anche per i puristi del suono.
L’eterna avventura prog dei Rush incrociata con l’influsso pop degli anni Ottanta è incisa trionfalmente su “Power Windows” in un’altra esperienza musicale del tutto nuova e personale, chiamata Rush art rock. Con essa i Rush hanno colto in pieno l’attualità del suono pop dei trend degli anni Ottanta e hanno contribuito a creare il meglio che gli Ottanta avessero da offrire nella musica rock. Allo stesso tempo hanno mantenuto tutta quell’unicità che ha permesso loro di sopravvivere sulla mappa musicale e di guadagnarsi il timore reverenziale dei critici musicali e degli ingranaggi dell’industria discografica che dettavano gli standard di popolarità del rock di allora.
Formazione
Geddy Lee – voce, basso, pedaliera del basso, synth
Alex Lifeson – chitarra
Neil Peart – batteria, percussioni acustiche ed elettriche
MUSICISTI OSPITI:
Jim Burgess – synth
Ann Dudley – arrangiamenti d’archi
Andy Richards – tastiere
Produzione
Peter Collins & Rush
Tracklist
1. The Big Money (5:34)
2. Grand Designs (5:05)
3. Manhattan Project (5:04)
4. Marathon (6:09)
5. Territories (6:18)
6. Middletown Dreams (5:15)
7. Emotion Detector (5:10)
8. Mystic Rhythms (5:53)
Durata dell’album: 44.28